Che cosa rimane propriamente umano in un prodotto costruito insieme all’IA?
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Non è sempre possibile separare nettamente il prodotto finale in una parte fatta dall’essere umano e una parte fatta dall’IA. Durante un’interazione, idee, formulazioni e soluzioni possono nascere da continui passaggi tra ciò che proponiamo noi e ciò che propone la macchina.
Per capire che cosa rimane propriamente umano, quindi, non basta cercare quali parole, immagini o idee abbiamo prodotto personalmente. Dobbiamo guardare al processo che ha dato origine al risultato.
Il punto di partenza può essere umano
Un prodotto può nascere da qualcosa che appartiene alla nostra esperienza: un problema che abbiamo incontrato, una domanda che ci interessa, qualcosa che abbiamo osservato, una convinzione che vogliamo mettere alla prova o un significato che vogliamo esprimere.
L’IA può aiutarci a sviluppare tutto questo, ma non ha vissuto l’esperienza dalla quale siamo partiti e non ha un proprio interesse per il problema. Il problema è importante per qualcuno prima di diventare materiale da elaborare con l’IA.
Rimangono umani i criteri con cui scegliamo
Durante il lavoro l’IA può proporre possibilità che non avevamo immaginato. Ma qualcuno deve stabilire quali siano pertinenti, interessanti, banali, sbagliate o incompatibili con ciò che si vuole realizzare.
La macchina può partecipare alla produzione delle alternative; la persona può mantenere la responsabilità dei criteri attraverso cui quelle alternative acquistano valore all’interno del progetto.
È qui che una produzione condivisa può continuare ad avere una forte impronta personale, anche quando una parte consistente del materiale è stata generata dall’IA.
Ciò che rende umano un prodotto costruito con l’IA non è necessariamente la quantità di materiale che abbiamo prodotto da soli, ma l’esperienza, le intenzioni, i criteri, le scelte e i significati che abbiamo portato nel processo.
Il significato non coincide con le parole che lo esprimono
L’IA può trovare una formulazione migliore della nostra e può persino proporre un’idea che non avevamo ancora formulato. Ma quella proposta diventa parte del nostro lavoro soltanto quando la comprendiamo, la valutiamo e riconosciamo che esprime qualcosa che siamo disposti a sostenere.
Possiamo quindi non essere gli autori materiali di una frase e avere comunque un ruolo decisivo nel significato che quella frase assume nel prodotto complessivo.
Al contrario, possiamo presentare come nostro un testo interamente generato dall’IA senza aver realmente costruito o assunto ciò che esso significa. Il semplice possesso del prodotto non garantisce quindi la presenza di un contributo propriamente umano significativo.
Rimane umana anche la responsabilità
Alla fine qualcuno decide che il lavoro è concluso e lo presenta ad altri. Se lo riconosciamo come nostro, siamo noi ad assumere ciò che afferma, le scelte che incorpora e le conseguenze che può produrre.
Forse è proprio qui che si trova uno dei confini più importanti. L’IA può contribuire sempre di più alla produzione, ma non può assumere al nostro posto il significato che attribuiamo a ciò che produciamo né la responsabilità con cui decidiamo di presentarlo come nostro.
La domanda, allora, non è soltanto «che cosa ho fatto io?», ma anche: «che cosa di questo prodotto nasce da ciò che ho vissuto, pensato, scelto e sono disposto ad assumere?»

