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	<title>Apprendere (con e senza le tecnologie) &#187; nativi digitali</title>
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	<description>Blog di Gianni Marconato</description>
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		<title>Ci hanno fregati e sono diventati trasparenti</title>
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		<pubDate>Sun, 06 Mar 2011 09:11:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gianni Marconato</dc:creator>
				<category><![CDATA[Didattica]]></category>
		<category><![CDATA[Insegnanti]]></category>
		<category><![CDATA[nativi digitali]]></category>
		<category><![CDATA[tecnologie didattiche]]></category>
		<category><![CDATA[tecnologie trasparenti]]></category>

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		<description><![CDATA[Mentre noi eravamo tutti intenti a declamare i nativi digitali e a domandarci se esistono o meno, loro, facendo il proprio mestiere di nativi, se ne sono fregati delle nostre pippe tecnologiche e le hanno usate. Per fare tutto quello quello che a loro serviva, per fare tutto quello che per loro aveva un senso. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.giannimarconato.it/wp-content/uploads/2011/03/MDA_n7.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-1758" title="MDA_n7" src="http://www.giannimarconato.it/wp-content/uploads/2011/03/MDA_n7-200x300.jpg" alt="" width="200" height="300" /></a></p>
<p>Mentre noi eravamo tutti intenti a declamare i <em>nativi digitali</em> e a domandarci se esistono o meno, loro, facendo il proprio mestiere di nativi, se ne sono fregati delle nostre pippe tecnologiche e le hanno usate. Per fare tutto quello quello che a loro serviva, per fare tutto quello che per loro aveva un senso.</p>
<p>Tecnologie per comunicare? Tecnologie per giocare? Noooooooooooo Solo comunicazione, solo gioco.</p>
<p>Ogni giocattolo dopo poco, lo abbiamo visto tutti quando abbiamo avuto a che fare con i bambini piccoli, stanca, si dimentica o si butta e se ne prende un altro. L&#8217;importante è giocare, divertirsi. Il giocattolo è un mero strumento per il piacare del gioco.</p>
<p>A suon di rigirare tra le mani telefonini, tastiere, mouse, monitor toccabili o no, le  tecnologie, per loro, si sono smaterializzate e, come dice chi la sa lunga, sono diventate trasparenti. Passata la curiosità per le novità presenti nel nuovo strumento ci si immerge nell&#8217;uso e menco ci si accorge della loro esistenza. Come il pesce, dell&#8217;acqua.</p>
<p>Le tecnologie in quanto tali  hanno perso il loro valore e ciò che conta è, per i <em>nativi</em>, ciò che con quelle si può fare.</p>
<p>Se questo fenomeno non è ancora  di massa ed è visibile (forse) in un numero limitato di casi , la strada della &#8220;trasparenza&#8221; tecnologica è imboccata. E con essa il disinteresse per la &#8220;tecnologie&#8221;, per lo strumento.</p>
<p>E noi, in questo caso sì, immigrati ma anche emigrati, ancora a disputare del senso delle tecnologie. Se fanno bene, se fanno male, se vanno proibite, se vanno esorcizzate, se si deve educare all&#8217;uso (sempre responsabile) se &#8230; se &#8230; se &#8230;</p>
<p>Lo strumento conta sempre di meno per tutti quelli che sono immersi nel digitale a favore del cosa abilita, del suo uso, del suo significato. Dobbiamo prenderne atto.</p>
<p>Vi  immaginate lo sconforto di tanti insegnanti che speravano di aver trovato nelle tecnologie la chiave di volta per agganciare i <em>nativi</em> e trovarsi con un pugno di mosche &#8230; analogiche e con i problemi di sempre? Ve le immaginate le loro facce sconvolte di fronte alla prova che il dio-tecnologia non esiste? Dopo averci costruito una religione con tutti i suoi riti ed i suoi amuleti &#8230;.</p>
<p>E che diremo loro, noi esperti/guru della didattica con le tecnologie, dopo averli convinti ad usare le tecnologie che parlano il loro linguaggio? Di usare le tecnologie per incuriosirli, per interessarli, per superare la noia, per farli imparare divertendosi? Noi che ci siamo inventati i nativi digitali per piazzare loro una lavagna meccanica? Noi che li abbiamo illusi di fare didattica interattiva solo perchè spostavano col dito un oggetto su una lavagna armata di software?</p>
<p>Immagino stormi di insegnanti, in depressione digitale, buttarsi dal tetto della scuola. Non dopo di aver preso a calci nel &#8230; tanti imbonitori e commercianti ed avergli tirato addosso le loro lim, i loro laptop, i loro iPad, i loro ebook ed i loro reader&#8230;.</p>
<p>Quelli che sopravviveranno alla depressione post-digitale riprenderanno a sedersi accanto ai loro studenti e riprenderanno ad ascoltarli e a pensare a quali strategie didattiche utilizzare per aiutarli ad apprendere. Riprenderanno ad assumere sulle proprie spalle la responsabilità dei risultati senza più pensare alla scorciatoia tecnologica.</p>
<p>Usando, perchè no, anche le tecnologie. Ma non perchè parlano il loro linguaggio o per farli divertire o per combattere la noia o il disinteresse per una didattica priva di senso. E, magari, le useranno per aiutare gli studenti a pensare meglio, a ragionare, ad articolare il pensiero, a riflettere, a collaborare, a costruire, a rappresentare ciò che sanno &#8230;.</p>
<p>&#8212;</p>
<p>Immagine da http://www.mariedargent.com</p>
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		<title>Nativo digitale, uno stereotipo dannoso</title>
		<link>http://www.giannimarconato.it/2011/03/nativo-digitale-uno-stereotipo-dannoso/</link>
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		<pubDate>Thu, 03 Mar 2011 17:59:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gianni Marconato</dc:creator>
				<category><![CDATA[nativi digitali]]></category>

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		<description><![CDATA[Non solo il nativo digitale non esiste (ne è mai esistito) ma l&#8217;uso a-critico e a-riflessivo del termine ha generato un dannoso stereotipo che ha ingabbiato i giovani con etichette inutili ed esonerato noi educatori e genitori dall&#8217;ascolto autentico e dalla comprensione delle caratteristiche distintive di questa generazione. A questa conclusione sono giunto attraverso una [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.giannimarconato.it/wp-content/uploads/2011/03/11_26-4-08-16-Copia.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-1743" title="11_26-4-08-16 - Copia" src="http://www.giannimarconato.it/wp-content/uploads/2011/03/11_26-4-08-16-Copia-265x300.jpg" alt="" width="212" height="239" /></a></p>
<p><strong><span style="color: #ff6600;">Non solo il nativo digitale non esiste (ne è mai esistito) ma l&#8217;uso a-critico e a-riflessivo del termine ha generato un dannoso stereotipo che ha ingabbiato i giovani con etichette inutili ed esonerato noi educatori e genitori dall&#8217;ascolto autentico e dalla comprensione delle caratteristiche distintive di questa generazione.</span></strong></p>
<p>A questa conclusione sono giunto attraverso una riflessione portata avanti in  rete da tempo passandoci la palla tra diversi blog e, più recentemente, interagendo in modo ricco e costruttivo in Facebook.</p>
<p>Riepilogo brevemente i termini della questione:</p>
<ul>
<li>Nel 2001 Mark Prensky pubblica due paper  &#8220;Digital Natives, Digital Immigrants&#8221; (1 &#8211; 2) attraverso i quali lancia il fortunato slogan (perchè di slogan, lo dirà la storia, si tratta) &#8220;Nativo Digitale&#8221;  cui fa da pandant &#8220;Immigrante Digitale&#8221;</li>
<li>L&#8217;idea sottesa è che l&#8217;avvento delle tecnologie digitali abbia formato due distinti gruppi sociali  su base anagrafica i quali si differenziano per le loro pratiche e per i loro atteggiamenti proprio a causa dell&#8217;uso delle tecnologie digitali</li>
<li>L&#8217;immersione nel digitale dei &#8220;nativi&#8221; non solo caratterizza  la loro pratica (individuale e sociale)  ma anche il loro sistema neuronale e cognitivo</li>
<li>La conclusione è che il giovane/nativo è diverso dall&#8217;adulto/immigrante e va considerato (per la scuola, ad esempio) a causa del &#8220;digitale&#8221; in modo coerente, cioè con approcci diversi</li>
</ul>
<p>La problematica presenta, a mio avviso, almeno <span style="color: #ff0000;"><strong>quattro temi</strong></span>:</p>
<p><span style="color: #ff0000;"><strong>1) La concettualizzazione di &#8220;Nativo digitale&#8221; è stata generata senza alcun studio o ricerca rigorosi</strong></span></p>
<p>Mark Prensky era (all&#8217;epoca) ed è un imprenditore di giochi digitali ed era conosciuto come un &#8220;visionario&#8221;. Nativo digitale è stata una fortunata espressione a forte presa emotiva e mediatica (specie perchè associata a quella di  &#8220;immigrato digitale&#8221;) priva di alcun fondamento rigorso (non dico &#8220;scientifico&#8221;) e basata su qualche sporadica  e superficiale ossevazione, su ciò che, visionariamente, sarebbe potuto accadere e con ardite (e scorrette)  trasposizioni di risultati della ricerca neurofisiologica e di psicologia sociale (fatte in contesti differenti)  nell&#8217;ambito delle pratiche con le tecnologie digitali.</p>
<p><strong><span style="color: #ff0000;">2) Gli eventi di questi 10 anni post Prensky hanno dimostrato come quella concettualizzazione fosse debole e priva di alcun riscontro seppur empirico</span></strong></p>
<p>Molti furono perplessi di fronte a quella tipicizzazione dei giovani sulla base della loro immersione  digitale come lo furono nel riconoscere differenze sostanziali tra giovani e adulti anche nell&#8217;uso delle tecnologie digitali. Numerosi insegnanti (vedi i post nei blog e le discussioni su Facebook) testimoniano che anche se tutti i ragazzi usano le tecnologie digitali sono pochi quelli che ha hanno una padronanza tecnica estesa e competente e che gli usi che ne fanno sono spesso focalizzati sulla comunicazione e sul gioco. Limitate competenze tecniche e limitati utilizzi, scarsa consapvolezza.</p>
<p>Risulta, inoltre, evidente che le pratiche d&#8217;uso dei dispositvi digitali attivate dei così detti &#8220;nativi&#8221; sono le stesse attivate dagli &#8220;immigrati&#8221;, quindi nesuna discriminante può essere introdotta avendo come base l&#8217;anagrafe.</p>
<p><strong><span style="color: #ff0000;">3) L&#8217;uso inconsapevole di una  concettualizzazione debole ha generato uno stereotipo che, come tutti gli stereotipi, non aiuta a comprendere e fa danni</span></strong></p>
<p>Il termine &#8220;nativo digitale&#8221; ha fatto presa sull&#8217;immaginario di tanta gente al punto che un&#8217;entità inesistente ha cominciato ad acquisire corporeità, materialita &#8230; et voilà &#8230; il nativo digitale ha cominciato ad esistere, a vivere di vita propria. Come un ectoplasma arrivato dalle profondità siderali. Ed esistendo ha cominciato a turbare il sonno di tanti genitori e di tanti insegnanti. Come farò a gestire il ND? Come farò a relazionarmi con lui che ne sa molto di più di me? Con uno che è profondamente diverso da me? &#8230;. e così si attribuiscono al nuovo mostriciattolo pratiche &#8220;magiche&#8221;, si suppongono  mutazioni (genetiche) a livello corticale. Si inizia a guardarlo con sospetto,facendo del suo uso del digitale il tutto del suo essere e del suo fare; si inizia a pensare a strategie per domesticarlo a pratiche pre-digitali o a ingabbiarlo nei sui dispositivi digitali. Aderendo a visioni stereotipate ci si impedisce di osservarlo, di ascoltarlo nella sua autenticità e nella sua totalità o si fa della sua &#8220;diversità&#8221; un motivo per assolverci dalle nostre incapcità a relazionarci positivamente con le nuove generazioni attribuendo a loro caratteristiche inesistenti.</p>
<p><span style="color: #ff0000;"><strong>4) Rimangono aperte tre questioni rilevanti: come relazionarsi (in tutti contesti sociali e anche a scuola) con le nuove generazioni; quale, se c&#8217;è, un impatto cognitvo delle tecnologie digitali e di internet, come usare le tecnologie digitali e la rete per migliorare i processi cognitivi e l&#8217;apprendimento</strong></span></p>
<p>Di certo le nuove generazioni sono diverse dalle precedenti. Come è sempre stato. Di certo le nuove generazioni usano gli strumenti che hanno a loro disposizione. Come sempre, sotto tutte le latitudini, dentro tutte le culture. Gli artefatti culturali, tecnici e cognitivi danno forma alle pratiche delle comunità in cui le persone interagiscono tra di loro e con gli artefatti. Queste nuove pratiche vanno comprese con l&#8217;attenzione che queste non sono determinate solo dagli strumenti presenti nel contesto ma anche da tante altre variabili culturali e sociali. E&#8217; o non è cambiata la famiglia in questi anni?  Sono o non sono cambiati il concettti di ubbidienza, autorità, dovere? Sono o non sono cambiati i modelli sociali e culturali dominanti? E vogliamo considerare le nuove generazioni solo perchè usano device digitali?</p>
<p>Per lo specifico dell&#8217;impatto cognitivo e neuronale del digitale si dovrebbero condurre specifiche ricerche e fatte in modo rigoroso. E non estendere, come ha fatto Presnsky nel 2001, i risultati di ricerche in contesti diversi, all&#8217;impatto del digitale. Scorretto dal punto di vista del metodo e della sostanza. E si è visto.</p>
<p>Nella sua marcia in dietro, Prensiky, (2009), ritendo inadeguate le concettualizzazioni del 2001, ne propone un&#8217;altra (saggezza digitale) su cui non i dilungo se non associandomi ha quanto ha già scritto Rivoltella affermando che quanto secondo P. dovrebbe andare sotto il concetto di saggezza digitale è già e da tempo negli obiettivi della Media Education. Nella nuova  formulazione del proprio pensiero mi convince il passaggio di P. dal considerare le tecnologie digitali come agenti attivamente sulla persona, che diventerebbe passiva recepitrice, a vedere un ruolo attivo della persone che le usa e le usa per potenziare le proprie capacità cognitive. In questa prospettiva si potrebbe ricorrere ai lavoro della psicologia cognitivista di questi ultimi 20 &#8211; 30 anni e a quelli di impronta costruttivistico-sociale. Magari rispolverando i &#8220;vecchi&#8221; lavori di Jonassen sulle tecnologie come strumenti cognitivi e su tante altre concettualizzazioni che integrano processi cognitivi e tecnologie (la Flessibilità Cognitiva e gli Ipertesti per la Flessibilità Cognitiva, il Case-based Reasoning di Kolodner e di Schank, le architetture per l&#8217;apprendimento di quest&#8217;ultimo  eccc&#8230;.).</p>
<p>Per concludere.<strong><span style="color: #ff6600;"> Tranquilizziamoci: il nativo digitale non è mai esistito e rimbocchiamoci le maniche per interagire efficacemente con le nuove generazioni che sono, come è giusto sia e come è sempre stato, diverse da quelle precedenti.</span></strong></p>
<p>&lt;&lt;&lt;&lt;&lt;&lt;&lt;</p>
<p><span style="color: #008000;"><strong>Breve storia (o cronaca?) del dibattito in rete sui &#8220;nativi digitali&#8221;. Appunti per una memoria &#8220;storica&#8221;</strong></span></p>
<p>Inizia (si fa per dire perchè il discorso non ha un inzio e, forse, neppure una fine)  <strong>Antonio Fini</strong> con &#8220;Il mito dei nativi digitali&#8221; http://www.fininformatica.it/wp/il-mito-dei-nativi-digitali /</p>
<p>Rimpallo io nel marzo 2009  con &#8220;I nativi digitali non esistono&#8221; http://www.giannimarconato.it/2009/03/i-nativi-digitali-non-esistono-parte-seconda/</p>
<p>Rilancio nuovamente dopo poco con &#8220;Questione digitale vs. questione educatica&#8221;  http://www.giannimarconato.it/2009/04/questione-digitale-vs-questione-educativa/</p>
<p><strong>Lorenza Boninu</strong> dice la sua con &#8220;IO sono una tardiva digitale&#8221;  in http://contaminazioni.splinder.com/post/20591399/Io,+una+tardiva+digitale</p>
<p>Più recentemente ne parlanano</p>
<p><strong>Pier Cesare Rivoltella</strong> che analizza la &#8220;retromarcia&#8221; (termine mio) di Prensky in http://piercesare.blogspot.com/2010/10/da-marc-prensky-marc-prensky.html</p>
<p><strong>Paolo Beneventi</strong> con &#8220;Genarazione iStupid. Tardivi, guru e rintronati digitali&#8221;  in http://bambinioggi.blogosfere.it/2011/02/generazione-istupid-tardivi-guru-e-rintronati-digitali.html</p>
<p>In Facebook un paio di discussioni chiariscono, attualizzanadola, la questione.</p>
<p>Un mio status &#8220;Sto  maturando la convinzione che &#8216;sta storia dei nativi digitali sia una  gran bufala buona per fare conferenze, scrivere libri ma non per  lavorare a scuola&#8221; in http://www.facebook.com/#!/gianni.marconato/posts/10150112590063513</p>
<p>Uno status di Paolo Benvenuti http://www.facebook.com/#!/paolo.beneventi/posts/157690257619676?cmntid=157993540922681</p>
<p>La retromrcia di <strong>Marc Prensky</strong></p>
<p>http://www.innovateonline.info/pdf/vol5_issue3/H._Sapiens_Digital-__From_Digital_Immigrants_and_Digital_Natives_to_Digital_Wisdom.pdf</p>
<p>Una bella lettura incrociata http://www.apogeonline.com/webzine/2010/11/24/oltre-nativi-e-immigrati-nuovi-profili-digitali</p>
<p>I due contributi &#8220;storici&#8221; di Prensky</p>
<p>1.  http://www.twitchspeed.com/site/Prensky%20-%20Digital%20Natives,%20Digital%20Immigrants%20-%20Part1.htm</p>
<p>2. http://www.twitchspeed.com/site/Prensky%20-%20Digital%20Natives,%20Digital%20Immigrants%20-%20Part2.htm</p>
<p>Andrebbe considerato il recentissimo &#8220;Nativi Digitali&#8221; di <strong>Paolo Ferri</strong> del quale ho letto solo la prefazione (presente on-line) e che da quel che leggo (la sua prefazione)  mi pare un libro uscito in ritardo di almeno 10 anni perchè insiste sui concetti primordiali di Prensky sulla differenza tra giovani e non più giovani dove solo i primi hanno consuetudine con gli strumenti e con le pratiche digitali. Posizione rigettata (due anni fa) dallo stesso Prensky. Esco a comperarlo e magari ne parlo più diffusamente.</p>
<p>&lt;&lt;&lt;&lt;&lt;&lt;</p>
<p>Sono debitore di queste mie riflessione ai fruttuosi scambi online con le amiche e gli amici Alberto Ardizzone, Paolo Benvenuti, Barbara Bevilaqua, Lorenza Boninu, Vincenzo Caico, Gianluigi Cogo, Manuela Duca, Antonio Fini, Cristina Galizia, Paola Limone, Lorena Luperto, Maria Grazie Fiore,  Elisa Fonnesu, Simonetta Sandra Maestri, Paola Pepe, Natalia Vissalli, Gabriella Zonno. Anche se non su posizioni condivise. Come dire: la ricchezza di punti di vista differenti. Grazie.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Sono razzista (anagrafico)</title>
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		<pubDate>Mon, 22 Mar 2010 15:45:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gianni Marconato</dc:creator>
				<category><![CDATA[nativi digitali]]></category>
		<category><![CDATA[Giovanni Sartori]]></category>
		<category><![CDATA[Homo zappiens]]></category>

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		<description><![CDATA[http://www.mariedargent.com Si, lo devo ammettere. Sono razzista anagrafico, una persona, cioè, che discrimina sulla base dell&#8217;età dell&#8217;altro. Affermo che chi ha superato una certa età, facciamo 60 (io ci sto fuori ancora per poco), non dovrebbe parlare dei giovani d&#8217;oggi. Troppo lontano; non li può proprio capire. Li legge solo con il metro, scassato, della [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="http://www.giannimarconato.it/wp-content/uploads/2010/03/MDA-12.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-1367" title="MDA-12" src="http://www.giannimarconato.it/wp-content/uploads/2010/03/MDA-12-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a></p>
<p style="text-align: right;">http://www.mariedargent.com</p>
<p>Si, lo devo ammettere. Sono razzista anagrafico, una persona, cioè, che discrimina sulla base dell&#8217;età dell&#8217;altro.</p>
<p>Affermo che chi ha superato una certa età, facciamo 60 (io ci sto fuori ancora per poco), non dovrebbe parlare dei giovani d&#8217;oggi. Troppo lontano; non li può proprio capire. Li legge solo con il metro, scassato, della sua esperienza; li vede solo come differenza &#8211; sottrattiva &#8211; con un modello ideale, quello del secolo scorso.</p>
<p>Leggo, sempre via Facebook, questa volta con l&#8217;assist di Simona Martini.</p>
<p>Questa volta il malcapitato è una persona che apprezzo per la lucidità che dimostra quando razzola nel suo cortile, ma quando esce &#8230; Si tratta del politologo Giuseppe Sartori che nel Corriere della Sera sotto il titiolo <a href="http://www.corriere.it/editoriali/10_marzo_22/giovanni_sartori_sconnessi_e_somari_1cbe80ba-3579-11df-bb49-00144f02aabe.shtml" target="_blank">Sconnessi e somari</a> parla dell&#8217;Homo Videns e dell&#8217;Homo Zappiens prendendo lo spunto da un recente libro di Tullio De Mauro secondo le cui ricerche e analisi il 70&#8242;% degli italiani sarebbe pressochè analfabeta o analfabeta di ritorno. Colpa di chi? Sartori dice</p>
<blockquote><p>Perché siamo arrivati, o scesi, a tanto? Quasi tutti puntano il dito  sullo sfascio della scuola, a tutti i livelli. Perché è la scuola che  dovrebbe «alfabetizzare ». Sì, ma <strong><span style="color: #ff6600;">chi ha sfasciato la scuola?</span></strong> Alla  fonte, e più di ogni altro, <strong><span style="color: #ff6600;">sono stati i pedagogisti</span>,</strong> il «novitismo  pedagogico», i diseducatori degli educatori. E poi, s’intende, tanti  altri: il sessantottismo demagogico dei politici, e anche la marea  dilagante delle famiglie Spockiane (illuminate dal permissivismo a gogo  del celebre dottore Benjamin Spock).</p></blockquote>
<p>E qui sento tanto il già citato signor Israel: <strong><span style="color: #ff0000;">la scuola è stata sfasciata dai pedagogisti, diseducatori degli educatori</span></strong>. Non credo ai miei occhi!</p>
<p>Già l&#8217;Homo Vivens (trattato in uno suo libro) è un mezzo disabile socio-psico-cognitivo (termie mio) in quanto</p>
<blockquote><p>Al limite, l’homo videns sa soltanto se vede e soltanto di quel che  vede. Il che equivale a una perdita colossale delle nostre capacità  mentali.</p></blockquote>
<p>E,  a guardare tanta televisione odierna. non gli si può dare torto. Ma il vero pezzo forte arriva subito dopo. Udite udite:</p>
<blockquote><p>Invece la teoria dell’homo zappiens trasforma questa perdita in  una  glorificazione, in un annunzio di nuovi e gloriosi destini</p></blockquote>
<p>Prima di proseguire ricordo che la formuletta Homo Zappiens è stata coniata anni fa (il libro è del 2006) da Win Veen ad indicare il comportamento del giovane che cresce nell&#8217;era digitale. Un&#8217;analisi ben condotta, rigorosa, documentata. Un&#8217;analisi, appunto, non un giudizio!</p>
<p>Dunque, secondo Sartori, lo zapping dovrebbe &#8211; secondo i suoi fans &#8211; migliorare il sistema cognitivo delle persone consentendo loro di fare tante cose contemporaneamente, il multitasking. Altra categoria stra-abusata. Ma stanno davvero cos&#8217; le cose? Il mutitasking migliora davvero le prestazioni delle persone?</p>
<blockquote><p>Davvero? Io direi, invece, che così <span style="color: #ff6600;"><strong>veniamo abituati alla  «sconnessione »</strong></span>, a un saltare di palo in frasca che equivale <strong><span style="color: #ff6600;">alla  distruzione della logica</span></strong>, della capacità logica di pensare una cosa alla  volta, di mettere questa scomposizione analitica in sequenza, e  nell’accertare se un rapporto prima-dopo sia anche un rapporto causa-  effetto.</p></blockquote>
<p>Questo pensiero porta Sartori a emettere il giudizio finale</p>
<blockquote><p><span style="color: #ff0000;"><strong>I</strong></span><span style="color: #ff0000;"><strong>l progresso della tecnica è inevitabile.Ma deve essere  contrastato quando produce l’homo stupidus stupidus.</strong></span></p></blockquote>
<p>L&#8217;<strong><span style="color: #ff0000;">Homo Stupidus</span></strong>; ecco il prodotto dei nostri tempi, della tecnologia, della rete, dei pedagogisti contemporanei .</p>
<p>In un crescendo di sottile argomentazione arriva la conclusione del Nostro</p>
<blockquote><p>Sempre più i ragazzi di oggi vivono per 12 ore al giorno in  «iperconnessione » e così, anche, in «sconnessione». Sono giustamente  disgustati dalla politica. Ma dovrebbero anche essere disgustati di se  stessi. Cosa sapranno combinare da grandi?</p></blockquote>
<p>Destino inglorioso quello che hanno in sorte i nostri ragazzi:<strong> <span style="color: #ff0000;">da grandi non saranno in grado di combinare nulla e più che essere disgustati dalla politica dovrebbero essere disgustai da loro stessi!</span></strong><span style="color: #ff0000;">!!! </span></p>
<p>Ma come si fanno a dire queste bestialità?</p>
<p>Ecco perchè a chi non ha (più) l&#8217;età &#8230;  dovrebbe starsene zitto e non parlare di cose che stanno troppo in avanti &#8230;.</p>
<p>Con tutto il rispetto (dico sul serio) per il Prof. Giovanni Sartori. Quando fa il politologo ma non quando fa il futurologo.</p>
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		<title>Come apprende un &#8220;nativo&#8221; digitale. Una testimonianza</title>
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		<pubDate>Tue, 05 Jan 2010 09:18:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gianni Marconato</dc:creator>
				<category><![CDATA[Apprendimento]]></category>
		<category><![CDATA[Insegnamento]]></category>
		<category><![CDATA[Insegnanti]]></category>
		<category><![CDATA[nativi digitali]]></category>
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		<description><![CDATA[Eugenio &#8220;esposto&#8221; al PC fin dalla più tenera età I miei dubbi sull&#8217;esistenza dei &#8220;nativi digitali&#8221; l&#8217;ho espressa più volte anche in questo blog giungendo alla conclusione (vedi anche il paper pubblicato nel post precedente) che se proprio vogliamo usare questa espressione, la dobbiamo prendere alla leggera e, in senso lato, per identificare lo studente [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.giannimarconato.it/wp-content/uploads/2010/01/eupc2.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-1066" title="eupc2" src="http://www.giannimarconato.it/wp-content/uploads/2010/01/eupc2-300x196.jpg" alt="" width="300" height="196" /></a></p>
<p style="text-align: right;"><em>Eugenio &#8220;esposto&#8221; al PC fin dalla più tenera età</em></p>
<p>I miei dubbi sull&#8217;esistenza dei &#8220;nativi digitali&#8221; l&#8217;ho espressa più volte anche in questo blog giungendo alla conclusione (vedi anche il paper pubblicato nel post precedente) che se proprio vogliamo usare questa espressione, la dobbiamo prendere alla leggera e, in senso lato, per identificare lo studente d&#8217;oggi alle prese con la scuola del passato (non possiamo certamente definire&#8221; contemporanea&#8221; la scuola che questi studenti frequentano). Nulla, quindi, di correlato al &#8220;digitale&#8221; in senso stretto in quanto questi &#8220;nativi&#8221; sono portatori di tematiche che hanno radici ben più profonde di quelle del digitale e non sempre correlata alla &#8220;questione digitale&#8221; che è solo una di quelle tematiche.</p>
<p>Voglio qui portare un&#8217;esperienza vissuta su come apprende un ragazzo d&#8217;oggi, su come questo affronta &#8220;compiti di apprendimento&#8221; e sui risultati che ottiene.</p>
<p>Qui di seguito racconto di Eugenio (che di cognome fa Marconato avendo come padre il sottoscritto), 17 anni e mezzo, IV liceo scientifico, alle prese con una sua recente fatica.</p>
<p>Eu, che bazzzica dalle parti del PC fin da piccino,  passa ore e ore a &#8220;lavorare&#8221; con il computer. Cazzeggia, gioca, intreagisce, scarica (di tutto, di più), sperimenta, sfascia hardware e software, importa i virus più impensati (tanto che, dopo avermi rovinato non poche ore del mio lavoro, da qualche anno abbiamo di HD separati)&#8230;.. Ma Eu è anche curioso ed un tantino &#8211; troppo &#8211; audace e si butta in imprese al limite dell&#8217;impossibile, date le sue conoscenze informatiche. Eu è, anche, caparbio e vuole,  a tutti i costi, venire a capo dei misteri dell&#8217;informatica e non si rassegna a darla vinta al computer.</p>
<p>Tra i suoi libri vedo anche qualche testo di informatica e non solo del genere &#8220;divulgativo&#8221;. Immagino li legga e non guardi solo le figure&#8230;.</p>
<p>Eu è spesso interpellato dai suoi amici per risolvere loro problemi con l&#8217;informatica, per aprire porte chiuse, per risparmiare qualche liretta, per avere dritte su dove trovare in rete quel programmino che &#8230;., per fare buoni acquisti. E, per questo, più di qualche pizza non gli è costata nulla. Non so se questa sua abilità sia apprezzata anche da qualche amichetta &#8230;..</p>
<p>Da quache mese Eu mi stava stressando perchè, a suo dire, era ora che cambiassimo il PC &#8220;ufficiale&#8221; (quello che troneggia sulla scrivania di quello che una volta era mio studio e che ora è &#8220;mio&#8221; solo quando il genio lo lascia libero). Troppo vecchio, poco performante, con componenti di bassa qualità, frutto di una truffa perpetrata ai miei danni dal computeraio (così lui lo chiama) di fiducia.</p>
<p>Da mesi Eu divora riviste d&#8217;informatica; prende appunti, dimora in pianta stabile nei siti dei venditori online di materiali informatici, frequenta forum, legge, domanda&#8230;.. E compila tabelle di confronto.</p>
<p>Finalmente, pochi giorni fa, mi presenta il suo &#8220;progetto&#8221; per il nuovo PC: componenti, prestazioni, prezzi, venditori &#8230;.;</p>
<p>Eu vuole che io acquisi tutti quei pezzi e vuole essere lui ad assemblarli. La mia prima risposta è un no. Sonoro. Deciso. Inappellabile.</p>
<p>Fino a quel giorno avevo attribuito al giovine notevoli competenze nello smontaggio, nello sfasciare anche pregiati elettronici pezzi di casa, nel &#8220;bruciare&#8221; componenti per errati collegamenti all&#8217;alimentatore&#8230;.e la mia perplessita era più che giustificata.</p>
<p>Ma lui si dchiara convinto di farcela e mi passa tutta una serie di informazioni su come ha fatto ad arrivare alla proposta che mi lasciano a bocca aperta e che mi fanno intravedere un&#8217;esile possibilità che ce la possa fare.</p>
<p>Acconsento alla richiesta non prima di aver stipultato con lui un &#8220;contratto&#8221; che prevede, in caso di insuccesso, il rimborso di 500 (degli 800) euro presi dai suoi risparmi (= miei finanziamenti).</p>
<p>Fase 1: ordinativo. Mi vuole al suo fianco e, pezzo per pezzo e a supporto della sua (argomentata e consapevole)  scelta, mi fa vedere le differenti opzioni in termini di tipologia del prodotto, prestazioni, consumi, prezzo, venditore considerato&#8230; . mi fa leggere pareri desunti da vari forum di smenettatori&#8230; mi parla, anche, della compatibilità dei componenti, dei &#8220;colli di bottiglia&#8221; che si potrebbero creare, dell&#8217;importanza di un buon alimentatore, di un case ben ventilato .. Considerato che ha deciso di fare le comprere presso tre differenti fornitori e che paghiamo (pago) con carta di credito, mi fa vedere di aver controllato anche l&#8217;affidabilità degli stessi girando tra più comminty di utenti. Suggerisce, infine, di pagare attraverso PayPal come forma di sicurezzza aggiuntiva.</p>
<p>Fase 2: Montaggio. Qui vuol fare tutto da solo e mi tiene a  debita distanza. Si accorda con un amico che ha lavorato qualche mese da un computeraio per un aiuto ma per un contrattempo, si decide a fare il lavoro da solo. Il salone di casa disseminato di imballaggi, di viti. di cavi, di fogli delle istruzioni &#8230; e lui a trafficare eccitato attrorno alla scatola nera che un po&#8217; alla volta si riempie di pezzi, di cavi &#8230;. Tra imprecazioni irriferibili, esclamazioni di compiacimento,  urla di gioia, consultazione delle istruzioni, di community online .. un andirivieni continuo tra risorse online e su carta.</p>
<p>Poi il fatidico momento del collegamento del tutto alla presa di corrente e il marchingeno testè assemblato  &#8230; si accende ( e, con mio momentaneo sollievo, non sento odore di bruciato, non vedo vedo fumo uscire ..) e sembra funzionare. Caricato il programma operativo (rigorosamnte free anche se non open source), si testa il funzionamento. Qualcosa non va  .. il cassettino del HD (HD separati, of course) non viene &#8220;visto&#8221; dal sistema &#8230; Riparte il rosario di imprecazioni &#8230; consultazioni affannose di carta, web, carta, web  &#8230; dopo la mezzanotte, un Eu raggiante e visibilmente soddisfatto, annuncia che tutto funziona &#8230;.</p>
<p>E io sono qui a scrivere questo post dal nuovo pc.</p>
<p>Oltre la cronaca, cos&#8217;altro ci dice questa storia? Proviamo a leggerla in termi di compiti di apprendimento.</p>
<p>Io, ad Eu, ho insegnato nella notte dei tempi ad accendere il pc, a scrivere qualche parola in word, ad entrare in internet &#8230;.. per il resto ha imparato tutto da solo.</p>
<p>Ha imparato:</p>
<ul>
<li>perchè interessato al tema</li>
<li>risolvendo problemi propri e di altri amici</li>
<li>per rimediare ai propri errori</li>
<li>identificando le proprie carenze e  le tematiche da approfondire</li>
<li>ricercando, valutando e selezionando risorse presenti nel suo ambiente (testi a stampa, sul web, &#8230;)</li>
<li>domandando a chi ne sapeva di più</li>
<li>facendosi carico del prorio apprendimento</li>
</ul>
<p>Ha &#8220;studiato&#8221;:</p>
<ul>
<li>senza che nessuno gli chiedesse di farlo</li>
<li>con impegno</li>
<li>con determinazione</li>
<li>responsabilmente</li>
<li>leggendo libri</li>
<li>prendendo appunti</li>
<li>dedicandovi parecchio tempo</li>
<li>approfondendo</li>
<li>riflettendo</li>
</ul>
<p>Eppure Eugenio, al pari di tanti suoi consimili, è considerato dalla scuola:</p>
<ul>
<li>uno che non studia e non sa studiare</li>
<li>che quando studia,  la fa il minimo necessario</li>
<li>poco interessato ad imparare</li>
<li>sbrigativo</li>
<li>superficiale</li>
<li>dedito solo all&#8217;azione</li>
<li>poco o nulla riflessivo</li>
<li>con la testa tra le nuvole</li>
<li>uno a cui non interessa ottenere &#8220;risultati&#8221;</li>
<li>immaturo</li>
<li>incapace di assumersi responsabilità</li>
<li>dedito solo al gioco</li>
</ul>
<p>Ma, allora, perchè Eugenio ha imparato? Eugenio, a dispetto delle diagnosi ufficiali,  ha imparato perchè:</p>
<ul>
<li>ha avuto un ruolo attivo</li>
<li>ha potuto governare il processo</li>
<li>ha usato quello che ha imparato</li>
<li>ha avuto uno scopo chiaro per imparare</li>
<li>ha potuto dare un significato a ciò che stava imparando</li>
<li>il compito di apprendimento è stato per lui una &#8220;sfida</li>
<li>mentre ha imparato, ha usato quello che stava imparato</li>
<li>più imparava, più si sentiva &#8220;competente&#8221;</li>
<li>imparando poteva affrontare compiti sempre più impegnativi</li>
<li>le cose che lui imparava erano valorizzate anche dalla sua &#8220;comunità&#8221;</li>
</ul>
<p>Se è, quindi, vero che Eu ha svolto in modo egregio un compito di apprendimento davvero impegnativo &#8211; e come lui tanti altri studenti portano quotidianamente a termine compiti altrettando impegnativi,<strong><span style="color: #ff0000;"> non è vero che i giovani studenti non hanno voglia di studiare</span>, </strong>che non hanno voglia di fare fatica, che rifuggono tutto ciò che è impegno &#8230;</p>
<p>Eugenio e i suoi simili</p>
<ul>
<li> <span style="color: #ff0000;"><strong>non hanno voglia di studiare ciò che questa scuola impone loro di studiare;</strong></span></li>
<li><span style="color: #ff0000;"><strong>non vogliono fare fatica per far fronte a compiti  di apprendimento per loro privi di senso;<br />
</strong></span></li>
<li><span style="color: #ff0000;"><strong>rifiutano un metodo di apprendimento in cui hanno un ruolo passivo &#8230;</strong></span></li>
</ul>
<p>Questo &#8220;rifiuto&#8221; non è, ne può essere, assoluto (se non in casi limite in cui questo disagio sfocia nell&#8217;abbandono materiale della scuola) perchè oramai questi &#8220;nativi digitali&#8221; hanno accettato l&#8217;idea che a  scuola si deve andare e si deve essere promossi. Affrontano la scuola, e le sue richieste, con rassegnazione, senza entusiasmo &#8230; La scuola non è affar loro &#8230;. il loro obiettivo è sopravvivere alla scuola &#8230;..</p>
<p>Come è possibile, in queste condizioni, trovare lo spazio per l&#8217;adesione affettiva al compito? Per l&#8217;entusiasmo? Per l&#8217;impegno? Per la voglia di farcela? Impossibile. Umanamente impossibile &#8230;.</p>
<p>Quante volte EU, ed immagino molti suoi simili, torna a casa da scuola e sconsolato mi dice: &#8220;ma papà, come posso stare lì ore ed ora ad ascoltare? La prof parla .. parla &#8230; parla &#8230; si fa le domande e &#8230; si dà le risposte. Come posso non prendere sonno? Come posso non mettermi  a parlare con il mio compagno di banco? Dimmi &#8230; come faccio?</p>
<p>Se, poi, ci si agiunge l&#8217;immagine sociale che ha ora il mestiere di insegnante, immagine che non sfugge &#8211; fino ad essere condivisa &#8211; dagli studenti che quegli insegnanti hanno tutti i giorni davanti  (il suo giudizio sugli insegnanti: &#8230; omissis&#8230;  ), trovo che i risultati che, comunque ed a dispetto di questa realtà, ottiene abbia del miracoloso &#8230; anche se sono &#8220;risultati&#8221; che intressano più la scuola ed i suoi insegnanti (quasi per una conferma del proprio valore), che non lui stesso&#8230;</p>
<p>In questo contesto pare, quindi, che il meccanismo che fa andare avanti la scuola e le dà una parvenza di istituzione funzionante (lezioni che si tengono, esami che si fanno, promozioni che si danno, &#8230;) sia quello del &#8220;<span style="color: #ff0000;"><strong>potere</strong></span>&#8221; e non quello della &#8220;<span style="color: #ff0000;"><strong>condivisione</strong></span>&#8221; (sto al gioco perchè il coltello dalla parte del manico ce l&#8217;hanno loro e non perchè ci credo); quello  dell&#8217; &#8220;<strong><span style="color: #ff0000;">ubbidienza</span></strong>&#8221; e non quello del &#8220;<span style="color: #ff0000;"><strong>significato</strong></span>&#8221; (sto al gioco perchè devo farlo e non perchè per me abbia un senso).</p>
<p>Ma una scuola che deve usare le leve del potere e dell&#8217;ubbidienza per essere sè stessa, è una scuola che non ha e che non avrà alcuna possibilità di svolgere alcuna azione educativa, istruttiva, formativa.</p>
<p>E&#8217; una scuola che è già fallita. E&#8217; una scuola oramai scoppiata. Anche se non se n&#8217;è ancora accorta.</p>
<p>Non se ne è accorta perchè invece di fare autocritica accusa gli studenti.</p>
<p>Invece di riconoscere la propria inadeguatezza (strutturale e didattica) accusa i propri utenti di non essere quelli che la scuola si aspettrebbe siano.</p>
<p>Non è che la scuola sia organizzata per uno studente che non esiste più?</p>
<p>Una scuola che vive nel proprio passato e del prorio passato.</p>
<p>Ho il sospetto che il &#8220;disagio&#8221; di tanti studenti che la scuola denuncia sia il segnale di questa rottura; una rottura avvenuta da tempo; una rottura che ha aperto due strade diverse e sempre più divergenti. La scuola da una parte e i suoi studenti dall&#8217;altra. Sporadici, casuali, poveri i momenti di incontro.</p>
<p>Prigionieri del quotidiano, presi dalla fatica del quotidiano, dalla necessità di dare, comunque, un senso a ciò che giorno per giorno facciamo, spesso in condizione disagiate,  per dare qualcosa di dignitoso ai nostri studenti, corriamo il rischio di perdere il senso generale di quello che facciamo e non ci accorgiamo di stare in un&#8217;isoletta alla deriva negli oceani.</p>
<p>La vera emergenza educativa non è rappresentata dagli studenti che stanno sempre in internet, ma dalla scuola nel suo insieme che ha perso il suo contato con la realtà, che non la sa più leggere, che non sa più quali risposte dare dato che tutte quelli su cui si basava e che rappresentavono sicurezze e routine (lezioni, esercizi, interrogazioni, compiti ..) sono saltate e non sortiscono più alcun risultato, non impattano &#8211; se non in misura limitata &#8211; su ciò che gli studenti devono imparare.</p>
<p>Ritornando alla dimensione operativa che come operatori della scuola pratichiamo,<span style="color: #ff0000;"><strong> non si tratta di cambiare metodi didattici ma di cambiare anche cosa si insegna a scuola</strong></span>. Diventa urgente domandarsi anche: cosa serve che i giovani sappiano per vivere il mondo di domani? Continuiamo con italiano, latino, storia, matematica, scienze &#8230;.? E, magari, ci domandiamo come insegnare in modo &#8220;nuovo&#8221; &#8230; &#8220;attraente&#8221; &#8230;.&#8221;coinvolgente&#8221; &#8230;. italiano, latino, storie, matematica, scienze &#8230; ? Non credo sia questa la strada &#8230;.</p>
<p>Post scriptum</p>
<p>Come trovo sorprendente che nonostante tutto congiuri a sfavore di un apprendimento autentico, i nostri ragazzi qualcosa riescono ad imparare, trovo altrettanto sorprendente che alcuni insegnanti &#8211; numerosi ma ancora pochi &#8211; riescano a trovare energie e motivazione per dare alla nostra scuola un minimo di decenza. A loro va tutto il mio affetto e la mia riconoscenza di cittadino e padre.</p>
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		<title>I ragazzi venuti da Google</title>
		<link>http://www.giannimarconato.it/2009/04/i-ragazzi-venuti-da-google/</link>
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		<pubDate>Tue, 07 Apr 2009 10:24:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gianni Marconato</dc:creator>
				<category><![CDATA[nativi digitali]]></category>

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		<description><![CDATA[Questo doveva essere nelle intenzioni dell&#8217;ottimo Mario Agati * (liceo sigonio &#8211; Modena) il titolo dell&#8217;annuale convegno organizzato dalla Redazione Ted (Assessorao struzione e Formazione, Provincia di Modena). Il titolo, invece, è: Analogici o Digitali? , con un bel punto di domanda alla fine a segnalare l&#8217;apertura della questione. Conto in qualche nuova riflessione che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="aligncenter size-medium wp-image-552" title="digitali_saturazione" src="http://www.giannimarconato.it/wp-content/uploads/2009/04/digitali_saturazione-300x58.jpg" alt="digitali_saturazione" width="300" height="58" /></p>
<p>Questo doveva essere nelle intenzioni dell&#8217;ottimo Mario Agati * (liceo sigonio &#8211; Modena) il titolo dell&#8217;annuale convegno organizzato <!--[if gte mso 9]><xml> <w:WordDocument> <w:View>Normal</w:View> <w:Zoom>0</w:Zoom> <w:TrackMoves /> <w:TrackFormatting /> <w:HyphenationZone>14</w:HyphenationZone> <w:PunctuationKerning /> <w:ValidateAgainstSchemas /> <w:SaveIfXMLInvalid>false</w:SaveIfXMLInvalid> <w:IgnoreMixedContent>false</w:IgnoreMixedContent> <w:AlwaysShowPlaceholderText>false</w:AlwaysShowPlaceholderText> <w:DoNotPromoteQF /> <w:LidThemeOther>IT</w:LidThemeOther> <w:LidThemeAsian>X-NONE</w:LidThemeAsian> <w:LidThemeComplexScript>X-NONE</w:LidThemeComplexScript> <w:Compatibility> <w:BreakWrappedTables /> <w:SnapToGridInCell /> <w:WrapTextWithPunct /> <w:UseAsianBreakRules /> <w:DontGrowAutofit /> <w:SplitPgBreakAndParaMark /> <w:DontVertAlignCellWithSp /> <w:DontBreakConstrainedForcedTables /> <w:DontVertAlignInTxbx /> <w:Word11KerningPairs /> 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<p>Conto in qualche nuova riflessione che vada oltre il trito e ritrito sentito dire e letto.</p>
<p>La questione, a quannto ne dice Mario nel suo ricco ed intelligente blog, è di &#8220;capire&#8221; questi giovani senza congelarli in una definizione unica che non fa giustizia delle differenze.</p>
<p>La questione &#8220;esistono i nativi digitali?&#8221; è in atto da giorni con rimbalzi tra diversi blog ricchi di stimoli e, cosa non comune, anche di numerosi commenti che ampliano la conversazione.</p>
<p>Per le puntate precedenti rimando, quindi, a</p>
<ul>
<li>Antonio Fini,  con <a href="http://feedproxy.google.com/~r/fininformatica/VQIO/~3/nH3L1_07KgU/" target="_blank">il mito dei nativi digitali </a></li>
<li>Antonio Saccoccio con <a href="http://liberidallaforma.blogspot.com/2009/04/i-nativi-digitali-esistono-ma-ce-chi-e.html">I nativi digitali esistono ma &#8230; cìè chi è più nativo di loro</a></li>
<li>Pier Cesare Rivoltella con <a href="http://piercesare.blogspot.com/2009/03/nati-digitali.html" target="_blank">Nati digitali?</a></li>
<li>Mario Agati con <a href="http://agatimario.blogspot.com/2009/04/i-nativi-una-bufala.html" target="_blank">I nativi? Una bufala</a> e parecchi altri post</li>
<li>Maria Grazia<a href="http://speculummaius.wordpress.com/2008/05/24/il-marziano-della-rete-che-ce-in-noi/" target="_blank"> Fiore Il marziano della rete che c&#8217;è in noi</a></li>
<li>Gianni Marconato con <a href="http://www.giannimarconato.it/2009/03/i-nativi-digitali-non-esistono-parte-seconda/" target="_blank">I nativi digitali non esistono &#8211; parte seconda</a></li>
</ul>
<p>Da guardare anche<a href="http://www.nova-multimedia.it/natidigitali1/" target="_blank"> Nati digitali</a>, e-book su convegni organizzati da Media 2000</p>
<p>* (autopresentazione prelavata dal suo blog) Docente di lettere e discente di tutto. Redattore del Portale TED, animatore della Ted-Community e coordinatore della redazione S.MO.O.L.</p>
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		<title>Questione Digitale Vs. Questione Educativa</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Apr 2009 15:42:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gianni Marconato</dc:creator>
				<category><![CDATA[educazione]]></category>
		<category><![CDATA[nativi digitali]]></category>

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		<description><![CDATA[Ricco ed interessante il dibattito qui, sul blog di Antonio Fini e, di recente, anche su quello di Rivoltella,  sui così detti &#8220;nativi digitali&#8221;. Sviluppo ora il mio pensiero, nel frattempo arricchitosi grazie anche alle conversazioni che si sono avute nei luoghi citati. Nativi Digitali è una espressione ad effetto che se poteva avere un [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignright size-medium wp-image-519" title="emergenzaeducatica4" src="http://www.giannimarconato.it/wp-content/uploads/2009/04/emergenzaeducatica4-291x300.jpg" alt="emergenzaeducatica4" width="291" height="300" />Ricco ed interessante il dibattito qui, sul blog di Antonio Fini e, di recente, anche su quello di <a href="http://piercesare.blogspot.com">Rivoltella</a>,  sui così detti &#8220;nativi digitali&#8221;. Sviluppo ora il mio pensiero, nel frattempo arricchitosi grazie anche alle conversazioni che si sono avute nei luoghi citati.<br />
<strong>Nativi Digitali è una espressione ad effetto</strong> che se poteva avere un senso (solo evocativo) quando era stata creata (Marc Prensky, 2001) é, oggi, del tutto inadeguata  ed insufficiente a descrivere e spiegare la questione dei giovani d&#8217;oggi anche e soprattutto in ambito scolastico.<br />
<strong>Insufficiente ed inadeguata</strong> perché il fenomeno, se così lo vogliamo chiamare, va ben oltre quella che potremo chiamare la &#8220;questione digitale&#8221;. Certo,  una &#8220;questione digitale&#8221; esiste. Esiste, ad esempio,  per la capacità di gestire tutta l&#8217;enorme massa di informazioni cui si ha accesso, per il saper essere cittadini&#8221; a pieno titolo in questa società, per saper e poter accedere e saper usare agli strumenti di espressione del  pensiero, per essere consapevoli delle implicazioni anche  penali di certe condotte digitali . Lo è, anche e non ultima,  per le mediamente maggiori abilità digitali degli studenti sui loro insegnanti.<br />
Ma la &#8220;questione digitale non é, a mio avviso, quella caratterizza il problematico rapporto tra gli studenti  &#8220;digitali&#8221; e la scuola ed i suoi insegnanti.<br />
Quello che a me pare caratterizzare la questione é l&#8217;atteggiamento e le aspettative dei giovani verso gli insegnanti e la scuola.<br />
<strong>Verso gli insegnanti</strong>: a me pare sia salto il principio di autorità, la credibilità basata  sul seemplice ruolo. L&#8217;autorità non funziona più (anche qui con le dovute sfumature); un insegnante non viene &#8220;ascoltato&#8221; perché è l&#8217;insegnante con tutta la sua aura di autorevolezza data dall&#8217;autorità formale.  Per i giovani d&#8217;oggi, per essere autorevoli bisogna esserlo &#8230; in proprio senza il paracadute protettivo del ruolo formale. E tanti insegnanti  autorevolilo sono davvero ma,  come detto,  &#8220;in proprio&#8221; e tali sono ritenuti anche dagli studenti. Per gli insegnanti che sono ancora ancorati al &#8220;valore&#8221; tradizionale dell&#8217;autorità e vivono sotto la protezione del ruolo-scudo, la vita è più dura (non si sentono in sintonia con gli studenti, rifiutati, vivono lo studente come una controparte, fanno fatica ad insegnare e sono, spesso, sulla soglia del disagio mentale) e rendono la vita più dura ai loro studenti (gli studenti, comunque, si adeguano dato che l&#8217;arma del voto è pur sempre nelle mani dell&#8217;insegnante) studenti che &#8220;.. non capisco ma mi adeguo&#8221; giusto per sopravvivere.  Ed imparano quanto basta per prendere un voto sufficiente e &#8220;fregare&#8221; l&#8217;insegnante (sei contento? Visto che so ripetere quanto vuoi &#8230;.).<br />
<strong>Mutato anche l&#8217;atteggiamento verso la scuola</strong>: i giovani d&#8217;oggi non sono tanto disponibili ad imparare per il solo fine dell&#8217;imparare. Vogliono dare un senso alla fatica che fanno per imparare e vogliono imparare per poter fare qualcosa con quanto hanno imparato. Sempre più spesso si domandano (e ci domandano) &#8220;a cosa serve questa cosa? Sempre più spesso i giovani imparano al di fuori del contesto scolastico (non si dedicano solo al gioco, terminata la scuola). Imparano tante cose, a cominciare dall&#8217;uso di strumenti ed applicativi informatici. Usano funzioni evolute dei diversi applicativi disponibili, sanno programmare, sanno svolgere operazioni complesse come craccare password e chiavi di abilitazione, sanno aggirare barriere informatiche; usano Bit-Torrent a menadito senza che nessun adulto glielo abbia insegnato  . Fanno sforzi notevoli per venire a capo di problemi che si sono posti da soli, sono perseveranti, tenaci, sanno chiedere e trovare aiuto. Sanno dare valore all&#8217;imparare ma ad un imparare finalizzato. Con queste esperienze di apprendimento autentico, mal sopportano l&#8217;apprendimento scolastico. Non c&#8217;è da stupirsi.<br />
Ecco, queste, in sintesi sono le dimensioni che, in  base alla mia esperienza, caratterizzano la &#8220;questione educativa&#8221; che i giovani d&#8217;oggi ci pongono.<br />
Forse, devo rifletterci maggiormente, in tutto questo un qualche ruolo lo può avere anche la società digitale.</p>
<p>Sulla questione dell&#8217;autorità e della disciplina rimando per un approfondimento, ad un <a href="http://piercesare.blogspot.com/2009/04/serve-piu-disciplina.html" target="_blank">recente post di Pier Cesare Rivoltella </a>in cui fa una citazione (in grassetto corsivo, mio) e ci ricorda che &#8230;.</p>
<blockquote><p><em><strong>“Eh già! Non c’è da stupirsi. I ragazzi d’oggi fanno tutto quello che vogliono. Non c’è più autorità né rispetto. Quando eravamo giovani noi, nessuno osava replicare agli ordini del padre…”.</strong></em></p>
<p>Sembra si descriva la situazione di oggi. Invece è Freinet (1978; 34), il maestro Celestine Freinet, che scrive, nel 1959. Teniamolo presente, prima di caricare l’oggi di eccessive preoccupazioni: stiamo parlando di problemi che non rappresentano delle variabili, ma delle costanti, in educazione. Servirà ad affrontarli con maggiore serenità.</p></blockquote>
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