Monthly Archives:maggio 2007

In vacanza via Napoli e Macerata

Gianni Marconato Comments

Due “vacanze professionali” prima di andare in vacanza, quella vera: alla conferenza EDEN dal 13 al 15 giugno a Napoli ed al congresso SIEL dal 3 al 5 luglio a Macerata.
A Napoli, credo per la prima volta in Italia, l’annuale appuntamento EDEN; European Distance and e-Learning Network, una associazione di cui sono stato membro nel passato ed alla quale ho smesso di aderire semplicemente perchè mi dava fastidio dover andare in posta per pagare la quota annuale.
Interessanti, comunque, le sue attività.
A Napoli si partecipa con una bella sberla da 450 euro, pur con golden sponsor pubblici come il Ministero del Lavoro, FSE, ISFOL ed Italia Lavoro (non sarebbe stato istituzionalmente più corretto se avessero promosso loro una conferenza di spessore?). In bella evidenza anche piattaforme “proprietarie”. Sponsor Blackboard (eccellente LMS), quelli che hanno ottenuto un brevetto USA, ora contesto ad opera della Software Freedom Law Center (SFLC) per i principali tools che compongono un LMS. Da riderci sopra, se non fosse vero….
Vedo in programma, accanto a bei nomi della nostra comunità internazionale (Michael G. Moore, G. Conole) l’emergente Teemu Arina, già apprezzato a Bolzano Conversation 07. In programma anche un paio di presentazioni da parte di colleghi blogger, Antonio Fini e Giovanni Bonaiuti con il loro “maestro” Calvani e Corrado Petrucco con “maestro” Galliani, “maestri” che leggo da tempo. Li ascolterò molto volentieri.
A Macerata ,annuale raduno della Società Italiana per l’e-learning (socio anche qui, turandomi il naso solo per quella “e” di troppo). Gratis, per i soci; no so se agli “esterni” venga chiesta una modesta quota di partecipazione. Ho presentato un paper; vediamo se lo ritengono degno.
Ancora nessun nome di invited speakers.
Una cosa ho molto apprezzato nel segno della trasparenza: paper candidati e relativi autori sono visionabili via web. Complimenti, chi ben comincia ……….

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Soluzioni alla ricerca di problemi

Gianni Marconato Comments

Giornata piovosa, poca voglia di lavorare. Quindi, blog, blog, blog …….
Gigi, nel suo blog ribatte un tasto a lui caro: perché in Italia si usa così poco il web 2.0?
La mia impressione è che ci si ostini a dare soluzioni (Web 2.0, ad esempio) senza aver, prima, identificato il problema.
O, come si diceva, si mette il carro davanti ai buoi.
Sono convinto che non basta che ci sia una opportunità, anche sensata, intrinsecamente, perché la si colga. Bisogna che il potenziale utente ne avverta l’esigenza. Lui, non chi fa la pregevole proposta.
Nel mio piccolo ho fatto un tentativo di mettere i buoi a tirare il carro e lo ho fatto a proposito di comunità di pratiche e di apprendimento collaborativo (le soluzioni). Non so quanto convincente sia la mia concettualizzazione ma, a fronte della richiesta di trattare in una “lezione” questo argomento sono partito dai “problemi” che ho identificato essere: il bisogno di apprendimento continuo agito in una prospettiva di auto-sviluppo. Non so se ho fatto un buon servizio al caro web 2.0 ……

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Un PC leggerà una mia lezione?

Gianni Marconato Comments

Antonio, con un commento ad un recente post lancia il sasso: “….come la vedresti la possibilità di “codificare” il tuo lesson plan in modo “formale”, usando uno specifico “linguaggio” in grado di rendere “leggibile da computer” e “riusabile” …… la tua esperienza? Questo è l’obiettivo (il sogno?, il mito?) di un “successore” del vituperato SCORM, ovvero il Learning Design…

Conosco l’appassionato lavoro di Antonio e le sue riflessioni sul Learning Design. Conosco (ed uso) uno degli strumenti sviluppati secondo quel modello (LAMS) e lo trovo molto utile. Ottimi strumenti ed ottimi i principi su cui si basa. Mi piacciono, anche, le concettualizzazioni di James Dalziel, padre di LAMS, (eccellente la sua metafora della lezione/ricetta culinaria in cui ci sono tanto gli ingredienti (i contenuti) che il procedimento (la didattica). Assemblare gli ingredienti senza una logica, non si ottiene nulla. Concordo (e mi incazzo quando vedo che si procede come se contassero solo gli ingredienti).

Ho studiato con molta attenzione il lavoro fatto alla Open University olandese da Rob Koper ed altri sul Learning Design (libro citato qui a lato)

Però ….. Si, c’è un “però”, e non è piccolo.

Non mi convince l’idea della standardizzazione.

Una azione didattica è sempre e fortemente contestualizzata e non replicabile. Certo, alcuni elementi possono ricorrere in più di una occasione, ma sono talmente tante le variabili che … variano che prevederle ed indicizzarle tutte sarebbe, forse tecnicamente possibile, ma avrebbe costi esagerati per l’utilità che potrebbe dare. Non credo, cioè, che un processo didattico possa essere descritto cogliendone tutte, dico tutte, le caratteristiche, le implicazioni, le sfumature e, se anche lo fosse, sarebbe fatica inutile. Troppo costoso per il valore aggiunto apportato.

Un esempio dalla mia esperienza. La lezione cui Antonio si riferisce è stata “ripetuta” due volte. L’ho fatta io, l’ho ripetuta a distanza di un giorno, in due corsi paralleli, per lo stesso committente ma l’ho cambiata in parecchi aspetti. Se al posto mio l’avesse fatta un altro docente, i cambiamenti sarebbero stati ancor maggiori e se anche il corso avesse fosse stato diverso, quali ulteriori cambiamenti sarebbero stati necessari?

Credo, caro Antonio, che il sogno di fare leggere e codificare una mia lezione da un computer debba rimanere tale per tanto tempo. O, almeno, lo spero.

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Blogga, blogga …. qualcuno ti leggerà

Gianni Marconato Comments

E’ sorprendente sapere quanta gente giri, con interesse, nella rete. Molta, molta di più di quanto si potrebbe credere.
E’ la conclusione alla quale sono arrivato non a seguito della lettura di qualche statistica “importante” sulla frequentazione dalla rete a livello planetario o sulle visite giornaliere del blog di Beppe Grillo. Sono, questi, dati attesi.

Quello che mi ha sorpreso è la lettura delle visite giornaliere dei miei modesti blog. Già mi ha sorpreso non poco scoprire che, da quando ho installato da pochi giorni ShinyStat, mediamente, questo mio blog professionale riceve una quarantina di visite, con una punta di 72, con una ottantina di pagine visitate e relativa punta di quasi 120!!!!
Dati inaspettati ed oltremodo graditi.
Attribuisco queste “performance” alla mia rete di frequentazioni professionali, alla partecipazione attiva a convegni, alla frequentazione di comunità on-line, agli scambi che ho con altri colleghi blogger, occasioni in cui faccio “pubblicità” al blog stesso. Al passa parola.
Mi visitano perché faccio conoscere l’esistenza del blog. Questa la mia conclusione.

Ciò che mi ha terribilmente stupito è la “storia” di un mio secondo blog e la cui esistenza è nota, ufficialmente, a 20 (dico venti) persone.

E’ il blog TuttoPesce07, legato ad una mia attività occasionale di tempo libero. Amo cucinare ed ho frequentato un corso amatoriale di cucina presso una scuola alberghiera.


Durante la prima lezione ho scattato alcune foto al gruppo ed i colleghi-allievi mi hanno subito chiesto di inviarle loro. Una collega mi dice: “perchè non fai un blog? così ci vediamo tutti e non c’è bisogno che ci mandi le foto. Magari, potremo commentare le ricette …..”
Detto fatto. Con un certo divertimento, apro il blog su WordPress, carico le ricette e le foto e tutto finisce lì.
I 4 gatti interessati le cui bella facce compaiono nel blog ogni tanto di vanno a guardare, si fanno guardare da coniugi, parenti, amici, amanti. Tutti narcisiti e felici ….
Invece no.
Ultimamente ho più di 100 visite giornaliere !!!!!!!
Ripeto, il blog non ha assolutamente nulla di interessante, ci sono solo 50 ricette e neppure tento ben descritte. Nonostante ciò, una valanga di visite, 173 la punta massima.
Mi fa tanto piacere questa frequentazione dei blog anche se va riconosciuto che questo attivismo è in forme prevalentemente passive. Molti guardano, forse leggono. Pochissimi commentano.
Credo, però, che col tempo la partecipazione attiva aumenterà. Stiamo a vedere, per ora godiamoci tutto questo traffico

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Mission (quasi) impossible in 5 mosse

Gianni Marconato Comments

Dopo tanto fosforizzare (lo ho sentito dire da francesi a proposito di tanto parlare inconcludente) passo a cose concrete e parlo di didattica con, senza e per le tecnologie.Lo faccio scrivendo e riflettendo su una breve attività didattica che ho appena concluso. Il contesto: una giornata in un corso-concorso di 40 giornate per laureati in discipline tecnico-scientifiche preparatorio ad un concorso pubblico per assunzioni a tempo indeterminato. Il mandato: affrontare il tema delle comunità di pratica e dell’apprendimento collaborativo, per “convincerli” ad adottare questi nuovi approcci per la propria formazione. Tempo: 7 ore. Bella sfida …..

Tema, per i partecipanti, completamente nuovo ed estraneo alle proprie pratiche professionali se visto come tematica da affrontare in modo diretto: “oggi vi parlerò di comunità di pratica e di apprendimento collaborativo”. Assolutamente rilevante (per me, il problema è farlo diventare anche per loro …) se lo vedo come approccio concettuale, come teorie-guida nella prospettiva dell’auto-sviluppo e dell’apprendimento continuo.

E’ questo l’approccio che mi convince e che scelgo (1^ scelta didattica). La 2^ scelta didattica fa riferimento a quello che Rogers Schank identifica come la principale criticità, la ragione del principale fallimento di una azione didattica, il “dare risposte senza che il destinatario si sia stata fatto alcuna domanda”.
In realtà, se un problema non viene percepito, perché proporre soluzioni? Sarebbe un parlare a vuoto ed a nulla servirebbe accusare i partecipanti di scarsa sensibilità, di conservatorismo ed altre, normali e difensivistiche, insolenze ingiustificate.

Decido, quindi, di dedicare la prima parte dell’intervento (20 – 30% del tempo disponibile) a problematizzare la tematica, ad esplicitare le ragioni per cui auto-sviluppo ed apprendimento collaborativo sono questioni rilevanti anche per loro e preparare, così, il terreno alla presentazione delle modalità e degli strumenti per sostenere l’auto-sviluppo secondo modalità anche di apprendimento collaborativo.
Questo percorso, dovrebbe, a mio avviso, rendere significativa una tematica, apparentemente estranea.
Non posso, ovviamente, affrontare deduttivamente e direttamente il tema con una comunicazione teorica su auto-sviluppo, apprendimento collaborativo, comunità di pratica. Sarebbe una tortura (per loro) ed un suicidio (per me).

3^ scelta didattica: approccio induttivo e 3 – 4 brevi discussioni su altrettanti temi. In sequenza: quando ho appreso e quando no, cosa caratterizzava quelle situazioni, come apprendo nella vita di tutti i giorni quando devo risolvere un problema o devo fare una cosa che non so fare. Riflessione individuale, confronto di gruppo, sistematizzazione delle analisi. Tutto il lavoro raccolto, da me, via PC video-proiettato con il supporto di MindManager per la visualizzazione, in forma di mappe mentali, della conoscenza così costruita.
Formulata (si spera), così, la domanda, via con le “risposte”.
Si inizia con la presentazione da parte dei partecipanti delle proprie “risorse” per l’apprendimento (siti propri ed altrui, comunità, blog ….).
Poi presento io, stando attento (4^ scelta didattica) a mettere in evidenza come i diversi strumenti (prevalentemente di web 2.0) siano usati da persone normali (io, ad esempio che non sono un gran informatico, anzi …), che anche le piccole e semplici cose (ad esempio le mie) siano visitate da molte persone. Attenzione, cioè, alla pratica reale, con le sue “miserie”, i limiti, le imperfezioni, non alle potenzialità.
Conclusione con un bel wrap-up (5^ scelta didattica) consistente in “riflessioni” di gruppo ed a voce alta (e generazione di un paio di mappe) su come posso IO usare questi strumenti nella mia pratica quotidiana ed a quali condizioni. Scopo dell’attività: favorire la contestualizzazione personale.
Risultati?

  • Nessun problema ad avere la partecipazione ai lavori
  • Ottima la produttività e la conoscenza costruita collaborativamente (vedi la quantità e la qualità delle mappe)
  • Da buona ad ottima la soddisfazione espressa verbalmente (da una decina di poersonel le altre, zitte)
  • Applauso finale

Problemi?

  • Tutti i limiti connessi con la gestione di una mega-aula di 28 persone (hanno “partecipato” circa la metà).
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La formazione non serve

Gianni Marconato Comments

Perché fare formazione?

Questo, in sintesi, il cuore del problema di una animata chiacchierata fatta ieri con una bravissima ed entusiastica collega che lavora presso una scuola di formazione per la Pubblica Amministrazione che lavora su grossi numeri.

Tutto è partito quando lei cita i Learning Object e, come i miei 4 manzoniani lettori possono ben immaginare, come una molla è scattata la mia obiezione.

Quindi numerose parole sul perché i LO (…. 1.500 utenti da formare sugli stessi temi, poco tempo a disposizione, argomento dato….), sul perché non si può fare una didattica più aperta, magari, anche, collaborativa (serve più tempo, più soldi, i capi non la capirebbero …).

Domando, quindi, quale sia l’efficacia della formazione basata sui LO, cosa abbiano imparato al termine dell’aver sfogliato le pagine degli stessi, cosa sappiano fare meglio dopo aver lasciato i banchi di scuola ed essere ritornati alla scrivania.

La risposta: noi non facciamo una valutazione così approfondita, noi non rilasciamo attestazioni di competenza, noi rilasciamo “attestati di partecipazione” e ci limitiamo a rilevare la “soddisfazione” dei partecipanti e questa è sempre elevata.

Cliente soddisfatto, committente assicurato.

Domando, ancora, “la formazione deve, insomma essere consolatoria? Fare felici le persone? Non farle lavorare meglio?”

Replica: “non è questo (sviluppare un saper fare professionale, ndr) il mandato del committente. Dobbiamo fare formazione “di base”.

La nostra amabile ed interessantissima conversazione si sposta sulle ragioni per cui si fa la formazione essendo, io, convinto, che ha senso fare formazione solo se c’è un qualche miglioramento di pratica lavorativa da promuovere, se ci sono compiti nuovi da far apprendere tanto a livello individuale, quanto collettivo, se cosa si fa in aula ha un riscontro diretto sul lavoro.

Nuova replica: “Quasi mai il committente ci formula richieste così precise (dei task professionali su cui lavorare); ci viene chiesto di fare una formazione generale, trasversale, di base, sperando che poi i partecipanti ne sappiano fare qualcosa quando ritorneranno al lavoro, di trasferire un insieme di conoscenze (commento: forse conviene chiamarle “informazioni”, le “conoscenze” sono altro) …” . Una formazione, commento io, svincolata dal contesto.

Ecco il problema: si fa formazione “generale” e si lascia al partecipante il compito di “trasferire”.

Mi domando: cosa si può “trasferire” se non è mai stato insegnato? Se c’è qualche transfer da attivare, perché non lavorare direttamente su quel compito, su quella abilità su quella competenza? Se non c’è, perché fare formazione? Perchè stare sul generico?

La (mia) conclusione della conversazione: chi sia appresta ad ideare, progettare, sviluppare e realizzare una attività formativa ha, spesso, le mani legate da input inadeguati del committente che formula male il proprio bisogno di formazione e la sua expertise deve essere finalizzata al compiacere (= fare felice) il committente. Per poter fare “buona formazione” è necessario poter intervenire nel momento in cui si decide di fare formazione per orientare la formazione su obiettivi sensati e per farsi dotare di risorse adeguate agli obiettivi.

Cara collega, che mi leggerai di sicuro, passami qualche imprecisione. Credo che il “succo” ci sia tutto. Grazie per l’opportunità di riflessione

In chiusura un breve recupero metodologico. La letteratura riporta ampie evidenze che:

  • più la formazione è generica (= svincolata dal contesto), meno è efficace;
  • più il contesto di formazione è simile a quello di lavoro, maggiore è la possibilità che si applichi (sul lavoro) quanto si è appreso (a scuola).
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Insegnamento, un duro mestiere

Gianni Marconato Comments


Volendo usare una immagine grafica per rappresentare un contesto ed un uso appropriato delle tecnologie, preferisco quella di un pioniere (qui, una presa dalla raccolta di Clip Art di Microsoft).

Innanzitutto, perché un pioniere nel suo essere un esploratore, non ha una strada tracciata da seguire ma una meta da raggiungere e deve trovare da se, per tentativi ed errori, la strada, o le strade che lo porterà alla meta.

Il territorio da attraversare è largamente inesplorato, pieno di insidie, con mappe approssimative.

Il piccone è uno strumento che lo aiuterà a scavare, quando necessario, ma sarà lui, il pioniere-esploratore, a decidere quando usarlo e perché usarlo.

Sarà lui ad usare il piccone, non il piccone ad usare lui. Dovrà avere la forza per usarlo. Dovrà fare un duro lavoro per ottenere risultati perché il terreno non sarà tanto friabile; sarà, per contro, molto compatto e pieno di sassi.
Dovrà scavare in un ambiente ostile, molto freddo d’inverno ed afoso d’estate.
Se proprio vogliamo aggiungerci un po di libro Cuore e commuoverci tutti, potremo dire l’acqua per dissetarsi sarà scarsa, che ci saranno scorpioni e serpenti in agguato … e via con le analogie .

Un duro lavoro, davvero, per il nostro insegnante-pioniere-esploratore . Ma questa è la dura realtà. Nessuna macchina automatica a rendergli leggero il lavoro.

Diversamente, ce ne stiamo tutti comodi in panciolle davanti alla TV a smanettare con il telecomando e facciamo altro.

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Sono sconvolto ……

Gianni Marconato Comments

Sono sconvolto dalla somiglianza di una visione dell’educazione nell’anno 2000 fatta a fine 800 con una molto attuale, scovata da Antonio, e che si riferisce alla rappresentazione del processo di apprendimento elaborata nell’ambito delle specifiche ADL/SCORM.
Se una visione dell’educazione concepita 100 anni fa può solo suscitare tenerezza ed essere usata, come io faccio, per enfatizzare un concetto attuale, riproporre oggi la stessa visione, con gli opportuni accorgimenti tecnici, fa accapponare la pelle.
E pensare che c’è chi ci campa, scrive libri, fa incetta di finanziamenti pubblici …..
Sono, davvero, sconvolto e sono sempre più contento di aver chiamato questo blog “oltre l’e-learning”.

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Le macchine che insegnano

Gianni Marconato Comments

Alcuni fa, in Francia per lavoro, sfogliando Le Monde Education mi sono imbattuto in questa sconvolgente immagine.
E’ la riproduzione di un quadro presente, se non ricordo male, nel Museo della Scuola a Caen.
A fine 800 era stato chiesto ad alcuni visionari di immaginare come sarebbe stato, 100 anni dopo, nel 2000, il loro settore.
Incredibile!!!!
Hanno visto giusto.
Il mito della macchina che insegna e della persona che impara senza fatica si è avverato!!! Cos’è se non questo, il modello, spesso implicito, che assumiamo oggi quando usiamo le tecnologie a scuola?

Trasferiamo dall’insegnante biologico all’insegnante digitale il compito di trasmettere la conoscenza (in realtà trasferiamo, tutt’al più, informazioni, che sono una cosa diversa).

Se fosse vero, con un po’ di RAM, un update ed un upgrade ci togliamo di torno il fastidio di un contratto di lavoro, delle assenze per malattia, delle paturnie, delle mestruazioni, di chi la pensa diversamente, dei consigli di classe, dei ritardi sul programma ….

Finalmente avremo “omogeneità di messaggio” tanto cara ai governanti di turno.

La “macchina che insegna”, come abbiamo visto, non funziona ed i meccanismi dell’apprendimento non sono tanto semplici come ci farebbe comodo credere.

L’insegnamento è una competenza ad elevata complessità e ricca di contenuto. Gli insegnanti, secondo alcuni, sono una cosa diversa. E qui sta il problema.

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Contrordine dagli USA: il pc non aiuta a studiare

Gianni Marconato Comments

Nel Corriere della Sera di oggi, pagina 29, viene presentato uno studio fatto negli States dal Dipartimento dell’educazione in cui si evidenzia che:

  • non è rilevabile nessuna differenza significativa tra la qualità dell’apprendimento realizzata da allievi di scuole ben dotate informaticamente ed in quelle meno tecnologiche;
  • l’uso del pc in classe è, molto spesso, causa di distrazione.
  • Meglio ritornare alla vecchie e care carta e penna e faticare per apprendere.

Ho, quasi, l’impressione, che lo studio scopra l’acqua calda essendo ben noto che:

  • le tecnologie non rendono più facile l’apprendimento, ma, se usate opportunamente, lo rendono più “duro” (“hard”, dice Jonassen)
  • le tecnologie non sono dei sostituti di altri tipi di attività di insegnamento e di apprendimento
  • le tecnologie possono avere degli usi impropri, non imputabili alla tecnologia stessa, ma alle scelte e alle non-scelte fatte dagli insegnanti
  • non si può pensare di usare didatticamente le tecnologie operando una semplice sostituzione di un modo di lavorare (leggi: insegnare ed apprendere) che potremo chiamare “analogico” con uno “digitale”
  • l’uso didattico delle tecnologie obbliga a ripensare il ruolo dell’insegnante e le sua pratiche didattiche quotidiane.

La letteratura documenta chiaramente che quando le tecnologie sono usate sulla base delle precedentemente citate “condizioni”, il loro valore aggiunto è bene evidente.

Non mettiamo, per favore, sotto processo l’utilità didattica delle tecnologie, ma:

  • lo sciocco entusiasmo per il potere benefico delle stesse,
  • il loro uso incompetente ed inappropriato,
  • la propaganda che i venditori di tecnologie da sempre fanno (vedi, ad esempio, la questione delle lavagne interattive),
  • la carità pelosa, come ad un recente convegno la ha definita il ministro Fioroni, fatta dall’industria.

I risultati della citata indagine, li leggeri, quindi, come una conferma delle critiche, che da tante parti si levano, sugli usi impropri, inadeguati ed incompetenti delle tecnologie nella scuola.

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Barcamp Veneto: in pieno svolgimento

Gianni Marconato Comments

Ho appena presentato le mie riflessioni sulle condizioni di uso reale delle tecnologie di web 2 al Barcamp Veneto.
La mia riflessione si impernia attorno alla convinzione che “Non basta che una tecnologia sia disponibile (ed abbia un senso) perchè le persone abbiamo voglia di usarla”.
Riflessione basata sull’esperienza che stiamo facendo in Pionieri. Qui le mie slide.
Buona la presenza di interventi sugli usi del web 2 all’Università e nella Formazione Professionale.
Numerose presenze, pur essendo un lunedì pomeriggio.
Eccellente l’organizzazione di Gigi e del suo infaticabile gruppo.

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Barcamp Veneto: in pieno svolgimento

Gianni Marconato Comments

Ho appena presentato le mie riflessioni su web 2.0 e sulle condizioni di effettivo utilizzo di questa nuova concettualizzazione del web.
Parlando di alcune attività che stiamo facendo su Pionieri, il mio pensiero è riassumibile come segue (slide 2): ” Non basta che una tecnologia sia disponibile (ed abbia un senso) perchè le persone la vogliano usare”
Buona la partecipazione pur essendo un lunedì pomeriggio.
Diverse le presentazioni su tematiche di usi delle applicazioni web 2.0 in ambienti universitari e di formazione.
Eccellente l’organizzazione di Gigi & o.

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Come si blocca la conoscenza

Gianni Marconato Comments

Mario Agati nel suo blog parla (a sfavore) di libri di testo e, da insegnante di liceo, afferma:

  • il libro [di testo] non può più essere la principale fonte di conoscenza
  • il libro [di testo] non può essere il principale agente di formazione della coscienza metodologica
  • il libro [di testo] va pocciato [intinto] nella realtà (non la nostra, ma quella dei ragazzi!)
  • il libro [di testo] non deve leggere il mondo, ma è il mondo che deve calare nel libro
  • [l’uso ossessivo del libro di testo contribuisce a divaricare lo iato fra l’astratta alchimia dei concetti cartacei e la concreta alchimia delle pulsioni adolescenziali]
  • [IL LIBRO (di testo) è il comodo feticcio per insegnanti pavidi]

Posizione coraggiosa e da me ampiamente condivisa, anche perché mi sento di farne un parallelismo con i Learning Object di tecnologica ed infausta memoria.

Un libro di testo (LdT), come un LO, inchioda la conoscenza a quei contenuti che l’autore ha deciso di trattare ritenendoli sensati.

Come ben sappiamo, ogni tematica, problematica, dominio di conoscenza è traguardabile da “prospettive multiple” ognuna delle quali dignitosa di considerazione.

Abituare ad una sola prospettiva, coma fanno LdT e LO preclude la capacità analitica, riflessiva, argomentativa di chi apprende.

LdT e LO iper-semplificano le realtà che rappresentano e e non la fanno comprendere in senso profondo nella sua natura e nei suoi meccanismi

I LdT ed i LO non favoriscono, di conseguenza, la costruzione di una conoscenza utilizzabile in contesti extra-scolastici. Il transfer è bloccato e si spalancano le porte alla conoscenza inerte.

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Treviso: Ghirada Barcamp

Gianni Marconato Comments

Anche nella “mia” Treviso un barcamp. Saranno ben 2 giorni nell’incantevole scenario della Ghirada, la casa delle varie Benetton sportive.

Tutti a Treviso, il 22 ed il 23 settembre.

Il tema? Gli organizzatori scrivono:
internet? Già, perché il “fil rouge” alla base di questo e di tutti i barcamp sin qui svolti e in programma è la rete, in tutte le sue sfaccettature…
Perchè lo scambio d’idee, le presentazioni, le discussioni, gli incontri con tema il web saranno l’anima e la motivazione che spingeranno a partecipare non solo i bloggers e i campers già “smaliziati” ma anche gli appassionati e chi si sta avvicinando solo ora ai temi caldi della rete…”

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Costruttivismo contro il bullismo

Gianni Marconato Comments

Non è ne una ricetta ne una sciocca provocazione. Forse un titolo da cui il post prende debite distanze.

Profexx, in un commento a due post fa, domanda se a fronte di problemi quali il crescente affollamento delle classi, la diminuzione degli insegnanti, il bullismo, la presenza di immigrati, apprendimento collaborativo e costruzionismo possono essere di un qualche aiuto.

E’ evidente che i problemi che un insegnante vive nella sua pratica quotidiana sono numerosi e spesso l’istituzione non offre strumenti per affrontarli tanto che il “povero” insegnante è solo di fronte a problemi, forse, non suoi.

E’, altrettanto evidente che non sempre e non tutte le strategie di apprendimento (come quelle citate) sono efficaci.

Credo che, nelle situazioni citate, una qualche forma di aiuto possa venire se e quando la ragione prevalente che porta a comportamenti “devianti” e “distrattori” è lo scarso interesse per la scuola e per i temi oggetto dello studio.

In questi casi, queste concettualizzazioni ci possono aiutare in quanto ci dicono che a certe condizioni, le persone potrebbero avere maggior voglia di prendere parte ad una azione formativa (ed essere meno “preda” dei comportamenti sopra citati). Queste condizioni sono:

  • essere coinvolti attivamente nel processo di apprendimento
  • sentirsi responsabili del risultato dell’apprendimento
  • trovare rilevante per se stessi l’oggetto di studi
  • poter costruire qualcosa come parte integrale del proprio processo di apprendiment
  • poter lavorare/apprendere assieme ad altre persone.

Su piano didattico queste concettualizzazioni ci dicono che attività adeguate allo scopo possono essere la realizzazione di “progetti” su tematiche significative con a base, ad esempio,un field trip o la realizzazione di artefatti , anche digitali, semplici o complessi. Utili possono essere, ancora ad esempio, le attività che ruotano attorno ad aspetti propri della cultura dei diversi gruppi etnici presenti in aula come attività che introducano elementi dell’attualità e della vita reale ……

Ovviamente, queste attività vanno:

  • raccordate con il curricolo ricordando che di norma, non ne possono coprire una parte consistente;
  • preparare con attenta progettazione e pianificazione
  • inserite nelle attività didattiche al momento giusto
  • gestite e sostenute con consapevolezza dei meccanismi psicologici e cognitivi che si attivano.

La didattica costruttivista non è intuitiva (come, a ben vedere, non è intuitiva neppure la didattica istruzionista, ma questa ci viene maggiormente spontanea dato che “ci siamo abituati”) e richiede una specifica competenza. Il “costruttivismo selvaggio” non può portare a buoni risultati.

…. tanto per iniziare il discorso. Sarebbe da scriverci un libro o, almeno, un saggio. Ma lascio la cosa a chi è più titolato di me a farlo.

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Come cambia il potere nella scuola con web 2.0 (2)

Gianni Marconato Comments

Rileggendo il post precedente, debbo dichiarami assi poco soddisfatto del livello della riflessione lì compiuta.
Provo con il riformulare la domanda che ha dato il via alla riflessione:

  1. con la diffusione delle tecnologie e delle opportunità offerte dal web 2.0 l’insegnante perde potere?
  2. come reagisce l’insegnante di fronte al diffondersi delle opportunità di “apprendimento informale” rese possibili dal web 2.0?

Che l’insegnante perda progressivamente potere è un dato innegabile. Da un lato, evento già più che evidente, per ragioni sociologiche: la semplice autorità funziona sempre di meno se non abbinata all’autorevolezza ed alla competenza. L’arma/potere del voto funziona e funzionerà per lungo tempo ma serve, prevalentemente, a tutelare più l’insegnante che l’apprendimento.
Il “potere” dato dal detenere in esclusiva la conoscenza mi pare sia in progressiva contrazione. Le informazioni e la conoscenza sono sempre più accessibili con modalità “aperte” o “dal basso” e le tecnologie web1 (ricerca su web di contenuti lì contenuti) rendono questo aspetto più che evidente.
Con web2 si espande enormemente questa modalità di accedere alla conoscenza fino a diventare vera e propria ” costruzione di conoscenza” spostando il “potere” dato dal possedere la conoscenza dall’insegnante al web e dall’insegnate e dal web all’utente stesso.
Se, però, si dissolve il “potere” basato sul possesso di “informazioni” (che non sono “conoscenza” , ma questa è una partita diversa), quello che può aumentare è quello di “learning enabler”, cioè quello legato alla sua capacità di facilitare il lavoro di apprendimento delle persone, quello di far si che le “informazioni” si trasformino in “conoscenza”.
E credo che ciò che già oggi, ciò che conferisce “potere” (e senso al suo ruolo) sia la sua possibilità/capacità di porsi come facilitatore e catalalizzatore (favorisce il processo senza prendervi parte) dell’apprendimento.
Facendo cosa? Ad esempio:

  • selezionando le informazioni rilevanti da quelle irrilevanti
  • presentandole in una sequenza opportuna
  • suggerendo attività cognitive e metacognitive
  • supportando queste attività
  • favorendo l’esplorazione, la collaborazione e la costruzione.

Potremo, quindi, dire che le tecnologie e gli strumenti/opportunità del web2.0 rendono urgente questo spostamento di focus.

Relativamente alla seconda parte della domanda riformulata, si potrebbe dire che l’insegnante ha due strade davanti a se:

  1. Porsi sulla difensiva: negare i cambiamenti (lo si fa anche per non sentirsi “tecnicamente” adeguati alle nuove richieste) e continuare senza nulla fosse. Non è una mossa che perpetuerà la specie;
  2. Cogliere le opportunità: vedere nel nuovo tutte le opportunità di cui è portatore ed attrezzarsi adeguatamente.

Le scelte sono personali ma, credo, influenzate anche dall’età. Non voglio fare del razzismo anagrafico, ma è più probabile che un “giovane” sia più disponibile (e preparato) ad aprirsi al nuovo che un “vecchio”. E, forse, è bene così.

Daniele Barca, in un commento ad un mio post non mi pare esprima tanto ottimismo sul ricambio generazionale come chiave di volta; Daniele vede tanta poca disponibilità anche nei “giovani”. Vedere il mio commento al suo commento.

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