Se posso chiedere tutto all’IA, che cosa devo continuare a sapere io?
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Se possiamo ottenere in pochi secondi spiegazioni, dati, definizioni e collegamenti, è ragionevole chiedersi perché dovremmo continuare a conservare tante conoscenze nella nostra mente.
Una parte delle informazioni che un tempo dovevamo ricordare può certamente essere affidata a strumenti esterni. Lo facciamo da sempre con libri, archivi, motori di ricerca e database. L’IA rende però questo patrimonio esterno molto più facilmente interrogabile e utilizzabile.
Ma poter accedere alla conoscenza non equivale a possederla.
Per fare una domanda bisogna già sapere qualcosa
Non interroghiamo l’IA partendo dal nulla. Ciò che sappiamo ci permette di riconoscere un problema, formulare una domanda, accorgerci che manca qualcosa e capire quali approfondimenti potrebbero essere utili.
Chi possiede una buona conoscenza di un campo riesce a fare domande più significative, a seguire percorsi che una persona inesperta non vedrebbe e a utilizzare una risposta per generarne altre.
Il sapere personale non serve quindi soltanto a contenere risposte. Serve anche a costruire domande.
Dobbiamo sapere abbastanza per valutare ciò che riceviamo
L’IA può fornirci una risposta molto convincente anche quando è incompleta, discutibile o sbagliata. Se non possediamo alcuna conoscenza dell’argomento, abbiamo pochi elementi per accorgercene.
Non significa che dobbiamo conoscere già la risposta prima di chiederla: in quel caso l’IA sarebbe poco utile. Significa che dobbiamo possedere una struttura di conoscenze sufficiente per interpretare ciò che riceviamo, collegarlo a ciò che già sappiamo, riconoscere incongruenze e capire quando è necessario verificare.
Non abbiamo bisogno di sapere tutto ciò che possiamo chiedere all’IA. Abbiamo bisogno di sapere abbastanza per sapere che cosa chiedere, comprendere ciò che riceviamo e decidere che cosa farne.
La conoscenza che possediamo ci permette di pensare
C’è poi una ragione ancora più profonda. Le conoscenze che abbiamo interiorizzato non sono soltanto un deposito di informazioni. Sono il materiale con cui interpretiamo ciò che accade, facciamo collegamenti, formuliamo ipotesi, riconosciamo analogie e costruiamo nuove idee.
Non possiamo interrompere continuamente il pensiero per chiedere all’esterno ogni elemento di cui abbiamo bisogno. Una parte della conoscenza deve essere disponibile dentro di noi perché possa entrare direttamente nelle nostre operazioni cognitive.
Per questo l’enorme quantità di conoscenza accessibile attraverso l’IA non rende inutile la conoscenza personale. Cambia piuttosto il problema: dobbiamo decidere quale conoscenza abbia ancora bisogno di essere interiorizzata e quale possa rimanere all’esterno.
Il confine non sarà più quello di prima
Non c’è ragione di difendere ogni contenuto che tradizionalmente abbiamo considerato necessario conoscere. Se l’accesso alla conoscenza cambia, è ragionevole che cambi anche ciò che scegliamo di ricordare e imparare.
Ma l’alternativa non è tra sapere tutto e non sapere più nulla perché possiamo chiedere all’IA. Il problema è individuare quel nucleo di conoscenza personale che ci permette di utilizzare in modo autonomo una quantità molto più grande di conoscenza esterna.
Il paradosso è proprio questo: quanto più diventa facile ottenere conoscenza dall’IA, tanto più importante diventa possedere abbastanza conoscenza propria per poterla interrogare, comprendere e mettere in discussione.
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