Chi ha ucciso l’e-learning?

17 Set di Gianni Marconato

Chi ha ucciso l’e-learning?

Johannes C. Cronje, decano della Faculty of Informatics and Design alla Cape Peninsula University of Technology, Città del Capo si pone questa domanda nel titolo del paper che ha attivato la consueta discussione tematica mensile in IT Forum.

Cronje afferma che mentre il termine e-learning sta perdendo la sua popolarità a favore di altri termini modaioli (buzzword*) come ubiquitous learning, mobile learning, blended learning, è necessario capire le ragioni per cui il concetto ha perso la sua attrattività e di considerare se vi sia vita oltre l’e-learning.

Il suo articolo elenca numerose ragioni del fallimento dell’e-learning e propone un modello per integrare l’apprendimento con il processo lavorativo per rendere possibile un apprendimento organizzativo sostenibile.

L’intervento è divertentemente strutturato sulla falsariga di una filastrocca inglese (Who killed the Cock Robin) domandandosi se, come Robin Hood rubava ai ricchi per dare ai poveri, l’e-learning, che ha promesso di offrire una soluzione a basso costo per portare la formazione a portata di tutti avrebbe seguito lo stesso destino (nella tomba).

Per dare la misura della questione, cita Romiszowski, (2004) che rileva come il valore di una azione Digital Think è miseramente crollato dagli 89.44 $ nel 2001 al 1.34 nel 2003!

La preoccupazione di Cronje riguarda l’impatto della formazione nel business ed in questo senso, che a me più di tanto qui non interessa. Comunque, sulla base dell’analisi di copiosa letteratura che, da punti di vista diversi, testimonia della morte dell’e-learning, evidenzia che, le ragioni di ciò sono da attribuirsi:

  • al disallineamento tra gli obiettivi del business ed i bisogni di formazione. Troppo spesso le strategie di e-learning si sono basate interamente su un modello centrato sui costi ed avendo il ritorno dell’investimento (ROI) come la motivazione principale della sua implementazione
  • all’utilizzazione di strategie distorte dovute alla sovra-enfatizzazione di uno dei quattro aspetti di una buona strategia: le tecnologie, l’apprendimento, il management ed i bisogni di formazione;
  • l’insufficiente considerazione delle quattro barriere all’apprendimento nella fad: lo studente, il team didattico, l’organizzazione ed il corso stesso;
  • al non aver capito che le persone non voglio apprendere dalle macchine ed al non aver considerato a sufficienza la dimensione sociale dell’apprendimento;
  • al non aver compreso che, nonostante le tecnologie abbiano reso agevole lo sviluppo e la distribuzione di materiali didattici, è molto difficile motivare le persone a stare on-line a leggere contenuti. Il modello “presentazione” di contenuti non funziona;
  • l’aver cercato di focalizzare il processo d’apprendimento sulla tecnologia piuttosto che sulla pedagogia e sulla didattica;
  • il non aver compreso che tutta la tematica della standardizzazione (SCORM ecc…) ha a che fare con gli aspetti economici delle tecnologie che con quelli didattici;
  • al non aver capito che le economie di scala non hanno mai funzionato bene nell’educazione.

La proposta finale di Cronje è di un modello in cui l’attività formativa sia parte integrante del modello di business, non sia un fattore aggiuntivo di costo e concorra al perseguimento della vision e della strategia dell’azienda. Il modello è denominato “the learning scorecard” che non riporto per mio limitato interesse.

La conclusione, questa si mi preme evidenziare, è che ….but somehow they are missing the point – just as the technology is becoming cheaper and smaller, so it should also become more transparent – technology should not be the driving force behind learning. Learning should be.

Tutte cose che qui, in questo blog, si predicano da tempo.

Al di là dell’interesse per il paper, trovo molto stimolante la discussione che si sta svolgendo nella lista. In modo particolare l’intervento di poco fa di Bev Ferrell, amministratore della lista il quale, tra l’altro, afferma che:

  • l’intero mondo della formazione è sempre pronto a saltare sull’ultimo treno che passa (parla di bandwagon**) aderendo alla credenza che … dato che tutti lo fanno, deve essere buono per forza …
  • l’industria si inventa sempre nuovi termini di significato assai vago sperando da farne la propria fortuna (cita, ad esempio, l’active osmotic learning, apprendi mentre dormi se ascolti una cassetta registrata – ora, un mp3; una delle tante invenzioni ….)

Lucida, questa Bev ….

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(*) In inglese “buzzword”, molto di più di “termine alla moda”, è un termine che sottintende una intenzione di impressionare chi ascolta e di oscurare un significato

(**) Bandwagoon, letteralmente “il rimorchio della banda”; L’effetto bandwagon riguarda l’osservazione che spesso le persone fanno e credono a cose solo perché altri fanno quelle cose o credono in esse, senza prendere in considerazione il merito della questione. L’effetto bandwagon è la ragione del fallimento delle credenze bandwagon.


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Un commento “Chi ha ucciso l’e-learning?

  1. Ottima presentazione del paper di Johannes Cronje. Solo 2 cose:

    – il saggio adatta ironicamente la filastrocca per bambini “Who killed Cock Robin?” (rifare la stessa cosa con È morto un bischero? Hmmm, un po’ troppo goliardico). Quindi Cronje non soltanto spiega la morte dell’e-learning, ma si prende anche gioco di tutti coloro che la proclamano dal 2001 – quindi da se stesso.

    – Mi pare che Beverley Ferrell sia una donna.

    Ciao

    Claude Almansi

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