L’intelligenza artificiale mi ha riportato alla pedagogia
Per molti anni la mia attività professionale si è sviluppata intorno ad alcuni temi che hanno accompagnato l’intera mia vita lavorativa: la psicologia cognitiva, la pedagogia, la didattica, la formazione degli insegnanti e l’uso delle tecnologie nei processi di apprendimento.
Sono stati anni intensi, nei quali ho avuto la fortuna di confrontarmi con studiosi che hanno segnato profondamente il mio modo di pensare. Tra questi David Jonassen, con il quale ho avuto il privilegio di lavorare e dal quale ho appreso una concezione delle tecnologie molto diversa da quella allora dominante: non macchine che insegnano, ma strumenti cognitivi che aiutano le persone a pensare.
Poi è arrivata la pensione.
Come accade a molti, anche i miei interessi hanno preso altre strade. Ho continuato a studiare, a scrivere e a coltivare le mie passioni: la corsa, la fotografia, l’arte, la scoperta del territorio, la comunicazione sul web.
Negli ultimi anni, quasi senza accorgermene, nella mia quotidianità è entrata anche l’intelligenza artificiale.
All’inizio l’ho utilizzata con curiosità, senza particolari pretese. Mi sono fatto aiutare a progettare grafica, a scrivere codice HTML, a comprendere strumenti digitali che non conoscevo, a esplorare soluzioni tecniche, a confrontare idee, a discutere ipotesi di lavoro. In altre occasioni è stata semplicemente una compagna di conversazione con cui ragionare su un progetto, mettere alla prova un’intuizione o cercare punti di vista differenti.
In molti casi l’intelligenza artificiale mi ha permesso di fare cose che, da solo, non avrei saputo fare. In altri, mi ha consentito di realizzare più rapidamente attività che avrei comunque portato a termine.
Fin qui nulla di particolarmente sorprendente.
La vera sorpresa è arrivata dopo.
A forza di utilizzare questi strumenti, mi sono accorto che stava emergendo una domanda che andava ben oltre gli aspetti tecnici.
Che cosa succede quando una tecnologia non si limita più a eseguire un comando, ma dialoga, propone, argomenta, suggerisce, riformula e sembra partecipare alla costruzione di un’idea?
È stata questa domanda, più ancora dell’intelligenza artificiale stessa, a riportarmi verso la psicologia cognitiva, la pedagogia e la didattica.
Mi sono ritrovato a riprendere in mano concetti studiati molti anni fa, a rileggere autori che avevano accompagnato la mia formazione, a chiedermi quanto delle loro intuizioni fosse ancora valido e quanto, invece, richiedesse oggi una profonda revisione.
David Jonassen, Roy Pea, David Perkins, Lev Vygotskij e altri studiosi avevano già affrontato una questione fondamentale: quale rapporto si stabilisce tra la mente umana e gli strumenti che utilizza per pensare?
Naturalmente nessuno di loro poteva immaginare i modelli linguistici generativi di oggi.
Eppure molte delle domande che avevano posto continuano a sembrarmi straordinariamente attuali.
Forse proprio per questo ho deciso di riaprire quella conversazione, interrotta molti anni fa.
Non per nostalgia.
Non per dimostrare che qualcuno aveva già previsto tutto.
Ma perché credo che quelle categorie teoriche possano aiutarci a comprendere ciò che sta accadendo oggi e, soprattutto, a distinguere ciò che va conservato da ciò che deve essere ripensato.
Questo blog nasce da questa esigenza personale.
Non ho intenzione di proporre ricette né di schierarmi tra gli entusiasti dell’intelligenza artificiale e i suoi oppositori.
Le posizioni ideologiche, in un senso o nell’altro, mi interessano poco.
Mi interessano molto di più le domande.
Che cosa dovrebbe continuare a fare uno studente, anche quando una macchina potrebbe farlo più velocemente?
Quali attività costituiscono ancora il cuore della professionalità di un insegnante?
Quando l’intelligenza artificiale amplifica il pensiero e quando, invece, rischia di sostituirlo?
Qual è oggi il ruolo della scuola in un mondo nel quale la conoscenza è disponibile ovunque?
E, forse, la domanda che considero più importante:
Quale fatica cognitiva è indispensabile perché una persona impari davvero?
Non so ancora dove mi porterà questa ricerca.
Anzi, una delle ragioni che mi spingono a scrivere è proprio questa: mettere ordine nelle idee, costruire una mappa concettuale, verificare ipotesi, confrontarle con la letteratura e con l’esperienza quotidiana.
Scrivere, per me, è sempre stato un modo per pensare.
Vorrei che questo blog diventasse esattamente questo: un laboratorio aperto di riflessione.
Nei prossimi articoli tornerò sui grandi autori che hanno segnato il rapporto tra tecnologie e apprendimento, proverò a rileggere il loro pensiero alla luce dell’intelligenza artificiale generativa e cercherò di affrontare, una alla volta, le domande che oggi mi sembrano decisive.
Non per trovare risposte definitive.
Ma per contribuire, insieme a chi vorrà seguire questo percorso, a costruire una pedagogia dell’intelligenza artificiale che rimanga, prima di tutto, una pedagogia del pensiero.

