Perché l’IA ci costringe a ripensare che cosa significa pensare?

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Per molto tempo abbiamo considerato alcune attività come manifestazioni abbastanza evidenti del pensiero: classificare, confrontare, fare inferenze, costruire un’argomentazione, individuare una contraddizione, formulare ipotesi, risolvere un problema.

Oggi sistemi di Intelligenza Artificiale riescono a svolgere molte di queste attività. E possono farlo senza che abbiamo ragioni sufficienti per attribuire loro esperienza soggettiva, intenzionalità o coscienza.

È questo che rende l’IA interessante anche per capire noi stessi: ci obbliga a domandarci se tutte le attività che abbiamo chiamato “pensiero” siano davvero fenomeni dello stesso tipo.

Abbiamo chiamato pensiero cose diverse

Una parte di ciò che chiamiamo pensare può essere descritta attraverso le operazioni che vengono svolte. Confrontare due informazioni, riconoscere una relazione, ricavare una conseguenza o individuare un’incoerenza sono attività delle quali possiamo osservare il risultato.

Ma quando parliamo del pensiero umano normalmente intendiamo anche qualcosa di più. Pensiamo a qualcosa, per qualche ragione, a partire da ciò che sappiamo e abbiamo vissuto. Possiamo essere incerti, desiderare di capire, cambiare idea, attribuire importanza a un problema e assumerci la responsabilità delle conclusioni alle quali arriviamo.

Operazione cognitiva, comprensione, esperienza, intenzionalità, significato e coscienza sono quindi dimensioni che nel nostro pensiero si presentano intrecciate. L’IA ci permette, almeno in parte, di vederle separate.

L’IA rende visibile questa separazione

Un modello linguistico può costruire un’argomentazione senza avere una propria posizione da difendere. Può individuare una contraddizione senza esserne disturbato. Può proporre una soluzione a un problema senza avere alcun interesse a risolverlo. Può descrivere un’esperienza senza averla vissuta.

Eppure il risultato può essere cognitivamente sofisticato.

Questo ci mette davanti a una possibilità che prima era molto meno evidente: alcune operazioni che associavamo al pensiero possono essere realizzate senza tutte le altre caratteristiche che accompagnano il pensiero umano.

L’IA non ci costringe soltanto a chiederci se una macchina pensa. Ci costringe a scomporre ciò che chiamiamo pensiero e a domandarci quali sue componenti siano operazioni cognitive e quali implichino invece esperienza, intenzionalità, comprensione, significato vissuto e coscienza.

La domanda sull’IA diventa una domanda sull’essere umano

Questo non dimostra né che l’IA pensi come noi né che ciò che fa sia soltanto una simulazione priva di interesse. Mostra piuttosto che la parola pensiero potrebbe essere troppo generale per descrivere fenomeni molto differenti.

La questione diventa allora più precisa. Possiamo chiederci quali attività cognitive una macchina possa svolgere, quali richiedano una conoscenza legata all’esperienza, quali implichino intenzioni e scopi e quali abbiano bisogno di un soggetto che attribuisca significato a ciò che sta facendo.

Ed è proprio questa distinzione ad avere conseguenze importanti quando lavoriamo con l’IA. Se una macchina può svolgere alcune operazioni cognitive al nostro posto, dobbiamo capire quali possiamo affidarle e quali devono rimanere nostre perché continuiamo a comprendere, scegliere e assumere il significato di ciò che facciamo.

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