Quali ragioni ci sono per usare l’IA a scuola?
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La presenza dell’IA nella società non è, da sola, una ragione sufficiente per utilizzarla nelle attività didattiche. Nemmeno il fatto che sia una tecnologia potente o destinata a diventare sempre più diffusa ci dice automaticamente perché dovrebbe entrare nei processi di insegnamento e di apprendimento.
La domanda dovrebbe essere posta al contrario: che cosa sappiamo su come si impara bene e in quali di queste condizioni l’IA può offrire qualcosa di utile?
L’IA può aumentare le occasioni di attività cognitiva
Si impara quando non ci si limita a ricevere informazioni, ma si lavora cognitivamente su di esse: si formulano domande, si cercano relazioni, si confrontano interpretazioni, si elaborano spiegazioni, si mettono alla prova ipotesi, si riconoscono errori e si rivedono le proprie idee.
L’IA può rendere molte di queste attività più facilmente praticabili. Può diventare un interlocutore sempre disponibile al quale chiedere spiegazioni differenti, esempi e controesempi, obiezioni, domande, confronti o feedback.
Il suo interesse didattico non sta quindi soltanto nella capacità di fornire informazioni, ma nella possibilità di costruire interazioni attraverso cui lo studente lavora sulle proprie conoscenze.
Può adattare il sostegno mentre si lavora
Un libro o una spiegazione preparata in anticipo presentano necessariamente un percorso relativamente stabile. Con l’IA, invece, lo studente può chiedere una riformulazione, fermarsi su un passaggio, richiedere un esempio, ridurre temporaneamente la complessità o esplorare una direzione imprevista.
L’IA può quindi offrire forme di sostegno molto flessibili. Questo diventa didatticamente interessante soprattutto quando l’aiuto non sostituisce l’attività dello studente, ma gli permette di svolgere attività che inizialmente non riuscirebbe ad affrontare da solo.
Una buona ragione per usare l’IA a scuola esiste quando, grazie all’IA, possiamo creare condizioni migliori perché lo studente pensi, comprenda, metta alla prova le proprie idee e sviluppi capacità che progressivamente diventano sue.
Può rendere possibili attività difficili da realizzare senza di essa
Un insegnante non può essere contemporaneamente accanto a ogni studente per discutere un ragionamento, proporre una domanda diversa, fornire immediatamente un controesempio o adattare una spiegazione alla difficoltà appena emersa.
L’IA può moltiplicare queste possibilità. Non sostituisce per questo l’insegnante: può invece modificare l’ambiente nel quale insegnante e studenti lavorano, rendendo praticabili forme di interazione che prima erano difficili da sostenere su larga scala.
Ma la stessa IA può anche evitare allo studente di imparare
Quasi tutte le capacità che rendono l’IA interessante per la didattica possono essere utilizzate nella direzione opposta. La macchina può aiutare lo studente a costruire un’argomentazione oppure costruirla al suo posto; può accompagnarlo nella soluzione di un problema oppure consegnargli direttamente la soluzione; può stimolare una rielaborazione oppure produrla per lui.
Per questo “usare l’IA” non identifica di per sé una buona pratica didattica. La questione decisiva è che cosa fa lo studente mentre la utilizza e quale lavoro cognitivo rimane sotto la sua responsabilità.
Prima viene l’apprendimento, poi viene l’IA
Non abbiamo quindi bisogno di inventare una pedagogia che giustifichi l’uso dell’IA. Dovremmo partire dalle condizioni che riteniamo importanti per apprendere e domandarci, caso per caso, se e come questa tecnologia possa contribuire a crearle.
In alcune attività la risposta potrà essere positiva; in altre l’IA sarà inutile; in altre ancora potrebbe essere preferibile non utilizzarla perché svolgere personalmente un determinato lavoro è proprio ciò attraverso cui lo studente deve imparare.
La ragione più solida per portare l’IA a scuola, allora, non è che «ormai c’è». È molto più esigente: usarla quando possiamo spiegare che cosa permette agli studenti di fare, pensare o imparare meglio di quanto sarebbe possibile senza di essa.

