Didattica e intelligenza artificiale

Una questione educativa prima che tecnologica

L’avvento delle piattaforme comunemente definite di intelligenza artificiale – preferisco parlare, più precisamente, di intelligenza linguistica – ci ripropone molte delle questioni, ancora irrisolte, che l’arrivo delle tecnologie digitali aveva già posto alla scuola.

Ritornano gli stessi schieramenti: tecno-entusiasti e tecno-scettici, la retorica dell’innovazione, l’idea che il cambiamento sia inevitabile, gli interessi economici che accompagnano ogni nuova tecnologia.

Siamo, in fondo, di nuovo al punto di partenza.

Anche il mio approccio rimane quello di sempre: antidogmatico. Mi interessa molto meno lo strumento in sé di quanto mi interessino i suoi effetti sui processi di pensiero, sull’apprendimento e sulla formazione della persona.

Pensavo di avere concluso il mio percorso di riflessione pedagogica e didattica. In realtà, come ho raccontato nel primo articolo di questa nuova fase del blog, sono state proprio le mie attività “ludiche” con le piattaforme di IA – utilizzate nei miei interessi personali, dalla corsa alla fotografia, dall’arte ai piccoli progetti informatici – a riportarmi verso le domande educative.

Mi sono chiesto quale impatto questa tecnologia possa avere sulle attività cognitive che insegnanti e studenti svolgono quotidianamente.

Ci ho riflettuto a lungo. Ho discusso – perché no? – anche con ChatGPT, Copilot e Claude.

Da queste riflessioni è emersa una prima conclusione, ancora provvisoria, che rappresenta anche il punto di partenza di questo nuovo percorso.

Vorrei infatti spostare il dibattito dal piano tecnologico a quello educativo.

Quali processi cognitivi devono rimanere responsabilità dello studente e dell’insegnante e quali possono essere, invece, legittimamente sostenuti dall’intelligenza artificiale?


Quattro modi di usare l’intelligenza artificiale

Per inquadrare la questione riprendo uno schema che utilizzavo già molti anni fa parlando di tecnologie didattiche. Oggi basta sostituire l’espressione tecnologie digitali con intelligenza artificiale.

Come possiamo usare questi strumenti?

1. Sostituzione

L’IA svolge il lavoro al posto della persona.

È il livello più povero.

Lo studente consegna un tema che non ha scritto.

L’insegnante prepara una lezione che non ha progettato.


2. Supporto

L’IA aiuta a svolgere un compito che la persona sa già fare.

Il rischio è minore.

È l’equivalente del correttore ortografico o della calcolatrice: strumenti che alleggeriscono alcune operazioni senza sostituire il pensiero.


3. Amplificazione

L’IA permette di esplorare possibilità diverse, confrontarle, migliorarle.

È ciò che accade quando riscriviamo più volte un testo, confrontiamo differenti soluzioni o analizziamo alternative che da soli avremmo impiegato molto più tempo a produrre.


4. Metacognizione

L’IA diventa un interlocutore con cui riflettere sul proprio modo di pensare.

Non produce semplicemente una risposta: aiuta a comprendere come quella risposta è stata costruita e come potrebbe essere migliorata.

Personalmente ritengo che soltanto gli ultimi due livelli possiedano un autentico valore educativo.


La questione riguarda anche gli insegnanti

Nel dibattito pubblico si parla quasi esclusivamente delle competenze che rischiano di perdere gli studenti.

Io sono altrettanto preoccupato per quelle che rischiano di perdere gli insegnanti.

Un docente che non sa più progettare una lezione senza l’aiuto dell’IA è in una situazione molto diversa da chi utilizza l’IA per confrontare tre possibili percorsi didattici e scegliere consapevolmente il migliore.

L’intelligenza artificiale dovrebbe aumentare la professionalità, non sostituirla.


Quando la delega diventa un problema educativo

Molti degli usi correnti dell’IA consistono nella produzione di artefatti – testi, immagini, codice, presentazioni – che potrebbero essere realizzati anche da una persona, ma che la macchina produce con maggiore velocità e spesso con risultati formalmente migliori.

Non c’è nulla di problematico, in linea di principio, se questi strumenti vengono utilizzati per attività professionali ordinarie: preparare una campagna informativa, sviluppare un semplice sito web, redigere un comunicato stampa o perfino un articolo, lasciando naturalmente aperte le questioni etiche.

Il problema cambia radicalmente quando l’IA si sostituisce alle attività proprie della scuola.

Perché nella scuola il prodotto non è il fine.

Il prodotto è la traccia visibile di un processo di pensiero.

Ed è proprio quel processo a costituire il vero oggetto dell’apprendimento.

Se deleghiamo il processo, rischiamo di svuotare il significato del prodotto.

Per questo la domanda educativa non riguarda la qualità dei testi prodotti dall’IA, ma il tipo di attività cognitiva che rimane nelle mani dello studente e dell’insegnante.


Quando la fatica di pensare diventa opzionale

La questione non riguarda semplicemente “l’intelligenza artificiale a scuola”.

Riguarda il rapporto tra intelligenza artificiale e destino del pensiero.

O, forse ancora meglio, riguarda il momento storico in cui la fatica di pensare rischia di diventare opzionale.

È una domanda antica, che attraversa tutta la pedagogia.

Quale fatica è indispensabile perché una persona possa crescere?

Per questo credo che l’IA debba essere collocata all’interno di una teoria dell’educazione.

Non si tratta di ripensare continuamente la scuola – le tante mode pedagogiche hanno già prodotto abbastanza confusione – ma di preservarne l’essenza come luogo privilegiato dello sviluppo del pensiero, trovando il posto giusto per questi nuovi partner cognitivi.


Alcune domande fondative

Da questa prospettiva emergono alcune domande che considero fondamentali.

Che cosa non dovrebbe mai delegare uno studente?

Non perché sia difficile, ma perché è proprio affrontando quella fatica che cresce come persona.

Che cosa non dovrebbe mai delegare un insegnante?

Perché, se delega ciò che costituisce il nucleo della propria professionalità, non sta semplicemente usando uno strumento: sta rinunciando a una parte del proprio mestiere.

Qual è oggi il compito della scuola?

La scuola è sempre stata il luogo privilegiato dell’accesso alla conoscenza, che non coincide con la semplice informazione.

Quando una macchina è in grado di produrre testi formalmente perfetti e apparentemente affidabili, diventa ancora più importante sviluppare pensiero critico, capacità argomentativa, pluralità di prospettive e costruzione personale dei significati.

Le domande diventano allora inevitabili.

Come preservare e coltivare il pensiero nell’epoca dell’intelligenza artificiale?

Che cosa significa davvero pensare quando abbiamo sempre accanto un sistema capace di suggerire, scrivere, progettare e persino discutere con noi?


La responsabilità del pensiero

L’IA ci costringe a distinguere tra produrre una risposta e costruire un pensiero.

La domanda decisiva diventa allora questa:

Quali attività cognitive meritano ancora di essere svolte da una persona, anche quando una macchina potrebbe realizzarle più velocemente?

Questa domanda ci riporta a un interrogativo che accompagna da sempre la riflessione educativa:

Qual è la natura del pensiero umano?

E, soprattutto:

Che cosa deve accadere nella mente di una persona perché si possa dire che ha imparato?

Il vero spartiacque non è tra chi usa l’IA e chi non la usa.

È tra chi continua ad assumersi la responsabilità del proprio pensiero e chi la delega.

Questa delega, naturalmente, è sempre esistita. Si può copiare da un compagno, da un manuale o dalla rete.

L’intelligenza artificiale rende questa delega infinitamente più semplice, più elegante e molto più difficile da riconoscere.

Ed è proprio qui che nasce il vero problema educativo:

come educare alla responsabilità del pensiero.


Un percorso di ricerca

Ogni volta che una macchina può svolgere un’attività cognitiva al nostro posto, dovremmo chiederci non se sia utile delegarla, ma se quella delega impoverisce oppure arricchisce la persona.

Con questo primo articolo “tecnico” ho cercato soprattutto di mettere a fuoco alcune domande che considero fondative.

Non ho alcuna fretta di trovare risposte definitive.

Anzi, mi interessa soprattutto formulare le domande giuste.

Vorrei evitare che accada anche con l’intelligenza artificiale ciò che è già successo con molte tecnologie didattiche: costruire risposte sofisticate a domande che nessuno ha mai avuto il coraggio di porsi.

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