Monthly Archives:dicembre 2007

PISA, la scuola che pende (e prima o poi andrà giù)

Gianni Marconato commenti

Avete presenti i dati dello studio PISA? La scuola italiana che continua lo slittamento verso le zone basse della classifica mondiale, la sua collocazione appena sopra di Grecia, Bulgaria e Romania.

Chi meglio di Jonassen potrebbe darci alcuni suggerimenti su come migliorare il nostro sistema scolastico, uscito alquanto malconcio dallo studio PISA?

Jonassen, che in questi giorni è a Bolzano per una serie di seminari per la formazione professionale è uno dei più accreditati scienziati internazionali che si occupano di scuola e formazione. 20 libri pubblicati negli ultimi 12 anni, decine di saggi pubblicati nelle più prestigiose riviste scientifiche internazionali, Jonassen si occupa di come sia possibile migliorare il “prodotto” della nostra scuola studiando come le persone apprendono e come si possa insegnare nel modo più efficace. Conosciuti ed applicati in tutto il mondo i suoi studi su come sia possibile migliorare l’apprendimento usando le tecnologie. Questa è l’area della consulenza che Jonassen sta dando alla Provincia di Bolzano.

Gli ho chiesto come, dal suo punto di osservazione a respiro internazionale, sia possibile agire per arrestare il declino sancito dallo studio PISA.

Due i punti su cui Jonassen ritiene sia indispensabile intervenire: gli assunti pedagogici e didattici su cui si basa la scuola e le competenze degli insegnanti.

La scuola dovrebbe preparare alla vita: mi piace crederlo, afferma Jonassen, perché la sua funzione non è mai cambiata, ma, purtroppo, non lo fa. La scuola dovrebbe supportare l’apprendimento ma non lo fa; la scuola prepara a … finire la scuola. La scuola prepara a memorizzare ed a ripetere informazioni, ma nella vita noi tutti dobbiamo risolvere problemi ma a questo la scuola non prepara.

La scuola insegna a conoscere le diverse discipline, non ad usare le discipline. Insegna matematica ma dovrebbe insegnare a pensare e ad agire come un matematico. Il risultato è che finita, con successo, la scuola si sa tutto in molte discipline ma non si sa cosa farsene di quelle discipline; sappiamo risolvere equazioni ma non sappiamo cosa siano ne a cosa servano se non a risolvere equazioni più complesse. La scuola dovrebbe insegnare a fare esperienza con la soluzione di problemi, non a studiare i contenuti messi gerarchicamente in fila nei libri di testo e nei programmi scolastici.La scuola dovrebbe, quindi, abbandonare il curricolo ed orientarsi alla soluzione di problemi.

Nelle nostre università in Missouri, continua Jonassen, i nostri studenti ottengono valutazioni di prestazione sempre superiori alla media nazionale; le nostre università da anni hanno abbandonato il curricolo e fanno didattica orientata alla soluzione di problemi.

Per questa scuola l’insegnante deve agire come un risolutore di problemi: questa è la sua primaria missione. Tutti i giorni, in classe, l’insegnante si trova a dover far fronte a numerosi e sempre diversi problemi di apprendimento, deve diagnosticare problemi e risolverli. Sono problemi di diagnosi, di progettazione, di pianificazione, di azione strategica. La classe è dinamica, i problemi cambiano di continuo e vanno affrontati in modo dinamico. Parecchi insegnanti, lo abbiamo rilevato attraverso numerosi studi, afferma Jonassen, hanno solo vaghe idee di cosa significhi apprendere e, di conseguenza, insegnano in modo altrettanto approssimativo. Le carenze della scuola sono spesso mascherate perché è difficile valutare cosa una persona abbia appreso. I nostri studenti lasciano la scuola senza che la scuola sia in grado di dire cosa abbia prodotto.

La conclusione di Jonassen? Solo se si comprendesse meglio l’apprendimento, la scuola sarebbe in grado agire meglio il proprio ruolo.

E, con un velo di pessimismo, considerato il suo orientamento progressista, afferma che la via più veloce per migliorare la scuola sarebbe quella di eliminare l’obbligo scolastico, gli studenti scapperebbero da una scuola che non serve e la scuola si dovrebbe rinnovare per mantenere i propri “clienti”

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Inquiry-based learning, simulazioni e SimQuest

Gianni Marconato commenti

Oggi il progetto Apprendere con le tecnologie ci propone la prima giornata con Jan van der Meij dell’Università di Twente (Olanda) sulle simulazioni basate, per quanto riguarda l’approccio didattico, sull’Inquiry-based Learning e, per il supporto informatico, su SimQuest.
L’Inquiry-based Learning, è una learning strategy di derivazione costruttivista ed, in breve, si basa su questi pilastri:

  • chi controlla il processo, è lo studente
  • lo studente lavora come uno scienziato (fa esperimenti)
  • lo studente costruisce la propria conoscenza

Le caratteristiche del processo sono:

  • esplorazione
  • porre domande
  • fare scoperte
  • ricercare una nuova comprensione

Il processo di “inquiry” (stiamo ancora stabilendo come tradurlo in italiano (investigare? esplorare, interrogare?) implica la manipolazione di variabili di input e l’osservazione di variabili di output.

SimQuest, è un potente applicativo per la generazione e la gestione di simulazioni basate sui principi prima esposti ed è stato concepito da Ton de Jong.
Nel progetto “Apprendere con le Tecnologie” stiamo introducendo SimQuest nella formazione professionale ed il seminario che si tiene oggi e domani all’Università di Bolzano, Facoltà di Scienze della Formazione di Bressanone ha lo scopo di formare un gruppetto di Learning Consultant che assisteranno gli insegnanti nell’uso delle simulazioni.
Le risorse che saranno sviluppate nel progetto (tra cui l’intero ambiente localizzato in italiano), saranno liberamente accessibili.
Per tenersi in contatto, iscriversi alla comunità (accesso dal portale) .

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