Quando lavoriamo con l’IA, chi sta realmente pensando?

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Quando lavoriamo con l’IA, spesso il risultato nasce da attività svolte in parte da noi e in parte dalla macchina. Per questo può diventare difficile stabilire dove si trovi realmente il lavoro cognitivo.

Se formuliamo una domanda e accettiamo la risposta senza elaborarla ulteriormente, gran parte delle operazioni necessarie per costruire quel risultato è stata svolta dall’IA. Se invece definiamo il problema, interroghiamo la risposta, individuiamo punti deboli, chiediamo alternative, confrontiamo possibilità e decidiamo che cosa mantenere, il nostro pensiero continua a essere intensamente coinvolto.

Non basta guardare il prodotto finale

Due persone possono presentare testi molto simili ottenuti con l’IA, ma aver svolto un lavoro cognitivo completamente diverso.

Una potrebbe aver chiesto alla macchina di produrre il testo e averlo semplicemente accettato. L’altra potrebbe essere partita da una propria idea, aver utilizzato l’IA per metterla alla prova, aver respinto alcune proposte, modificato altre, cercato controargomentazioni e riscritto più volte il risultato.

Il prodotto finale, da solo, non ci permette necessariamente di distinguere le due situazioni. Per capire chi ha pensato dobbiamo guardare al processo attraverso il quale quel prodotto è stato costruito.

Il pensiero può essere distribuito

Non dobbiamo però immaginare necessariamente una competizione nella quale o pensa la persona o pensa la macchina. Nel lavoro con l’IA alcune operazioni possono essere distribuite tra i due.

L’IA può generare alternative, cercare relazioni, riformulare un problema, confrontare prospettive o individuare possibili incoerenze. La persona può definire ciò che considera importante, valutare le proposte, collegarle alla propria esperienza e alle proprie conoscenze, decidere quale direzione seguire e assumersi la responsabilità delle conclusioni.

La questione diventa quindi come viene distribuito il lavoro cognitivo e non semplicemente chi abbia prodotto materialmente le parole che leggiamo.

Quando lavoriamo con l’IA, la domanda decisiva non è quanto ha fatto la macchina, ma quale lavoro cognitivo abbiamo continuato a fare noi.

Possiamo collaborare senza rinunciare alla regia

Non è necessario svolgere personalmente ogni operazione per poter dire di aver pensato. Utilizziamo da sempre strumenti, libri, persone e rappresentazioni esterne per estendere le nostre capacità cognitive.

Con l’IA questa collaborazione diventa però molto più intensa, perché la macchina può intervenire proprio nelle operazioni che normalmente associamo al pensiero.

Per questo diventa importante conservare una sorta di regia cognitiva: sapere quale problema stiamo affrontando, perché una proposta ci convince, che cosa abbiamo deciso di accettare o respingere e su quali basi siamo arrivati alla conclusione.

Possiamo quindi pensare con l’IA senza pretendere di fare tutto noi. Ma se non siamo più in grado di spiegare le scelte compiute, valutare ciò che la macchina propone o riconoscere il significato del risultato, allora la collaborazione rischia di trasformarsi progressivamente in sostituzione.

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