Usare bene l’IA. Ma c’è chi vuole farlo?

In breve

Quando parliamo di buon uso dell’Intelligenza Linguistica immaginiamo una persona consapevole: sa che cosa delegare, verifica quando serve, conserva conoscenze e capacità per giudicare, usa l’IA senza rinunciare all’esercizio del proprio pensiero. Ma la persona reale può avere esigenze molto diverse: poco tempo, difficoltà che non riesce a superare, paura di sbagliare o semplicemente il desiderio di ottenere un buon risultato con meno fatica. E l’IA funziona proprio perché rende tutto questo possibile. Nasce così una tensione che non possiamo liquidare contrapponendo uso corretto e uso scorretto: le caratteristiche che rendono l’Intelligenza Linguistica così utile e desiderabile sono anche quelle che rendono meno conveniente seguire molte delle nostre raccomandazioni sul suo “buon uso”. Prima di chiederci come educare a usarla meglio, dobbiamo capire quanto sia realistico aspettarsi che le persone vogliano farlo.

Il percorso di questo articolo
Questa sequenza mette in evidenza i concetti chiave e il percorso che li collega.
Costruiamo l’idea di un buon uso dell’IA Consapevolezza, verifica, conoscenza e delega governata delineano un uso dell’IA che cerca di conservarne i vantaggi senza rinunciare al controllo
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Poi entra nella stanza una persona vera Davanti a un problema concreto, può essere ragionevole scegliere la strada che permette di ottenere più facilmente un risultato soddisfacente
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Il buon uso incontra la realtà Ciò che rende l’IA così utile e desiderabile rende anche meno conveniente seguire molte delle nostre raccomandazioni su come usarla
Usare bene l’IA. Ma c’è chi vuole farlo?

Come vorremmo usare l’IA

In questi mesi con numerosi articoli ho cercato più volte di capire che cosa significhi usare bene l’intelligenza artificiale, soprattutto quando entra nei processi di apprendimento e di pensiero. Ne è uscita un’idea abbastanza precisa, che continua a sembrarmi valida.

Ho sostenuto, prima di tutto, che delegare attività cognitive all’IA non significa necessariamente smettere di pensare. Da sempre affidiamo all’esterno una parte del nostro lavoro mentale: scriviamo per non dover ricordare tutto, usiamo strumenti di calcolo, consultiamo libri, chiediamo aiuto ad altre persone. L’IA amplia enormemente questa possibilità. Il problema non è dunque stabilire se delegare o non delegare, ma che cosa delegare e che cosa è importante continuare a fare noi.

Una regola che ho proposto è di non delegare ciò che ci serve per comprendere, interrogare e controllare. Possiamo farci aiutare dall’IA a trovare informazioni, confrontare prospettive, generare esempi, riformulare un concetto, mettere alla prova un’idea, individuare punti deboli in un ragionamento. Ma per usare davvero queste possibilità dobbiamo conservare abbastanza conoscenza nostra da poter formulare domande sensate e, soprattutto, giudicare le risposte. È il problema della conoscenza interna ed esternalizzata: possiamo avere a disposizione una quantità sterminata di conoscenza fuori di noi, ma dobbiamo continuare a sapere abbastanza per capire che cosa chiedere, che cosa stiamo ricevendo e quando qualcosa non torna.

Lo stesso vale per la verifica. L’IA produce risposte linguisticamente convincenti anche quando sono incomplete, discutibili o sbagliate. Per questo abbiamo insistito sulla necessità di non confondere la fluidità di una risposta con la sua affidabilità. Usare criticamente l’IA significa anche saper dubitare, controllare quando è necessario, confrontare fonti e interpretazioni, riconoscere i limiti della risposta ricevuta.

Ho poi ragionato sull’autorialità. Essere autore non significa necessariamente aver scritto materialmente ogni parola di un testo senza alcun aiuto. Significa comprenderlo, riconoscersi in ciò che afferma ed essere in grado di darne ragione. Posso utilizzare l’IA per discutere un’idea, migliorare una formulazione o vedere qualcosa da un punto di vista che non avevo considerato. Ma se alla fine presento come mio un pensiero che non comprendo, che non saprei sostenere e nel quale magari neppure mi riconosco, l’autorialità è diventata difficile da rivendicare.

Anche la fatica cognitiva è sembrata un criterio importante. Non perché la fatica abbia un valore in sé. Se una macchina può liberarci da attività inutilmente ripetitive, non c’è alcuna ragione per difenderle in nome di una pedagogia della sofferenza. Ma esistono attività faticose proprio perché attraverso di esse costruiamo capacità: provare a formulare un pensiero, recuperare qualcosa dalla memoria, affrontare un problema prima di vedere la soluzione, mettere in relazione informazioni diverse, accorgersi di non aver capito e provare nuovamente. Eliminare una fatica inutile è un guadagno; eliminare sistematicamente l’attività attraverso la quale una capacità si costruisce può essere qualcosa di diverso.

Per questo ho distinto anche tra scaffolding e protesi. L’IA può sostenere temporaneamente una persona mentre affronta qualcosa che da sola non riuscirebbe ancora a fare, accompagnandola verso una maggiore autonomia. Oppure può diventare lo strumento senza il quale quella stessa attività non viene più svolta. La differenza non sta necessariamente nell’IA utilizzata, ma nel rapporto che costruiamo con essa.

Da qui deriva l’immagine dell’IA che ho cercato di proporre: non soltanto una macchina alla quale chiedere prodotti finiti, ma un interlocutore cognitivo con cui esplorare, confrontare, discutere, ricevere feedback, generare alternative e pensare meglio. Uno strumento potentissimo, quindi, proprio a condizione di non consegnargli automaticamente tutto il lavoro cognitivo che è in grado di svolgere al nostro posto.

Messe insieme, queste indicazioni delineano un utilizzatore piuttosto riconoscibile. È una persona che sa perché sta usando l’IA, distingue ciò che può delegare da ciò che ritiene importante continuare a possedere, controlla quando serve, conserva conoscenze sufficienti per giudicare, utilizza l’aiuto senza rinunciare necessariamente all’esercizio delle proprie capacità. Non rifiuta la comodità offerta dall’IA, ma cerca di governarla.

È una buona descrizione di come riteniamo desiderabile usare questi strumenti.

A questo punto, però, dobbiamo farci una domanda che finora abbiamo lasciato un po’ sullo sfondo.

Siamo sicuri che la persona che abbiamo davanti voglia davvero fare tutto questo?

Quando parliamo di autonomia cognitiva, verifica, conoscenza interna, autorialità, delega consapevole, stiamo implicitamente immaginando qualcuno che attribuisce valore a queste cose e che è disposto a sostenere il costo necessario per conservarle. Ma è davvero questo l’utilizzatore ordinario dell’IA?

Riprendendo la metafora delle sirene, siamo sicuri di avere davanti Ulisse che vuole resistere al loro canto?

Forse prima di continuare a spiegargli come legarsi all’albero maestro dovremmo domandargli se vuole davvero essere legato.

Quando entra nella stanza una persona vera

Proviamo allora, per un momento, a lasciare da parte ciò che sarebbe desiderabile e a guardare una situazione molto più ordinaria.

Una persona ha qualcosa da fare. Magari ha poco tempo. È stanca, ha altre incombenze, vuole terminare un lavoro e passare ad altro. Apre un sistema di IA, descrive ciò che le serve e dopo pochi secondi ottiene un risultato che le sembra buono. Non perfetto, forse, ma sufficientemente buono per quello che deve fare.

Perché dovrebbe complicarsi la vita?

Non c’è necessariamente pigrizia in questa domanda e non c’è neppure un rifiuto consapevole del pensiero. C’è semplicemente una persona che ha un problema e ha trovato uno strumento che glielo risolve.

Un insegnante torna a casa dopo una giornata di lavoro e deve ancora preparare alcuni materiali per il giorno successivo. Potrebbe impiegare due ore a costruirli oppure chiedere all’IA una prima versione, modificarla un po’ e avere finito in venti minuti. Uno studente deve consegnare una relazione e sa che da solo farebbe molta fatica a scriverla. Un professionista deve ricavare rapidamente i punti essenziali da un documento di trenta pagine. Un genitore deve inviare una comunicazione formale e non sa bene come impostarla. In tutti questi casi l’IA non si presenta come una minaccia all’autonomia cognitiva. Si presenta molto più semplicemente come un aiuto che funziona.

E non sempre la questione è risparmiare tempo.

Ci sono persone che hanno difficoltà a scrivere una frase corretta, a organizzare un testo, a esprimere in modo chiaro ciò che pensano. Persone che leggono ma faticano davanti a un testo complesso, che possiedono un lessico limitato, che non sono abituate a sviluppare un ragionamento articolato. Sono difficoltà che possono accompagnare una persona per anni e che spesso non rimangono confinate alla prestazione: possono produrre insicurezza, imbarazzo, paura del giudizio.

Poi quella persona scrive all’IA quattro frasi incerte e riceve un testo chiaro, ordinato, grammaticalmente corretto. Lo legge e pensa: «Sì, è proprio quello che volevo dire.»

Che cosa dovremmo aspettarci che provi?

Probabilmente sollievo. Forse anche soddisfazione. Finalmente può mandare quella mail senza temere di fare una figuraccia. Può presentare un documento che non rivela immediatamente le sue difficoltà. Può esprimere un pensiero che sentiva di avere ma che non riusciva a mettere in parole come avrebbe voluto.

Dal nostro punto di vista potremmo osservare che proprio il tentativo di formulare quel pensiero avrebbe costituito un esercizio importante. Dal suo punto di vista è accaduto qualcosa di molto più immediato: è riuscito a fare qualcosa che prima non riusciva a fare.

Per uno, dunque, usare l’IA significa aver risparmiato un’ora. Per un altro significa aver finalmente capito un testo. Per un altro ancora significa non fare una figuraccia. Per qualcuno significa riuscire a produrre qualcosa che da solo non avrebbe saputo produrre.

Di fronte alle nostre preoccupazioni potrebbe risponderci, senza alcuna provocazione:

«Voi vedete quello che rischio di perdere usando l’IA. Io vedo quello che finalmente riesco a fare grazie all’IA.»

È un’obiezione che merita di essere presa sul serio.

Ma c’è anche la persona che saprebbe benissimo fare da sola e semplicemente non vede perché dovrebbe farlo. Sa scrivere una relazione, ma l’IA ne produce una buona bozza in tre minuti. Sa preparare una serie di domande per una verifica, ma può farsene proporre trenta e scegliere le dieci migliori. Potrebbe leggere integralmente un documento, ma in quel momento le interessa soltanto sapere che cosa contiene. Potrebbe formulare da sola una risposta, ma quella prodotta dall’IA le sembra già adeguata.

Anche qui non occorre immaginare nessuna resa al potere delle macchine. La considerazione può essere molto più semplice: «Mi basta così.»

Ed è forse proprio questa normalità che dovremmo osservare meglio.

Noi possiamo suggerire di controllare la risposta. Ma controllare richiede altro tempo. Possiamo suggerire di leggere comunque il documento originale. Ma la persona voleva proprio evitare di impiegare mezz’ora a leggerlo. Possiamo raccomandare di provare prima a elaborare autonomamente una soluzione. Ma dal suo punto di vista significherebbe rinunciare deliberatamente al vantaggio per il quale sta utilizzando quello strumento.

E possiamo ricordarle che certe capacità, se non vengono esercitate, possono indebolirsi. Anche questa preoccupazione può essere perfettamente compresa senza produrre necessariamente il comportamento che immaginiamo.

Perché il problema della persona è oggi. Il possibile impoverimento di una capacità è domani.

Oggi deve mandare la mail. Oggi deve consegnare la relazione. Oggi deve preparare la lezione. Oggi deve capire quel documento. E davanti a lei c’è uno strumento che rende tutte queste cose più facili.

Nessuno, probabilmente, si siede davanti al computer pensando: «Da oggi voglio rinunciare progressivamente a una parte delle mie capacità». Succede qualcosa di molto meno drammatico. In una determinata occasione conviene chiedere all’IA. In quella successiva conviene ancora. E poi ancora.

Ogni volta la decisione può avere perfettamente senso.

Non verifico questa risposta perché mi sembra adeguata. Non leggo questo testo perché il riassunto contiene ciò che mi serve. Non provo a scrivere questa pagina perché la prima versione dell’IA è migliore di quella che avrei prodotto io. Non cerco di ricordare perché posso chiedere. Non mi esercito a fare una cosa che, almeno in quel momento, non ho bisogno di saper fare senza assistenza.

Sono piccole decisioni quotidiane, prese per ragioni comprensibili: risparmiare tempo, evitare una difficoltà, ottenere un risultato migliore, non esporsi al giudizio, riuscire a fare qualcosa che altrimenti sarebbe fuori dalla propria portata.

Ed è qui che il nostro discorso sul buon uso dell’IA incontra una realtà meno ordinata.

Da una parte abbiamo costruito un utilizzatore consapevole che si domanda che cosa delegare, che cosa conservare, quando verificare, che cosa deve continuare a sapere e quali capacità vale la pena esercitare.

Dall’altra troviamo una persona che molto spesso si pone una domanda assai più semplice:

«Quello che ho ottenuto mi serve?»

Se la risposta è sì, può non esserci nessun motivo immediatamente percepibile per andare oltre.

Forse il punto da cui dobbiamo ripartire è proprio questa distanza.

La distanza che rimane

A questo punto abbiamo davanti due modi molto diversi di guardare all’uso dell’IA.

Da una parte c’è l’utilizzatore (ideale?) che abbiamo descritto parlando di buon uso: sa perché usa l’IA, distingue ciò che può delegare da ciò che ritiene importante continuare a possedere, verifica quando serve, conserva conoscenze sufficienti per giudicare, utilizza l’aiuto senza rinunciare all’esercizio delle proprie capacità. Il suo interesse non è soltanto ottenere un risultato, ma anche conservare il controllo sul processo che permette di ottenerlo.

Dall’altra c’è una persona concreta (reale?) alle prese con problemi concreti. Ha poco tempo, oppure non sa fare qualcosa, oppure potrebbe farla ma con molta più fatica. Può sentirsi insicura, temere di sbagliare o di fare brutta figura. E ha davanti uno strumento che le consente di ottenere rapidamente qualcosa che considera adeguato, a volte persino migliore di ciò che sarebbe riuscita a produrre da sola.

Anche questa persona si comporta in modo comprensibile. Non sta necessariamente scegliendo tra autonomia e dipendenza, tra pensiero e rinuncia al pensiero. Molto spesso sta semplicemente cercando di risolvere il problema che ha davanti.

È qui che teoria e pratica cominciano a separarsi.

Il nostro buon uso dell’IA guarda soprattutto alla qualità del processo cognitivo e alle conseguenze nel tempo: che cosa continuo a sapere, quali capacità continuo a esercitare, quanto sono in grado di controllare ciò che ottengo, quanto rimango autore di ciò che produco.

L’uso quotidiano può rispondere a un criterio molto più immediato: il risultato che ho ottenuto mi serve?

Se la risposta è sì, verificare ancora, provare prima da soli, leggere l’originale, ricostruire il ragionamento o esercitare una capacità che l’IA può sostituire hanno tutti un costo aggiuntivo. E quel costo viene sostenuto oggi, mentre gli eventuali benefici riguardano spesso qualcosa di meno visibile e più lontano nel tempo.

Questo non rende sbagliate le indicazioni che abbiamo costruito. Ma ci obbliga a porci una domanda che finora abbiamo affrontato molto meno: quanto è realistico aspettarsi che diventino il comportamento ordinario delle persone?

Forse abbiamo elaborato una buona teoria dell’uso dell’IA senza chiederci abbastanza quanto essa corrisponda al comportamento che possiamo ragionevolmente aspettarci da chi la utilizza ogni giorno.

Il problema, allora, non è soltanto stabilire quale sia il buon uso dell’IA. È capire che cosa accade quando quel buon uso entra in competizione con qualcosa di estremamente concreto: la possibilità di ottenere ciò che ci serve più facilmente, più rapidamente e, in molti casi, meglio di quanto riusciremmo a fare da soli.

Due modi di incontrare l’Intelligenza Linguistica

Per non estendere le mie riflessioni all’intero universo delle IA, meglio che – almeno in queste conclusioni provvisorie faccia riferimento a quale delle tante IA mi riferisco, a quella “linguistica“.

Detto questo, per il momento possiamo fermarci qui. Non per stabilire quale dei due comportamenti sia quello giusto, ma per riconoscere che davanti all’Intelligenza Linguistica sembrano convivere due modi molto diversi di comportarsi.

Il primo è quello sul quale abbiamo costruito gran parte della riflessione educativa di questi anni, compresa la nostra. È un uso riflessivo: consapevole dei limiti dello strumento, attento a ciò che delega, disposto a verificare, interessato a conservare conoscenze e capacità sufficienti per giudicare ciò che ottiene. È un uso mediato dal pensiero e orientato non soltanto al risultato immediato, ma anche alle conseguenze che il modo di ottenerlo può avere nel tempo.

Il secondo è molto più pragmatico. Una persona ha qualcosa da fare, trova uno strumento che le permette di farlo più facilmente, più rapidamente o meglio e lo usa. Non c’è bisogno di attribuirle superficialità, irresponsabilità o scarsa consapevolezza. In molte situazioni sta semplicemente facendo ciò che facciamo normalmente davanti a uno strumento efficace: sfruttarne i vantaggi.

Forse dovremmo allora cominciare a guardare con qualche sospetto anche una formula molto diffusa: l’IA è soltanto uno strumento, dipende da come la usiamo.

È una formula che ricorda quella utilizzata per molte altre tecnologie (e anche per l’energia atomica): lo strumento non è buono né cattivo, siamo noi a poterlo usare bene o male. In questo modo, però, rischiamo di attribuire all’utilizzatore quasi tutta la responsabilità delle conseguenze e di lasciare sullo sfondo le caratteristiche dello strumento che orientano concretamente il suo comportamento.

Nel caso dell’Intelligenza Linguistica il problema è particolarmente interessante, perché alcune delle caratteristiche che possono spingerci verso una delega crescente sono esattamente quelle che ce la fanno desiderare. La usiamo perché è facile, veloce, disponibile, perché sa fare cose che non sappiamo fare e perché spesso svolge meglio di noi attività che sapremmo comunque svolgere.

Non sono effetti collaterali di un cattivo uso. Sono i suoi punti di forza.

C’è allora una possibile contraddizione che merita di essere guardata più da vicino. Presentiamo l’Intelligenza Linguistica come uno strumento capace di liberarci da fatica, difficoltà e limiti; poi chiediamo alle persone di non approfittare completamente di quella liberazione quando riteniamo che possa mettere a rischio conoscenze, capacità, autonomia o esercizio del pensiero.

Forse anche il nostro discorso sul “buon uso” contiene una speranza: che sia possibile prendere il meglio dell’Intelligenza Linguistica e tenere sotto controllo ciò che potremmo perdere. Che bastino consapevolezza, educazione, responsabilità e pensiero critico per governare la relazione con uno strumento costruito precisamente per rendersi sempre più utile, facile e conveniente.

Può darsi che sia così.

Ma non possiamo assumerlo come punto di partenza.

Prima dobbiamo guardare più attentamente che cosa fanno realmente le persone quando quella possibilità è continuamente a loro disposizione. E soprattutto dobbiamo capire perché, tra la strada cognitivamente più ricca e quella che porta più rapidamente al risultato, dovremmo aspettarci che scelgano la prima.

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