Come nascono gli articoli sull’IA

Gli articoli che pubblico in questa sezione parlano di intelligenza artificiale, apprendimento, pensiero, scuola.

Ma c’è una particolarità che vale la pena rendere esplicita: sono costruiti utilizzando proprio lo strumento sul quale sto riflettendo.

Non uso l’IA semplicemente per scrivere più velocemente qualcosa che avevo già pensato. E neppure le affido un tema chiedendole di produrre un articolo che poi pubblico, magari dopo qualche aggiustamento.

Il processo è molto più articolato.

1. Il punto di partenza sono io, non l’IA

Tutto ciò che scrivo in questa sezione è ancorato alla mia esperienza professionale e ai riferimenti concettuali che hanno accompagnato il mio lavoro nella psicologia cognitiva, nella pedagogia e nella didattica.

Non chiedo all’IA: Di che cosa potrei scrivere oggi?

Normalmente accade il contrario.

Apro una conversazione con una questione che mi interessa perché la riconosco all’interno del mio percorso. A volte è già abbastanza definita, altre volte è soltanto un’intuizione, un’insofferenza, una contraddizione che mi sembra valga la pena esplorare.

Porto nella conversazione anche i miei autori: David Jonassen, Vygotskij, Bruner, Scardamalia e Bereiter, Pea, Salomon, Perkins, Papert, Sweller e altri riferimenti che hanno contribuito nel tempo a costruire il mio modo di pensare l’apprendimento e la tecnologia.

Non sono nomi suggeriti casualmente dalla macchina per rendere più autorevole un articolo. Sono parte del mio paesaggio concettuale prima che inizi la conversazione con l’IA.

L’IA dispone di una quantità di conoscenza incomparabilmente superiore alla mia. Ma non possiede la mia storia professionale. Non ha insegnato, non ha progettato ambienti di apprendimento, non ha discusso con insegnanti, non ha visto funzionare o fallire una proposta didattica.

Sono io, quindi, a portare il terreno sul quale si svolgerà la conversazione.

2. Un articolo parte con un brainstorming, non la sua scrittura

Una volta posta una questione, non chiedo : Scrivimi un articolo su questo argomento.

Comincia invece qualcosa che assomiglia molto di più a un brainstorming.

Faccio un’affermazione. L’IA la sviluppa. Introduce una distinzione. Io la contesto. Mi propone un collegamento che non avevo considerato. Lo riconosco come interessante e lo esploriamo. Oppure lo considero debole e lo abbandoniamo.

A volte sono io a introdurre un concetto che cambia la direzione della conversazione. Altre volte è l’IA a produrre una formulazione che mi costringe a vedere diversamente il problema.

io propongo l’IA reagisce io valuto e rilancio l’IA riorganizza o contraddice emerge un nuovo problema lo esploriamo

Il fulcro del lavoro è una conversazione e non semplice sequenza di prompt e risposte.

Il contenuto di ogni intervento dipende da ciò che è accaduto negli interventi precedenti. Nessuno dei due estremi della conversazione contiene già, all’inizio, il risultato finale.

È in questa dinamica che spesso emergono le idee che diventeranno l’ossatura di un articolo.

3. Ognuno porta qualcosa che l’altro non ha

Non intendo con questo attribuire alla persona e alla macchina una qualche equivalenza.

I contributi sono profondamente differenti.

Io porto esperienza, intenzionalità, problemi che considero significativi, riferimenti costruiti nel corso della mia storia professionale, criteri di giudizio e, soprattutto, la responsabilità di decidere che cosa abbia senso sostenere.

L’IA porta una capacità che io non possiedo: mobilitare rapidamente una quantità enorme di conoscenza linguisticamente disponibile, stabilire connessioni, produrre alternative, mettere in relazione concetti appartenenti a tradizioni differenti, generare controargomentazioni e sviluppare rapidamente un’ipotesi per vedere dove conduce.

Non mi serve una macchina che imiti ciò che so già fare. Mi interessa un interlocutore che possa introdurre differenza nel mio pensiero.

Naturalmente non tutto ciò che introduce è utile. A volte la proposta è banale. A volte è fuori strada. A volte una formulazione molto convincente linguisticamente nasconde una debolezza concettuale. E qualche volta l’IA semplicemente sbaglia.

4. Sull’IA interrogo direttamente l’IA

C’è poi una scelta metodologica che potrebbe apparire singolare.

Quando la questione riguarda il funzionamento dell’IA, le sue possibilità, i suoi limiti o ciò che essa può e non può fare, spesso non parto dalla consultazione di libri sull’intelligenza artificiale.

Interrogo direttamente l’IA.

Se voglio capire che cosa accade nella tokenizzazione, quali informazioni sono disponibili all’interno del contesto di una conversazione, che cosa significa per un modello linguistico “ricordare”, quali siano i limiti di una determinata operazione, pongo il problema direttamente alla macchina.

In un certo senso utilizzo contemporaneamente l’IA come oggetto dell’indagine e strumento dell’indagine.

Questo non significa considerare vera una risposta perché è stata fornita dall’IA.

Le risposte vengono interrogate, messe alla prova, riformulate. Posso chiedere una spiegazione alternativa, portare un controesempio, evidenziare una contraddizione, chiedere che venga distinto ciò che il sistema può effettivamente fare da una metafora utilizzata per descriverlo.

E quando una questione richiede una verifica esterna, la verifica rimane necessaria.

5. Il confronto con l’IA è deliberatamente critico

La conversazione funziona proprio perché non considero l’IA un’autorità.

Le dico frequentemente che non sono d’accordo.

Contesto una formulazione troppo accomodante. Chiedo di eliminare un eufemismo. Segnalo che una distinzione non regge. Rifiuto una conclusione. Domando se non stiamo semplicemente inventando una bella categoria per descrivere qualcosa che potrebbe essere spiegato più semplicemente.

E qualche volta accade il contrario: l’IA mette in evidenza una contraddizione nel mio ragionamento, introduce un’obiezione che non avevo considerato o mostra che una posizione che mi sembrava chiara ha conseguenze che non avevo previsto.

Non cerco nell’IA qualcuno che confermi ciò che penso. Cerco qualcosa contro cui il mio pensiero possa lavorare.

6. A un certo punto alcuni compiti vengono delegati

Dire che questi articoli vengono costruiti attraverso una conversazione non significa però fingere che tutto venga fatto insieme.

Ci sono attività che assegno esplicitamente e consapevolmente all’IA.

Quando l’architettura concettuale comincia a essere sufficientemente stabile, posso chiederle di organizzare ciò che abbiamo elaborato, costruire una scaletta, sviluppare un passaggio, eliminare ridondanze, confrontare due versioni, cercare incoerenze, rendere esplicito un collegamento rimasto implicito.

Posso anche affidarle una parte consistente della formulazione linguistica.

La questione non è se delegare. È quali attività posso delegare senza delegare contemporaneamente il governo del processo.

7. La redazione arriva tardi

Solo dopo questo lavoro comincia la vera e propria redazione dell’articolo.

A quel punto esistono già un problema, una posizione, alcune distinzioni concettuali, una rete di riferimenti e spesso anche obiezioni e contro-obiezioni emerse durante il brainstorming.

Chiedere all’IA di produrre una prima organizzazione del testo non equivale quindi a chiederle di pensare al mio posto.

Le viene consegnato il risultato provvisorio di una lunga conversazione.

E anche quella prima redazione non è la conclusione. Il testo diventa un nuovo oggetto della conversazione.

8. Il prodotto visibile è l’articolo. Ma non è necessariamente il prodotto principale

Alla fine pubblico un testo.

È la parte visibile del lavoro ed è naturale considerarla il prodotto.

Ma dopo aver costruito in questo modo diversi articoli, ho l’impressione che sia accaduto qualcosa di più interessante.

Alcune mie idee sull’intelligenza artificiale e sull’apprendimento sono cambiate mentre cercavo di scriverle. Alcune distinzioni che oggi utilizzo non erano presenti nella mia testa quando ho iniziato questa esplorazione.

L’articolo è la traccia lasciata da un processo di trasformazione del pensiero.

Chi ha posto il problema?

Da dove provengono i criteri con cui vengono valutate le risposte?

Chi decide quali connessioni meritano di essere sviluppate?

Chi riconosce un errore?

Chi rifiuta una conclusione?

Chi decide che un’idea è sufficientemente importante da essere sostenuta pubblicamente?

E, soprattutto, che cosa è successo al pensiero della persona durante il processo?

È su questo terreno che colloco la mia autorialità.

Non perché abbia digitato personalmente tutte le parole che compaiono sullo schermo, ma perché non ho delegato alla macchina la responsabilità di sapere che cosa voglio dire, perché voglio dirlo e se sono disposto a risponderne.

L’IA partecipa intensamente alla costruzione di questi articoli. Non lo nascondo: è parte del metodo. Ciò che sto cercando di capire, articolo dopo articolo, è come usare questa collaborazione per pensare meglio senza consegnare alla macchina il governo del mio pensiero.

Be the first to like.