Guadagnare senza perdere con l’IA?

In breve

L’IA può ampliare enormemente ciò che possiamo fare e, nello stesso tempo, modificare ciò che rimane in noi e quanto di noi rimane nei prodotti che presentiamo come autenticamente nostri. Non esiste una regola che permetta di conservare tutti i guadagni evitando ogni perdita: a volte delegare libera possibilità, altre volte sottrae esercizio, esperienza, sapere o autorialità. La questione non è quindi eliminare questa tensione, ma riconoscerla e imparare a gestirla, accettando anche l’incertezza che ogni scelta comporta. Non si tratta di stabilire quanto usare l’IA, ma di continuare a domandarci che cosa vogliamo ottenere, che cosa vogliamo che il fare lasci in noi e quanto di noi vogliamo che rimanga in ciò che presentiamo come autenticamente nostro.

Il percorso di questo articolo
Questa sequenza mette in evidenza i concetti chiave e il percorso che li collega.
Con l’IA possiamo guadagnare molto Possiamo ottenere risultati migliori, più rapidamente e con minore fatica
Ma ogni guadagno modifica ciò che facciamo noi Quando affidiamo qualcosa alla macchina cambia anche il lavoro che rimane alla persona
Il bilancio non si misura solo sul risultato Dobbiamo chiederci che cosa l’uso dell’IA fa crescere e che cosa può progressivamente indebolire
Guadagnare senza perdere Il criterio diventa usare l’IA per ampliare ciò che possiamo fare senza impoverire ciò che sappiamo fare autenticamente come nostro
Guadagnare senza perdere con l’IA

Negli articoli precedenti ho scelto deliberatamente di separare due prospettive che, nell’uso reale dell’intelligenza artificiale, sono continuamente intrecciate. In Cosa si guadagna con l’IA ho guardato soltanto a ciò che questa tecnologia rende possibile: accedere diversamente alla conoscenza, avere un interlocutore con cui pensare, esplorare più strade, imparare cose che non sappiamo fare, lavorare con rappresentazioni diverse, entrare in territori prima difficilmente accessibili. La conclusione era racchiusa in due parole: guadagniamo possibilità.

In Cosa si perde con l’IA ho fatto l’operazione opposta. Ho guardato soltanto a ciò che può diminuire quando una parte crescente del nostro fare viene affidata alla macchina: esercizio e capacità, abitudine alla fatica, occasioni di apprendimento, sapere, esperienza del fare, autorialità, individualità, dono dell’incertezza, iniziativa cognitiva. Anche qui una formula ha finito per raccogliere perdite apparentemente diverse: possiamo perdere tracce di noi.

Adesso possiamo smettere di tenere artificialmente separate le due prospettive.

E la domanda sembra inevitabile:

possiamo guadagnare possibilità senza perdere tracce di noi?

La risposta più rassicurante sarebbe sì.

Non sono sicuro che sia quella giusta.

Non è una bilancia

Potremmo essere tentati di mettere guadagni e perdite sui due piatti di una bilancia.

Da una parte tutto ciò che l’IA ci permette di fare. Dall’altra ciò che rischiamo di perdere. Facciamo il conto e, se i vantaggi superano gli svantaggi, il bilancio è positivo.

Ma possibilità e tracce di noi non sono grandezze confrontabili in questo modo.

E soprattutto non esiste necessariamente una relazione inversa tra le une e le altre.

Una nuova possibilità non comporta automaticamente una perdita.

L’ho sperimentato personalmente quando ho utilizzato l’IA per imparare a fare cose che non sapevo fare. Potevo chiederle semplicemente di produrre il codice HTML di cui avevo bisogno. In quel caso avrei ottenuto un risultato che da solo non ero capace di produrre.

Ma potevo anche chiederle di spiegarmi che cosa stava facendo, accompagnarmi passo dopo passo, lasciarmi provare, correggere i miei errori, ricominciare quando non capivo.

Lo stesso è accaduto imparando a utilizzare QGIS per operazioni che prima non conoscevo.

In questi casi ho guadagnato possibilità e, contemporaneamente, qualcosa è rimasto in me.

Non sono diventato un programmatore o un esperto di sistemi informativi geografici. Continuo ad avere bisogno di aiuto. Ma so e so fare cose che prima non sapevo e non sapevo fare.

Dunque qualche volta possiamo guadagnare senza perdere.

Ma non sempre.

Non tutto ciò che deleghiamo ci impoverisce

Potremmo allora cercare una regola semplice: facciamo fare meno cose all’IA.

Non funzionerebbe.

Ci sono moltissime attività che non ho alcun interesse a continuare a svolgere personalmente se una macchina può farle meglio e più velocemente.

Non ogni fatica merita di essere conservata.

Non ogni capacità che una tecnologia rende meno necessaria deve essere difesa.

La storia delle tecnologie è anche la storia di capacità che abbiamo smesso di esercitare perché non erano più necessarie e delle nuove possibilità che proprio quella rinuncia ha aperto.

Non c’è nessun valore particolare nel conservare una competenza soltanto perché una volta era necessaria.

Il problema è un altro.

Che cosa vogliamo che continui a rimanere in noi?

Ci sono conoscenze che posso tranquillamente recuperare quando mi servono. Altre sono necessarie per comprendere proprio ciò che recupero.

Ci sono operazioni che posso delegare senza perdere nulla che considero importante. Altre costituiscono precisamente la capacità che sto cercando di sviluppare.

Ci sono fatiche inutili. E ci sono difficoltà attraversando le quali imparo.

Non possiamo tracciare una volta per tutte una linea che separi ciò che può essere delegato da ciò che deve rimanere nostro.

La linea cambia con le persone, con gli scopi, con i contesti e persino con i diversi momenti della nostra vita.

Il punto non è quanto usiamo l’IA

Possiamo usare moltissimo l’IA ed essere cognitivamente molto attivi.

Possiamo usarla per pochi minuti e delegarle esattamente il passaggio che sarebbe stato importante attraversare personalmente.

La quantità di utilizzo dice quindi molto poco.

Conta piuttosto come viene distribuito il lavoro.

Che cosa fa la macchina?

Che cosa faccio io?

Che cosa fa la macchina per me?

Che cosa fa con me?

Che cosa scelgo di continuare a fare io?

Non c’è una risposta corretta valida in assoluto.

Se devo produrre rapidamente qualcosa che non mi interessa imparare a fare, posso tranquillamente chiedere all’IA di farlo per me.

Se invece sto cercando di acquisire quella capacità, la stessa delega assume un significato completamente diverso.

La questione non è quindi stabilire una percentuale accettabile di presenza dell’IA.

È capire dove voglio essere presente io.

Avere a disposizione un prodotto ed essere capaci di produrlo non sono la stessa cosa

L’IA rende particolarmente evidente una distinzione che rischiamo facilmente di dimenticare: avere a disposizione un prodotto non significa essere capaci di produrlo.

Posso avere a disposizione un programma funzionante senza saper programmare.

Posso avere a disposizione un testo convincente su un argomento che conosco poco.

Posso avere a disposizione un’analisi che non saprei condurre autonomamente.

Non c’è necessariamente qualcosa di sbagliato in tutto questo. È precisamente uno dei modi in cui l’IA amplia le nostre possibilità.

Ma dobbiamo sapere quale delle due cose stiamo cercando.

Voglio avere a disposizione quel prodotto?

Oppure voglio diventare capace di produrlo?

Sono obiettivi diversi.

Qualche volta voglio semplicemente che l’IA faccia qualcosa per me.

Altre volte voglio che faccia qualcosa con me affinché, attraversando il processo, qualcosa rimanga anche in me.

E qualche volta decido che quella cosa voglio continuare a farla io.

  1. L’IA fa qualcosa per me → mi interessa soprattutto avere il risultato. Non ho bisogno di imparare a produrlo.
  2. L’IA fa qualcosa con me → mi accompagna nel processo; il risultato conta, ma voglio anche capire, imparare, esercitarmi. È il caso del tutoring.
  3. Lo faccio io → considero importante attraversare personalmente quel processo, eventualmente rinunciando all’aiuto dell’IA in quella parte.

Non c’è una scelta giusta in assoluto. Dipende da ciò che voglio ottenere, da ciò che voglio che rimanga in me e da quanto di me voglio che rimanga in ciò che presento come autenticamente mio.

Ogni scelta contiene anche una rinuncia

Qui comincia la parte meno rassicurante.

Vorremmo forse una modalità d’uso dell’IA capace di garantirci tutte le nuove possibilità senza farci perdere nulla.

Non credo esista.

A volte scegliere l’efficienza significa realmente rinunciare a un’esperienza.

Delegare un compito può significare perdere un’occasione di esercizio.

Decidere di fare personalmente qualcosa può invece significare rinunciare alla velocità, alla qualità o alla quantità di possibilità che l’IA ci avrebbe offerto.

Non possiamo pretendere di conservare tutto.

E non dobbiamo nemmeno farlo.

Il problema è che non sappiamo sempre in anticipo che cosa valga la pena lasciare andare.

Alcune perdite ci sembreranno irrilevanti e forse lo saranno.

Altre diventeranno visibili soltanto dopo.

Potremmo accorgerci di non saper più fare qualcosa che un tempo facevamo facilmente.

Potremmo scoprire che davanti a una pagina vuota la prima reazione è diventata chiedere alla macchina che cosa scrivere.

Potremmo renderci conto che una formulazione è impeccabile, ma non ci assomiglia.

Oppure potremmo scoprire il contrario: che usando l’IA abbiamo imparato qualcosa, siamo entrati in territori che prima ci erano preclusi, abbiamo trovato un modo più preciso per esprimere un pensiero che era nostro.

Non conosciamo in anticipo tutti gli effetti che questa relazione avrà su di noi.

Il conflitto non deve essere eliminato

È possibile che la domanda contenuta nel titolo sia sbagliata.

Possiamo guadagnare senza perdere?

Forse qualche volta sì.

Ma cercare una soluzione che ci permetta sistematicamente di prendere tutti i guadagni evitando tutte le perdite significa immaginare un conflitto che prima o poi si riuscirà a eliminare.

Non credo funzioni così.

Il conflitto fa parte delle relazioni.

Non lo gestiamo necessariamente eliminando uno dei due poli. Possiamo riconoscerlo, accoglierlo e imparare a stare dentro la tensione che produce.

Con l’IA la tensione è reale.

Vogliamo ampliare ciò che possiamo fare.

E vogliamo continuare a essere presenti in ciò che facciamo.

Vogliamo evitare fatiche inutili.

E sappiamo che alcune fatiche ci trasformano.

Vogliamo poter utilizzare conoscenze che non possediamo.

E abbiamo bisogno di sapere abbastanza per comprenderle e valutarle.

Vogliamo farci aiutare a trovare parole migliori.

E vogliamo che quelle parole continuino a dire qualcosa di noi.

Non dobbiamo necessariamente scegliere una volta per tutte uno dei due lati.

Dobbiamo imparare a vivere nella tensione fra entrambi.

Anche l’incertezza fa parte della scelta

Nel precedente articolo ho parlato del dono dell’incertezza.

Qui quell’incertezza ritorna.

Non avremo sempre criteri sicuri per stabilire quando delegare e quando no.

Non sapremo sempre se una possibilità che stiamo guadagnando vale ciò che stiamo lasciando andare.

E non possiamo nemmeno sapere con certezza quali trasformazioni produrrà nel tempo l’uso quotidiano di strumenti così potenti.

Possiamo osservare.

Possiamo interrogarci.

Possiamo accorgerci che qualcosa sta cambiando.

Possiamo modificare il nostro modo di usare l’IA.

Possiamo anche sbagliare.

La consapevolezza non elimina l’incertezza e non ci mette al riparo dalle conseguenze delle nostre scelte.

Ci permette però di non attraversare queste trasformazioni senza vederle.

Forse è questo che possiamo realisticamente chiedere a noi stessi.

Non una formula capace di dirci sempre che cosa delegare.

Ma la disponibilità a continuare a domandarci che cosa sta succedendo a noi mentre deleghiamo.

Guadagneremo e perderemo

L’IA ci offre possibilità che sarebbe difficile voler semplicemente respingere.

Possiamo conoscere, esplorare, imparare, produrre e agire in modi che fino a poco tempo fa non erano disponibili alla maggior parte di noi.

Qualcosa cambierà anche in noi.

Alcune capacità diventeranno meno importanti. Alcune forse si indeboliranno. Impareremo cose nuove e ne dimenticheremo altre. Abbandoneremo alcune fatiche e dovremo decidere quali vale invece la pena continuare ad attraversare. Cambieranno probabilmente anche il nostro modo di scrivere, di cercare, di imparare e di pensare.

Guadagneremo e perderemo.

Non credo che l’obiettivo debba essere costruire un uso dell’IA nel quale la seconda parte della frase scompaia.

Possiamo però cercare di vedere entrambe mentre accadono.

Vedere le possibilità che si aprono.

Vedere le tracce che rischiano di scomparire.

E scegliere, ogni volta, quali possibilità vogliamo conquistare e quali tracce di noi non siamo disposti a perdere.

Senza la garanzia di decidere sempre bene.

Forse il vero bilancio dell’IA non si farà guardando soltanto ciò che saremo riusciti a produrre grazie a essa.

Dovremo guardare anche noi stessi.

La questione non è soltanto che cosa riusciamo a fare con l’IA, ma che cosa il fare con l’IA lascia in noi — e quanto di noi rimane in ciò che facciamo.

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