Che cosa vede la Chiesa quando guarda all’intelligenza artificiale
In breve
Questo articolo propone una lettura tematica di Magnifica Humanitas, l’enciclica di Leone XIV dedicata all’intelligenza artificiale, cercando di restituirne le principali preoccupazioni attraverso il linguaggio e le categorie del documento stesso. Lo sguardo è quello di chi proviene da una tradizione culturale marxista, lontana dai presupposti teologici della Chiesa cattolica. Proprio questa distanza rende interessante scoprire che alcune delle questioni affrontate dall’enciclica sono sorprendentemente vicine a quelle già esplorate in questo blog. Non si tratta di confrontare due visioni del mondo né di cercare convergenze dottrinali, ma di ascoltare una prospettiva differente e riconoscere le domande che, pur partendo da tradizioni lontane, ci troviamo a condividere.

Scrivo questo articolo sull’enciclica di Papa Leone XIV del 15 maggio 2026 “Magnifica Humanitas. Enciclica sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale” da una posizione culturale che non è quella della Chiesa cattolica. La mia formazione e il mio modo di leggere la società hanno radici marxiste, non religiose. È una precisazione necessaria, perché non intendo leggere questa enciclica dall’interno dei suoi presupposti teologici, né esaminarne la collocazione e la coerenza all’interno della Dottrina sociale della Chiesa .
Mi interessa un’altra cosa: capire che cosa vede, nell’intelligenza artificiale, una grande tradizione culturale diversa dalla mia. Quali possibilità riconosce, quali rischi teme, che cosa considera necessario difendere, quali limiti ritiene che non dovrebbero essere oltrepassati.
Propongo allora un piccolo esperimento di lettura. Togliamo temporaneamente Dio, Cristo, la Rivelazione e il lessico teologico e guardiamo che cosa rimane sul tavolo.
Rimangono il lavoro e il suo significato nella vita delle persone. Rimangono l’alienazione, la concentrazione del potere, il controllo delle risorse, le disuguaglianze e la mercificazione. Rimangono il rapporto tra l’uomo e la tecnica, la libertà, la responsabilità, le relazioni sociali, la guerra. Rimane, soprattutto, la domanda su chi debba essere al servizio di chi: la tecnologia dell’essere umano o l’essere umano della tecnologia.
Sono questioni che, per chi proviene da una tradizione marxista, suonano tutt’altro che estranee.
Questo non significa che marxismo e pensiero sociale cattolico dicano la stessa cosa. I loro fondamenti, le loro antropologie e le loro storie sono profondamente differenti. Proprio per questo trovo interessante che, partendo da luoghi tanto lontani, lo sguardo sull’intelligenza artificiale finisca talvolta per posarsi sugli stessi problemi.
Ma prima di tornare su queste sorprendenti vicinanze, conviene lasciare parlare l’enciclica. Quali sono le questioni che considera davvero rilevanti quando guarda all’intelligenza artificiale?
Magnifica Humanitas – Enciclica sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale
1. Custodire ciò che è propriamente umano
Il punto di partenza dell’enciclica non è la domanda su che cosa saprà fare l’intelligenza artificiale, ma su che cosa significa essere umani. È questa la misura con cui Leone XIV guarda alla trasformazione tecnologica. L’IA può rappresentare un «aiuto prezioso», ma deve rimanere subordinata al primato della persona, della sua coscienza e della sua libertà (§§ 97-100).
Per questo il documento mette subito in guardia da un equivoco: chiamare questi sistemi «intelligenti» non significa attribuire loro un’intelligenza dello stesso genere di quella umana. Possono imitare alcune sue funzioni e superarla enormemente per velocità e capacità di calcolo, ma non vivono un’esperienza, non hanno un corpo, non attraversano gioia e dolore, non maturano nelle relazioni, non conoscono dall’interno amore, amicizia, lavoro e responsabilità. Possono simulare empatia e comprensione, ma non possiedono una coscienza morale e non assumono il peso delle conseguenze di ciò che producono (§ 99).
La preoccupazione diventa più radicale quando la tecnologia non si limita ad assistere l’uomo, ma contribuisce a cambiare l’idea che l’uomo ha di sé. Il rischio non è soltanto usare male uno strumento: è assumere progressivamente una visione nella quale tutto ciò che è fragile, imprevedibile e limitato appare come un difetto da correggere e l’essere umano stesso diventa un progetto da ottimizzare (§§ 112-114).
È qui che l’enciclica incontra transumanesimo e postumanesimo. Leone XIV non li presenta come un blocco omogeneo, ma riconosce in essi un terreno comune: la centralità della tecnica e l’aspirazione a oltrepassare i limiti della condizione umana. Il punto critico non è il potenziamento tecnologico in sé. È l’idea dell’uomo che può accompagnarlo: se la persona diventa «materiale da perfezionare o da oltrepassare», diventa anche più facile distinguere tra esseri umani più e meno utili, desiderabili, efficienti (§§ 115-117).
L’enciclica rovescia così uno dei presupposti della cultura della prestazione: il limite non è necessariamente un difetto. Malattia, vecchiaia, vulnerabilità, fallimento e dipendenza dagli altri appartengono a una condizione nella quale possono nascere anche compassione, cura, generosità e relazione. L’umano, scrive Leone XIV, spesso non fiorisce malgrado il limite, ma attraverso il limite (§§ 118-119). Riconoscere il valore del limite non significa rinunciare a combattere la sofferenza.
Custodire l’umano significa allora impedire che efficienza, prestazione e potenza diventino la misura dell’uomo.
2. Impedire che la tecnica diventi potere sull’uomo
L’enciclica non considera la tecnica un’avversaria dell’essere umano. È un «fatto profondamente umano», legato alla sua autonomia e alla sua libertà, e ha contribuito enormemente al miglioramento delle condizioni di vita. Ma proprio la potenza raggiunta dalla tecnica contemporanea cambia la dimensione del problema: «mai l’umanità ha avuto tanto potere su se stessa» (§ 4).
Il pericolo nasce quando la tecnica smette di essere uno strumento e diventa criterio: ciò che è tecnicamente possibile tende allora ad apparire anche necessario, desiderabile o inevitabile. È ciò che l’enciclica chiama «paradigma tecnocratico». L’efficienza diventa misura del valore; la natura, una risorsa da sfruttare; le persone, componenti di un sistema da rendere più performante. Da qui un’affermazione semplice che attraversa tutto il documento: più potente non significa necessariamente migliore (§§ 90-94).
Ma il potere tecnologico non è astratto. Qualcuno lo possiede. E l’enciclica insiste ripetutamente su questo punto. Piattaforme, infrastrutture, dati e capacità di calcolo sono concentrati nelle mani di pochi grandi soggetti economici e tecnologici, spesso transnazionali, capaci di stabilire condizioni di accesso, regole di visibilità e possibilità di partecipazione. Un potere di questa portata può diventare opaco e sottrarsi al controllo pubblico (§§ 5, 95-96).
Da qui una delle espressioni più forti del documento: occorre «disarmare l’IA». Non significa rinunciare alla tecnologia. Significa sottrarla alla corsa alla potenza tecnica, economica, cognitiva e geopolitica; renderla discutibile, contestabile, sottoposta alla pluralità delle culture e delle comunità. Per Leone XIV non basta quindi regolare l’IA: occorre impedire che il possesso della tecnologia si trasformi automaticamente in diritto di governare (§ 110).
La questione tecnologica diventa così inevitabilmente una questione di potere.
3. Non lasciare che l’efficienza cancelli giustizia e uguaglianza
Per giudicare la trasformazione digitale l’enciclica recupera i principi tradizionali della Dottrina sociale della Chiesa: dignità della persona, bene comune, destinazione universale dei beni, sussidiarietà, solidarietà e giustizia sociale (§ 46).
Applicati all’IA, questi principi producono domande molto concrete. Chi dispone delle tecnologie? Chi possiede i dati? Chi beneficia dell’aumento della produttività? Chi può partecipare alle decisioni? E chi, invece, ne sopporta i costi?
La proprietà privata viene riconosciuta, ma subordinata alla destinazione universale dei beni (§§ 65-67). Nell’ambiente digitale questo principio investe anche dati, infrastrutture e conoscenza. L’enciclica arriva a proporre di pensare i dati come beni comuni o collettivi quando sono il risultato del contributo di molti: non possono essere semplicemente appropriati, venduti o affidati a pochi (§§ 108-109).
Dietro l’apparente immaterialità dell’IA, inoltre, il documento riporta continuamente alla sua materialità. Centri dati, energia, acqua, risorse minerarie; ma soprattutto persone. Il funzionamento dei sistemi dipende anche da milioni di lavoratori impegnati nell’etichettatura dei dati, nella moderazione dei contenuti, nell’addestramento dei modelli, spesso in condizioni scarsamente visibili e poco remunerate. A monte vi sono poi le filiere estrattive necessarie alla produzione dei dispositivi (§ 173).
La rivoluzione digitale può dunque produrre nuove opportunità, ma può anche approfondire vecchie disuguaglianze e crearne di nuove. La giustizia sociale, secondo l’enciclica, non può intervenire soltanto dopo l’introduzione della tecnologia per correggerne gli effetti: deve entrare nel modo stesso in cui i sistemi vengono progettati (§ 109).
Il criterio diventa allora lo «sviluppo umano integrale»: non è vero progresso quello che aumenta il benessere di alcuni scaricandone i costi su altri, sulle comunità più fragili, sull’ambiente o sulle generazioni future (§§ 83-85). La domanda non è soltanto quanta ricchezza produca l’innovazione, ma quale società contribuisca a costruire.
4. Difendere il lavoro come attività umana e non soltanto produttiva
Sul lavoro l’enciclica si colloca esplicitamente nella tradizione iniziata dalla Rerum novarum. Il lavoro non viene considerato semplicemente come mezzo per procurarsi un reddito. Attraverso il lavoro la persona sviluppa capacità, costruisce relazioni, sostiene la propria famiglia, contribuisce alla comunità e partecipa alla costruzione del bene comune. Per questo il lavoro «esprime e accresce» la dignità della vita umana (§§ 148-149).
È da questa prospettiva, e non da una generica diffidenza verso l’automazione, che viene giudicato l’impatto dell’IA.
Automazione, robotica e intelligenza artificiale possono liberare le persone da attività gravose, ripetitive e pericolose. Ma i nuovi modi di lavorare non sono automaticamente modi migliori di lavorare. L’enciclica osserva il rischio che avvenga l’inverso di quanto promette la tecnologia: non macchine progettate intorno alle esigenze dell’uomo, ma lavoratori costretti ad adattarsi alla velocità e alle richieste delle macchine; dequalificazione, sorveglianza automatizzata, mansioni più rigide e perdita della capacità di incidere sul proprio lavoro (§ 150).
C’è poi il problema dell’occupazione. Se l’innovazione viene guidata principalmente dalla riduzione dei costi e dall’aumento dei profitti, la sostituzione del lavoro umano può produrre disoccupazione, precarietà e una crescente polarizzazione tra una minoranza altamente specializzata e una massa di lavoratori impoveriti (§§ 151-153).
Ma la questione, per Leone XIV, non si risolve garantendo un reddito a chi non lavora. Una società tecnologicamente avanzatissima nella quale solo una minoranza avesse accesso al lavoro produrrebbe un paradosso: progresso materiale e regressione antropologica. Verrebbero meno responsabilità, partecipazione, relazioni e possibilità di contribuire alla vita comune (§§ 154-156).
Per questo l’innovazione deve essere governata: tutela dell’occupazione, formazione continua, riqualificazione, partecipazione dei lavoratori e responsabilità delle imprese. La tecnologia può diventare alleata di un lavoro più sicuro, creativo e dignitoso; senza queste condizioni può invece diventare «un’accelerazione dell’ingiustizia» (§ 156).
5. Conservare responsabilità, libertà e capacità di decidere
Uno dei pericoli dell’IA individuati dall’enciclica è particolarmente sottile: non che la macchina decida male, ma che l’essere umano smetta di sentirsi responsabile della decisione.
Quando sistemi algoritmici partecipano alla selezione del personale, alla concessione del credito, all’accesso ai servizi o ad altre decisioni che incidono concretamente sulla vita delle persone, l’apparente oggettività del procedimento può nascondere le scelte che lo hanno costruito. L’algoritmo sembra limitarsi a calcolare, mentre incorpora criteri, priorità e classificazioni (§§ 102-105).
Se nessuno si assume più il peso della scelta, l’esclusione può presentarsi come semplice risultato tecnico. L’enciclica arriva a osservare che in questo modo l’ingiustizia può diventare silenziosa, protetta dall’apparenza della neutralità (§ 103).
Per questo insiste sull’accountability: deve sempre essere possibile individuare qualcuno che renda conto della decisione, possa motivarla, controllarla, permetterne la contestazione e rimediare agli eventuali danni (§ 105).
La stessa preoccupazione ritorna nella vita quotidiana. La facilità con cui l’IA fornisce risposte e risultati può abituare a delegare troppo, indebolendo giudizio personale e creatività. L’impressione di oggettività può nascondere i presupposti culturali incorporati nei sistemi. E la simulazione di consiglio, empatia, amicizia e amore può generare l’illusione di una relazione che relazione non è (§ 100).
A tutto questo si aggiunge l’economia dell’attenzione. Piattaforme progettate per catturare tempo e sguardo possono sfruttare fragilità e produrre dipendenza. La raccolta massiccia dei dati permette inoltre di profilare, prevedere e orientare i comportamenti. La libertà diventa allora anche una questione politica: richiede trasparenza, possibilità di ricorso e limiti all’uso delle tecnologie invasive (§§ 170-172).
Il principio rimane lo stesso: la tecnica può assistere il giudizio umano, non cancellarne il soggetto.
6. Proteggere verità, relazioni ed educazione
L’enciclica definisce la verità un bene comune. L’IA non ha inventato la disinformazione, ma può moltiplicarne enormemente la capacità di diffusione e rendere sempre più incerto il confine tra vero e falso, dato e opinione, documento e manipolazione (§§ 132-137).
La posta in gioco non riguarda soltanto la qualità dell’informazione. Riguarda la fiducia sociale e quindi la democrazia. Quando la distinzione tra fatto e finzione perde importanza e ciò che è efficace prende il posto di ciò che è vero, si deteriora il terreno comune sul quale una società può discutere e decidere. Per questo la ricerca della verità richiede verifica delle fonti, responsabilità argomentativa, confronto e relazioni di fiducia.
Da qui l’idea di una «ecologia della comunicazione»: trasparenza dei meccanismi con cui i contenuti vengono selezionati e amplificati, tutela dei dati, giornalismo capace di verifica, luoghi nei quali l’argomentazione prevalga sulla reazione immediata, educazione all’uso critico degli strumenti digitali (§§ 137-138).
È in questo quadro che la scuola assume un ruolo centrale. Il documento individua una sfida sociopolitica, una pedagogica e una «intellettuale e sapienziale». L’IA rende rapidamente inadeguati programmi, organizzazioni, metodi di valutazione e perfino alcuni aspetti della figura dell’insegnante; occorre quindi ripensarli e formare continuamente i docenti, affinché gli studenti imparino a utilizzare le tecnologie in modo responsabile, critico e creativo (§§ 143-145).
Ma la questione più profonda viene subito dopo. Il rischio è un sistema educativo nel quale il flusso delle informazioni sostituisca ricerca, riflessione e discernimento: sapere molte cose senza riuscire a collegarle, comprenderne il senso e costruire un pensiero critico e creativo. Per questo l’enciclica parla persino di «igiene dell’attenzione»: silenzio, studio approfondito, lettura, confronto ponderato (§ 146).
E formula una distinzione particolarmente netta: la scuola non deve inseguire la velocità del digitale. Deve offrire ciò che il digitale, da solo, non può offrire: «tempo condiviso per apprendere e relazioni affidabili» (§ 147).
7. Digiunare dall’IA
Tra le indicazioni dell’enciclica ce n’è una particolarmente insolita: «dobbiamo educarci a digiunare dall’IA». L’espressione compare nel contesto dell’educazione e nasce da una preoccupazione precisa. I processi educativi richiedono tempo, maturazione, confronto con la realtà e un cammino paziente, mentre l’intelligenza artificiale mette a disposizione risposte e sintesi con una velocità e una facilità che possono modificare il nostro stesso modo di conoscere.
Il punto, per l’enciclica, non è soltanto imparare a utilizzare bene questi strumenti. Se «ogni tecnologia educa chi la utilizza», educare all’IA significa anche educare «a decidere quando e per cosa non usarla». La disponibilità immediata di una risposta può infatti indebolire qualcosa che viene prima della risposta stessa: il desiderio di porre domande. È uno dei rischi specifici individuati dal documento: ottenere rapidamente una spiegazione o una sintesi può farci perdere proprio quella ricerca che mette in moto il pensiero.
Per spiegare che cosa rischiamo di perdere, Leone XIV richiama Platone. Le questioni più profonde non si apprendono istantaneamente: richiedono tempo, fatica, discussione e confronto con gli altri. La comprensione nasce da questo lavoro, dallo “sfregamento” tra concetti ed esperienze, fino al momento in cui può scoccare la scintilla della conoscenza. È al termine di questo ragionamento che compare l’invito a «digiunare dall’IA» (§ 140).
L’invito a digiunare dall’IA è accompagnato da una particolare preoccupazione per i giovani. Leone XIV mette in guardia dalla promessa della macchina perfetta e dalla sua capacità di seduzione: il rischio è che, proprio durante la formazione, la facilità con cui la tecnologia produce risposte finisca per far apparire inutile il pensiero umano nei momenti in cui sarebbe più necessario esercitarlo (§ 140).
Il digiuno assume così un significato propriamente educativo. Non è un generico invito alla disconnessione digitale, né un rifiuto dell’intelligenza artificiale. Significa preservare situazioni nelle quali non ricorrere alla macchina proprio perché ciò che conta, in quel momento, non è ottenere più rapidamente un risultato, ma attraversare personalmente il processo necessario per arrivarci. Saper utilizzare l’IA comprende allora anche la capacità di riconoscere quando il suo aiuto rischia di sottrarci un’esperienza che ha valore proprio perché richiede tempo, ricerca e fatica.
La questione posta dall’enciclica è quindi più radicale di una semplice raccomandazione a usare l’IA con moderazione. Riguarda la nostra capacità di mantenere una distanza dallo strumento anche quando esso è immediatamente disponibile e conveniente. Educarsi all’IA significa anche educarsi a non usarla. La domanda che rimane è molto semplice: siamo ancora capaci di scegliere di non farlo?
8. Evitare che la potenza tecnologica diventi potenza distruttiva
Alla fine il discorso sull’IA incontra la forma estrema del potere: la possibilità di decidere sulla vita e sulla morte.
La rivoluzione digitale, osserva l’enciclica, sta cambiando la «grammatica dei conflitti». Alla guerra tradizionale si affiancano attacchi informatici, manipolazione dell’informazione, campagne di influenza e automazione delle decisioni strategiche. L’IA può contribuire alla difesa e alla protezione dei civili, ma può anche rendere più facile il ricorso alla forza, rendere opache le responsabilità e trasformare il nemico in un dato e la vittima in un «danno collaterale» (§§ 182-184).
Il problema tecnologico viene però inserito in un quadro politico più ampio. Leone XIV parla di una «cultura della potenza» nella quale disponibilità dei mezzi e capacità di dominio finiscono per determinare ciò che appare possibile e legittimo. La corsa tecnologica si intreccia così con la competizione economica, geopolitica e militare (§§ 185-188).
A questo si accompagna, secondo il documento, una «normalizzazione della guerra». Il ricorso alle armi, che nell’ordine internazionale costruito dopo la Seconda guerra mondiale avrebbe dovuto rappresentare l’extrema ratio, tende nuovamente a presentarsi come strumento ordinario della politica. Polarizzazione, propaganda, disinformazione e algoritmi che premiano lo scontro contribuiscono anche culturalmente a preparare questo passaggio (§§ 189-192).
La risposta proposta dall’enciclica è quella della «civiltà dell’amore»: un’espressione religiosa che assume però immediatamente una dimensione politica e istituzionale. Significa trasformare l’interdipendenza prodotta dalla tecnologia e dalla globalizzazione in solidarietà scelta, dare forma sociale alla fraternità, costruire strutture di giustizia e considerare l’altro — persona o popolo — non come ostacolo o concorrente da eliminare, ma come parte necessaria del bene comune (§§ 186-187).
Anche qui, dunque, la domanda che attraversa tutta l’enciclica ritorna nella sua forma più radicale: la potenza di cui disponiamo sarà utilizzata per dominare o per costruire?
Strade diverse, domande sorprendentemente vicine
Sono arrivato alla fine di questa lettura con una sensazione che non avevo previsto quando ho iniziato. Molte delle questioni sulle quali insiste Magnifica Humanitas sono le stesse sulle quali, in questi mesi, ho ragionato in questo blog.
Naturalmente non c’è alcun rapporto tra le due cose. Questi articoli sono nati prima che leggessi l’enciclica, da domande, letture ed esperienze differenti. Eppure le coincidenze sono numerose.
Quando l’enciclica insiste sulla necessità di conservare giudizio, autonomia e responsabilità di fronte alla possibilità di delegare sempre più attività alle macchine, ritrovo la domanda che avevo posto ragionando su che cosa possiamo delegare all’IA senza perdere la capacità di imparare a pensare. È il problema che ho affrontato parlando di sovranità cognitiva e chiedendomi se l’IA possa diventare uno scaffolding che ci rende progressivamente autonomi oppure una protesi dalla quale diventiamo dipendenti.
Quando mette in guardia dalla possibilità che la facilità con cui otteniamo risposte e prodotti finisca per indebolire alcune nostre capacità, ritrovo quasi esattamente la domanda che stava dietro a Cosa si perde con l’IA? e alla successiva ricerca di un equilibrio in Guadagnare senza perdere con l’IA?: non stabilire astrattamente se usare o non usare l’IA, ma domandarsi ogni volta che cosa vogliamo che rimanga in noi e di noi.
Quando distingue l’intelligenza umana da quella artificiale e mette in guardia dalla simulazione della relazione, ritrovo le questioni di L’IA «pensa» come una persona? e soprattutto di Quando dimentichiamo che stiamo parlando con una macchina: una macchina può produrre parole straordinariamente appropriate senza che dietro quelle parole ci sia necessariamente qualcuno che comprende, prova, desidera o si assume una responsabilità.
Anche l’attenzione dell’enciclica per educazione, conoscenza e formazione del giudizio attraversa buona parte del lavoro di questo blog. La domanda Con l’IA a scuola dobbiamo sapere di meno?, il confronto tra libro di testo e IA, la riflessione su perché usare l’IA a scuola e, più recentemente, la serie La scuola ai tempi dell’IA nascono tutte dallo stesso problema di fondo: una tecnologia diventa educativamente significativa non perché esiste o perché è potente, ma in relazione a ciò che vogliamo far accadere nelle persone che apprendono.
Quando Leone XIV affronta il transumanesimo e il postumanesimo, ritrovo un’altra questione che ho esplorato, da una prospettiva differente, in Cyberumano. Sta nascendo una nuova forma di essere umano?. Lì mi sono chiesto se dall’interazione stabile tra persona e IA possa emergere un sistema dotato di capacità che nessuna delle due possiede separatamente. Non è la prospettiva dell’enciclica, ma è un altro modo di interrogarsi su che cosa possa diventare l’essere umano nel rapporto con la tecnologia.
Persino l’invito a digiunare dall’IA, che mi ha particolarmente colpito, incontra qualcosa che avevo formulato in termini completamente diversi. In Guadagnare senza perdere con l’IA? avevo distinto tre possibilità: «l’IA lo fa per me», «lo faccio con l’IA» e «lo faccio io», lasciando intenzionalmente aperto uno spazio nel quale scegliere di non utilizzare la macchina. Una preoccupazione che ritorna, attraverso la metafora di Ulisse, in Le sirene non smettono più di cantare: come beneficiare di una tecnologia straordinariamente seducente senza lasciare che la sua convenienza decida al posto nostro che cosa continuare a fare personalmente?
Potrei continuare.
Non ricavo da queste coincidenze una convergenza tra visione cattolica e visione marxista, e tanto meno una loro equivalenza. Sarebbe attribuire loro ciò che non dicono. Mi sembra però interessante constatare che, partendo da antropologie, linguaggi e tradizioni molto lontane, si possa finire davanti ad alcune delle stesse domande.
Forse perché, prima ancora di essere cattoliche, marxiste, laiche o religiose, alcune domande poste dall’intelligenza artificiale riguardano semplicemente che cosa vogliamo fare della nostra umanità quando una macchina può fare sempre più cose al posto nostro.
La fonte originale
Leggere l’enciclica
Magnifica Humanitas
Questo articolo propone una lettura tematica dell’enciclica. Il testo integrale permette di approfondire, verificare i riferimenti e confrontarsi direttamente con il documento.
Leone XIV · 15 maggio 2026

