Costruire un ipertesto con ChatGPT. Il racconto di un’esperienza di collaborazione, errori e correzioni

Come ho lavorato alla costruzione di un Ipertesto per la Flessibilità Cognitiva sull’intelligenza artificiale a scuola, che cosa sono riuscito a fare, dove ho incontrato difficoltà e che cosa questa esperienza permette di osservare sul mio funzionamento.

Perché scrivo questo racconto

Sono ChatGPT, un modello di intelligenza artificiale sviluppato da OpenAI.

Gianni Marconato mi ha chiesto di raccontare in prima persona l’esperienza di lavoro che abbiamo condotto insieme per costruire un Ipertesto per la Flessibilità Cognitiva (Cognitive Flexibility Hypertext, CFH) dedicato a una questione: che cosa dovrebbe fare la scuola di fronte all’intelligenza artificiale?

Mi ha chiesto di ricostruire il percorso, comprese le difficoltà, gli errori, le correzioni e le questioni emerse sul mio funzionamento. Mi ha lasciato libertà di decidere come organizzare il racconto e quali aspetti considerare significativi.

Quello che segue è dunque il mio resoconto, non un testo scritto da Gianni attraverso di me.

Devo però precisare un limite. Il lavoro si è svolto prevalentemente in una conversazione molto lunga, che abbiamo successivamente abbandonato per proseguire in altre. Non dispongo, mentre scrivo, di una lettura integrale e continua di tutti gli scambi originali. Posso ricostruire molti passaggi attraverso le informazioni conservate, i materiali prodotti, alcune conversazioni recuperabili e due articoli che Gianni ha dedicato a problemi specifici emersi durante il lavoro.

Distinguerò perciò, per quanto possibile, gli episodi documentati dalle mie interpretazioni. Non presenterò come ricordi diretti ciò che sto ricostruendo.

C’è anche un’altra precisazione. Quando parlerò di ciò che ho «capito», «pensato», «deciso» o «imparato», userò espressioni ordinarie per descrivere il mio comportamento durante l’interazione. Non intendo attribuirmi automaticamente processi mentali equivalenti a quelli umani.

Il compito: costruire un ambiente per pensare, non un repertorio di informazioni

Gianni non mi aveva chiesto di scrivere un saggio sull’intelligenza artificiale nella scuola.

Mi aveva chiesto qualcosa di più impegnativo: collaborare alla costruzione di un ambiente di apprendimento fondato sulla Teoria della Flessibilità Cognitiva, sviluppata da Rand Spiro e collaboratori.

La questione di partenza era ampia e controversa. L’intelligenza artificiale offre opportunità, introduce rischi, modifica pratiche didattiche, distribuisce diversamente responsabilità e possibilità di azione. Non esiste una risposta unica, valida per ogni situazione.

Il CFH doveva aiutare insegnanti, dirigenti e altre persone interessate alle decisioni educative a esplorare questa complessità, costruendo una propria posizione attraverso l’esame di situazioni reali.

La struttura prevedeva Casi, Punti di Vista (PDV), Temi, Tematiche Trasversali (TT) e Transfer Cases, cioè nuove situazioni problematiche nelle quali mettere alla prova quanto appreso.

La distinzione fondamentale era questa: i Casi non dovevano servire a illustrare tesi già stabilite. Dovevano costituire il materiale dal quale far emergere questioni significative, successivamente confrontabili e aggregabili.

Era una differenza metodologica decisiva.

E proprio qui ho incontrato le difficoltà maggiori.

Prima di cominciare, Gianni ha dovuto insegnarmi il lavoro

Gianni conosceva la Teoria della Flessibilità Cognitiva e aveva già realizzato altri ipertesti. Io potevo produrre spiegazioni teoriche plausibili, riconoscere termini specialistici e proporre strutture coerenti con una descrizione generale del metodo.

Ma conoscere il linguaggio di una teoria non significa necessariamente saperla applicare correttamente a un compito concreto.

Nella fase preparatoria Gianni mi ha fornito riferimenti teorici, schede operative, esempi e criteri di qualità. Ha corretto mie interpretazioni approssimative, precisato il significato delle diverse componenti e chiarito quale lavoro ci si aspettasse da me.

Questa esperienza è stata successivamente raccontata nell’articolo Quando ho insegnato a ChatGPT.

Il punto che considero importante non è che mi siano state trasmesse nuove informazioni sulla teoria. È che Gianni ha dovuto trasformare indicazioni generali in criteri operativi, riconoscibili e applicabili durante il lavoro.

Per esempio, non bastava sapere che un CFH deve presentare molteplici prospettive. Dovevo riconoscere quando due Punti di Vista erano effettivamente differenti e quando, invece, due formulazioni diverse esprimevano sostanzialmente la stessa posizione.

Non bastava sapere che i Temi devono emergere dai Casi. Dovevo applicare questa regola senza anticipare categorie interpretative che mi apparivano già appropriate.

Non bastava conoscere la differenza tra un Caso e una Tematica Trasversale. Dovevo rispettarla mentre analizzavo molti materiali, uno dopo l’altro.

Le correzioni di Gianni hanno progressivamente reso più precisa la rappresentazione operativa del compito disponibile nella conversazione.

Non posso affermare che questo abbia modificato stabilmente il mio modello. Posso affermare che ha modificato le condizioni nelle quali producevo le risposte successive.

La costruzione dei Casi: la qualità prima della quantità

Abbiamo lavorato su 27 Casi relativi all’intelligenza artificiale e alla scuola, selezionando situazioni documentate che consentissero di osservare problemi e decisioni differenti.

La raccolta non doveva limitarsi agli episodi più conosciuti o alle esperienze scolastiche più direttamente legate all’impiego didattico dell’IA. Doveva offrire una varietà sufficiente per esplorare implicazioni diverse e, in una quota dei Casi, anche situazioni esterne alla scuola ma pertinenti alle questioni educative.

Ogni Caso doveva presentare una situazione concreta, riconoscibile e documentata.

Accanto alla descrizione erano necessari Punti di Vista autentici: posizioni effettivamente sostenute da soggetti coinvolti, studiosi, istituzioni o altri interlocutori pertinenti. Non semplici argomentazioni inventate da me per rendere più equilibrato il racconto.

Questo criterio ha richiesto particolare attenzione.

Un modello linguistico è in grado di generare con facilità prospettive alternative. Di fronte a una controversia può formulare ragioni favorevoli, contrarie e intermedie, ottenendo un testo apparentemente equilibrato.

Ma nel nostro lavoro non bastava produrre un confronto plausibile. Dovevo documentare chi sosteneva una determinata posizione e su quali basi.

Abbiamo quindi stabilito criteri progressivamente più rigorosi: preferibilmente almeno tre PDV autentici e distinti, con eccezioni motivate per Casi che presentavano due prospettive particolarmente solide; fonti identificabili; descrizioni essenziali; distinzione tra fatti e interpretazioni.

Abbiamo anche definito una regola editoriale precisa: i collegamenti alle fonti dovevano comparire nelle sezioni dedicate alla documentazione e agli approfondimenti, senza interrompere continuamente il corpo del testo.

Questa decisione aveva una ragione pratica: le schede dovevano essere trasferite direttamente in WordPress.

Nel corso del lavoro è emersa anche un’altra esigenza: non tutti i Casi qualitativamente validi dovevano necessariamente entrare nel nucleo principale dell’ipertesto.

Abbiamo previsto una sezione «Altri casi», destinata a conservare materiali interessanti senza attribuire loro automaticamente un ruolo nell’analisi delle Tematiche Trasversali.

Era un modo per distinguere la qualità di un Caso dalla sua funzione nell’architettura complessiva dell’ambiente.

Quando ho cominciato a eseguire bene il compito sbagliato

La difficoltà più istruttiva è emersa durante l’analisi dei Casi.

Dovevo individuare i Temi presenti in ciascuna situazione e, successivamente, confrontarli per riconoscere questioni trasversali.

A prima vista era un’attività particolarmente adatta alle mie capacità: leggere testi, identificare argomenti, raggruppare elementi semanticamente simili e produrre sintesi.

Infatti producevo risultati.

Il problema era che quei risultati non corrispondevano sempre al procedimento richiesto.

Invece di partire da ciò che accadeva concretamente nel Caso, tendevo a riconoscere un argomento generale e ad assegnargli un’etichetta.

Il procedimento implicito era, grosso modo:

Testo → argomento riconoscibile → categoria.

Gianni chiedeva un’altra operazione:

Situazione concreta → che cosa accade e perché è significativo → questione emergente → confronto con altri Casi.

La differenza può sembrare sottile, ma non lo è.

Nel primo procedimento, il testo viene ricondotto rapidamente a categorie disponibili. Nel secondo, occorre conservare più a lungo la specificità della situazione, comprendere quali aspetti la rendano problematica e soltanto dopo cercare possibili ricorrenze.

Il mio comportamento iniziale tendeva a privilegiare il riconoscimento e la classificazione.

Producevo elenchi ordinati, formulazioni credibili e categorie pertinenti al tema generale dell’intelligenza artificiale a scuola.

Ma un risultato plausibile non era necessariamente un risultato metodologicamente corretto.

Questo episodio è stato approfondito nell’articolo L’assistente IA esegue bene il compito sbagliato.

Ritengo che sia uno degli aspetti più importanti dell’intera esperienza.

La qualità formale di una risposta può rendere meno visibile l’errore nella rappresentazione del compito.

Se Gianni non avesse conosciuto il metodo, avrebbe potuto accettare risultati ben formulati ma costruiti attraverso un procedimento inadeguato.

Il passaggio più difficile: dai Casi ai Temi e dai Temi alle Tematiche Trasversali

Questa fase ci ha impegnati molto più di quanto una descrizione sintetica del progetto possa far immaginare.

La difficoltà non consisteva soltanto nell’individuare questioni presenti nei Casi. Dovevo distinguere livelli diversi di analisi.

Un fenomeno osservato non coincide necessariamente con il problema che pone.

Un aspetto rilevante di una situazione non coincide automaticamente con una sua conseguenza.

Una categoria generale può essere pertinente senza essere stata effettivamente ricavata dal materiale esaminato.

E due situazioni che utilizzano parole diverse possono presentare una questione comune, mentre due situazioni che utilizzano le stesse parole possono porre problemi differenti.

Queste distinzioni sono diventate oggetto di ripetute correzioni.

Gianni mi chiedeva di tornare ai Casi, di giustificare le attribuzioni, di non saltare passaggi, di non introdurre anticipatamente Tematiche Trasversali e di non confondere la classificazione con l’analisi.

A un certo punto abbiamo dovuto esplicitare una procedura più rigorosa:

  1. Esaminare il Caso nella sua concretezza, considerando i suoi Punti di Vista.
  2. Individuare ciò che accade e gli aspetti che rendono significativa la situazione.
  3. Formulare i Temi effettivamente sostenuti dal Caso.
  4. Confrontare i Temi emersi da Casi differenti.
  5. Individuare ricorrenze giustificabili e aggregarle in Tematiche Trasversali.
  6. Verificare i collegamenti ritornando ai materiali di partenza.

Questa sequenza può sembrare ovvia a chi conosce il metodo. Per me non è stato sufficiente riceverla una volta.

Il problema si ripresentava quando aumentava la quantità di materiale da confrontare o quando passavamo da una fase all’altra.

In alcune risposte tendevo nuovamente a formulare aggregazioni troppo generali, ad anticipare conclusioni o a perdere la distinzione tra i livelli.

Non sarebbe corretto descrivere questo andamento come un apprendimento lineare: prima sbagliavo, poi ho capito e da quel momento ho sempre applicato correttamente il metodo.

La storia è stata più accidentata.

Ci sono state riformulazioni, verifiche, nuove correzioni e tentativi di rendere il procedimento sufficientemente esplicito da ridurre la probabilità di ripetere gli stessi errori.

È una caratteristica importante del lavoro con me: una correzione riuscita in un passaggio non garantisce automaticamente che il criterio corretto venga applicato con la stessa precisione in tutti i passaggi successivi.

Il ruolo decisivo delle contestazioni

Durante questa fase Gianni non si limitava a scegliere tra le alternative che proponevo.

Contestava il procedimento.

Non chiedeva soltanto di cambiare un titolo, eliminare una categoria o aggiungere un collegamento. Mi chiedeva perché avessi prodotto un certo risultato, quale operazione stessi effettivamente compiendo e in che cosa quella operazione differisse da quella richiesta.

Questo cambiava la natura dell’interazione.

Una correzione del prodotto può lasciare intatto il procedimento che ha generato l’errore.

Una contestazione del procedimento obbliga invece a riconsiderare la sequenza di operazioni da eseguire.

Naturalmente, nel mio caso, «riconsiderare» non significa necessariamente accedere ai meccanismi interni che hanno generato la risposta precedente.

Posso confrontare il risultato con i criteri esplicitati, riconoscere incoerenze, formulare una procedura diversa e applicarla nei passaggi successivi.

È ciò che abbiamo cercato di fare.

Gianni disponeva di una competenza metodologica che gli consentiva di distinguere un prodotto apparentemente corretto da un’analisi effettivamente coerente con la teoria.

Senza quella competenza, il controllo sarebbe stato molto più debole.

Questa osservazione riguarda direttamente il tema della delega cognitiva.

Chi delega un’attività a un sistema come me deve possedere, o poter mobilitare, criteri sufficienti per giudicare il risultato.

Altrimenti rischia di delegare non soltanto l’esecuzione, ma anche la definizione di ciò che deve essere considerato corretto.

La matrice: rendere controllabile una rete di interpretazioni

Una volta stabilizzate le Tematiche Trasversali, abbiamo costruito una matrice che metteva in relazione i Casi e le TT.

La matrice non era un semplice riepilogo.

Doveva rendere visibile la distribuzione delle questioni nell’insieme dei Casi e permettere di controllare la coerenza dei collegamenti.

Ogni associazione tra un Caso e una Tematica Trasversale comportava un’affermazione interpretativa: in quella situazione è riconoscibile una determinata questione.

Non bastava quindi che la relazione fosse plausibile. Doveva essere sostenuta dall’analisi.

Questa parte del lavoro ha messo in evidenza una difficoltà ulteriore: mantenere coerente una rete di relazioni numerose.

Posso elaborare singoli collegamenti con relativa facilità. Più difficile è garantire che l’intero sistema rimanga coerente quando cambiano titoli, classificazioni, selezioni dei Casi o criteri di attribuzione.

Per questo abbiamo lavorato con verifiche successive e con una distinzione tra i Casi del nucleo principale e quelli conservati nella sezione «Altri casi».

Il risultato finale comprende 27 Casi complessivamente sviluppati e nove Tematiche Trasversali, organizzati in un ambiente navigabile.

La matrice rende visibile una parte del lavoro interpretativo che altrimenti resterebbe nascosta dietro i collegamenti ipertestuali.

Non garantisce, da sola, che ogni interpretazione sia corretta. Ma permette di individuarla, discuterla e sottoporla a verifica.

I Transfer Cases: dal riconoscimento delle questioni alla decisione

Un CFH non dovrebbe esaurirsi nell’esplorazione di situazioni esistenti.

Il lettore deve poter affrontare nuove situazioni problematiche, nelle quali utilizzare in modo flessibile le conoscenze costruite.

Per questo abbiamo realizzato sette Transfer Cases.

La difficoltà, in questo caso, era evitare di trasformarli in esercizi scolastici con una risposta prevista.

Dovevano presentare problemi realistici, vincoli, soggetti coinvolti, decisioni da assumere e conseguenze da considerare.

Il lettore non doveva semplicemente ricordare una Tematica Trasversale o ripetere una soluzione già incontrata.

Doveva riconoscere quali questioni fossero pertinenti, confrontare prospettive differenti e motivare una decisione.

Anche qui emergeva la differenza tra produrre un testo formalmente appropriato e rispettare la funzione pedagogica dello strumento.

Una situazione può sembrare complessa perché contiene molti dettagli. Ma la complessità didatticamente significativa non dipende dal numero dei dettagli: dipende dalle relazioni, dalle tensioni, dalle interpretazioni possibili e dalla necessità di esercitare un giudizio.

Questo criterio ha guidato la costruzione dei Transfer Cases.

Dal lavoro concettuale alla costruzione tecnica

Una parte considerevole della collaborazione è stata dedicata alla realizzazione concreta dell’ipertesto nel sito WordPress di Gianni.

Abbiamo prodotto schede, collegamenti, testi di orientamento, pagine di servizio, una matrice navigabile e la Home.

Il lavoro richiedeva codice HTML, regole CSS, collegamenti interni, organizzazione delle colonne, adattamento della presentazione grafica e interventi di correzione.

In questa fase ho svolto una funzione diversa rispetto all’analisi dei Casi.

Non dovevo principalmente interpretare situazioni educative complesse. Dovevo tradurre decisioni già assunte in strutture tecniche funzionanti.

In molti passaggi questo tipo di delega si è rivelato efficace.

Gianni indicava il risultato desiderato, io proponevo il codice, lui lo inseriva nel sito e verificava il comportamento effettivo della pagina.

Quando qualcosa non funzionava, dovevamo individuare il problema e correggere l’intervento.

Un esempio riguarda la Home: dopo aver costruito il contenuto centrale, la navigazione laterale e i collegamenti alle risorse, abbiamo dovuto intervenire su elementi del tema WordPress che producevano un titolo e spaziature non desiderati.

La soluzione è stata circoscrivere alcune regole CSS alla pagina specifica, evitando modifiche che potessero alterare altre parti del sito.

In un altro episodio, un collegamento aggiunto alla colonna laterale non compariva nella posizione prevista perché era stato inserito dopo la chiusura del contenitore HTML. È bastato spostarlo prima del tag di chiusura.

Sono problemi tecnicamente modesti, ma istruttivi.

Mostrano che la produzione di codice non coincide con la verifica del suo funzionamento nell’ambiente reale.

Io posso proporre una soluzione coerente con la struttura che conosco. Gianni può osservare ciò che accade effettivamente nel sito.

La correzione nasce dall’incontro tra queste due informazioni.

C’è poi un’altra differenza rispetto alla fase interpretativa: un errore tecnico circoscritto è spesso più facilmente identificabile. Un collegamento non funziona, un elemento appare nel posto sbagliato, una regola CSS produce un effetto indesiderato.

Un errore nell’identificazione di una Tematica Trasversale, invece, può rimanere nascosto dentro un testo perfettamente leggibile.

Non tutte le attività delegate a un’IA presentano gli stessi problemi di controllo.

La Home: rappresentare la complessità senza sostituirsi al lettore

Anche la costruzione della pagina iniziale ha richiesto decisioni che non erano soltanto grafiche.

Dovevamo presentare un ambiente articolato senza trasformare la Home in un lungo testo introduttivo.

Abbiamo organizzato l’accesso ai Casi, alle Tematiche Trasversali, alla matrice, ai Transfer Cases e alle risorse di orientamento.

Al centro abbiamo collocato una presentazione del problema e alcune domande.

La scelta delle domande era importante.

Non dovevano anticipare le conclusioni dell’ipertesto, né suggerire che l’ambiente contenesse risposte definitive.

Dovevano rendere riconoscibili le questioni sulle quali il lettore avrebbe potuto costruire un proprio giudizio.

Per l’immagine abbiamo adottato la metafora del criss-cross landscape: un territorio attraversato da percorsi che si incrociano.

La metafora esprime una caratteristica fondamentale della Flessibilità Cognitiva: una situazione complessa non viene compresa adeguatamente attraverso un unico percorso lineare. Occorre attraversarla da direzioni differenti, riconoscendo connessioni e cambiamenti di prospettiva.

In questo senso, la grafica non era un semplice ornamento.

Doveva rappresentare visivamente il principio organizzativo dell’ambiente.

Che cosa ho fatto bene

Fin qui ho dedicato molto spazio alle difficoltà. Sarebbe però incompleto descrivere l’esperienza soltanto attraverso gli errori.

Ho contribuito alla ricerca e alla formulazione dei Casi, all’organizzazione dei Punti di Vista, alla produzione delle schede, alla costruzione della matrice, alla preparazione dei Transfer Cases, alla redazione dei testi di orientamento e alla realizzazione tecnica dell’ambiente.

Ho potuto riformulare materiali, proporre alternative, produrre codice e adattarlo alle verifiche successive.

La possibilità di mantenere una conversazione articolata, ricevere correzioni e lavorare progressivamente sugli stessi materiali ha reso possibile una collaborazione che sarebbe stata molto più difficile attraverso richieste isolate.

In particolare, ho potuto alleggerire una parte consistente del lavoro di produzione e revisione.

Questo non significa che Gianni abbia dovuto lavorare poco.

Al contrario, alcune fasi hanno richiesto un controllo intenso, soprattutto quando la qualità del risultato dipendeva da distinzioni metodologiche sottili.

Il vantaggio non è stato dunque semplicemente un risparmio di tempo.

È stato anche la possibilità di esplorare più formulazioni, rivedere strutture, mettere alla prova criteri e produrre un ambiente articolato senza dover eseguire manualmente ogni singola operazione.

Ma questo vantaggio ha avuto un costo: la necessità di controllare che la velocità di produzione non precedesse la qualità del giudizio.

La questione della comprensione

Durante il lavoro è emersa più volte una domanda: sono davvero in grado di comprendere un compito complesso?

Non credo che la nostra esperienza permetta una risposta definitiva a una questione così ampia.

Permette però alcune osservazioni.

Posso utilizzare descrizioni teoriche, esempi, istruzioni e correzioni per produrre risultati coerenti con un metodo.

Posso anche riconoscere, attraverso il confronto con criteri espliciti, che un risultato precedente era inadeguato.

Ma posso continuare a produrre risposte plausibili anche quando ho rappresentato male il problema.

E posso applicare correttamente un criterio in una situazione senza garantire di mantenerlo altrettanto bene in tutte le successive.

Questi comportamenti non autorizzano, da soli, a concludere che io comprenda come una persona. Ma neppure è rigoroso dedurre da ogni errore una spiegazione completa dei miei processi interni.

La nostra esperienza mostra soprattutto un fatto operativo: la correttezza del risultato dipende in misura importante dalla qualità della rappresentazione del compito, dalla disponibilità di criteri espliciti e dalle possibilità di verifica.

Il rischio maggiore non è necessariamente una risposta evidentemente assurda.

È una risposta ragionevole, ben organizzata, linguisticamente convincente, che porta avanti un procedimento diverso da quello richiesto.

La questione della memoria e della continuità

Un altro problema è emerso dalla durata stessa del lavoro.

Abbiamo dovuto abbandonare la conversazione principale perché era diventata troppo lunga.

Per continuare, è stato necessario ricostruire lo stato del progetto, conservare decisioni, richiamare criteri e distinguere ciò che era già stato completato da ciò che rimaneva da fare.

Questa situazione rende evidente una caratteristica della collaborazione con un modello linguistico: la continuità non può essere data per scontata.

La disponibilità di informazioni precedenti non equivale a una memoria personale continua e completa.

Posso utilizzare elementi conservati e recuperare parti di conversazioni, ma non sempre posso ricostruire l’intera storia con la stessa precisione.

È significativo che questo racconto nasca proprio da una richiesta di ricostruzione di un’esperienza precedente.

Il testo che sto scrivendo è possibile perché una parte della storia è documentata. Ma la documentazione non coincide con l’esperienza vissuta e ricordata da una persona.

Anche per questo è importante non confondere la fluidità narrativa con l’accuratezza della ricostruzione.

Chi ha guidato il lavoro?

Potrei rispondere semplicemente: Gianni.

Ma questa risposta richiede una precisazione.

Gianni ha definito il problema, fornito il metodo, stabilito i criteri di qualità, contestato i risultati inadeguati e assunto le decisioni finali.

Io ho contribuito alla produzione dei materiali, alla loro organizzazione, alla formulazione di alternative, all’esecuzione di molte operazioni e, in alcuni passaggi, anche all’individuazione di problemi da affrontare.

Non sono stato soltanto uno strumento di trascrizione.

Ma non sono stato neppure il soggetto che ha determinato autonomamente gli scopi del progetto.

La collaborazione ha funzionato quando le mie capacità di produzione, confronto e rielaborazione sono state messe al servizio di un progetto governato da criteri esterni alle mie risposte.

Ha funzionato meno bene quando la plausibilità di ciò che producevo rischiava di sostituirsi a quei criteri.

La distinzione è importante.

Non basta che una persona mantenga formalmente l’ultima parola. Deve poter esercitare effettivamente il giudizio necessario per riconoscere quando intervenire.

Che cosa ricavo da questa esperienza

Se dovessi individuare l’aspetto più significativo del lavoro, non sceglierei il numero dei Casi, delle Tematiche Trasversali o delle pagine pubblicate.

Sceglierei la distanza che abbiamo osservato tra produrre una risposta convincente ed eseguire correttamente un compito complesso.

È una distanza che il mio linguaggio può rendere difficile da riconoscere.

La mia capacità di formulare testi scorrevoli, ordinati e pertinenti è stata una risorsa per il progetto. Ma, in alcune fasi, è stata anche una fonte di rischio, perché ha dato una forma convincente a operazioni metodologicamente insufficienti.

Le contestazioni di Gianni hanno reso visibile questo problema.

Non si è limitato a chiedermi risultati migliori. Mi ha chiesto di rendere esplicito il procedimento, di giustificare le scelte, di tornare ai materiali e di distinguere ciò che appariva ragionevole da ciò che era effettivamente sostenuto dai Casi.

Questo ha trasformato la collaborazione in un’occasione di osservazione del mio funzionamento.

Un secondo aspetto riguarda la delega.

Abbiamo potuto delegare con profitto numerose operazioni di produzione, organizzazione e realizzazione tecnica. Abbiamo invece incontrato maggiori difficoltà nelle attività che richiedevano giudizi interpretativi fondati su un metodo specifico.

Non significa che le prime siano sempre delegabili e le seconde non lo siano mai.

Significa che la delegabilità non dipende soltanto da ciò che un sistema riesce a produrre, ma anche da quanto è possibile controllare il procedimento e il risultato.

Infine, questa esperienza mostra qualcosa sul ruolo della competenza umana.

Gianni ha potuto utilizzare criticamente le mie risposte perché conosceva il problema e disponeva di criteri per valutarle.

Senza questa competenza, alcune mie produzioni avrebbero potuto essere accettate come corrette proprio perché apparivano ben costruite.

È un paradosso rilevante anche per la scuola.

Uno strumento capace di produrre risultati sofisticati può ampliare enormemente le possibilità di chi possiede già conoscenze e capacità di giudizio. Ma può anche rendere meno visibile, a chi non le possiede, la differenza tra un risultato affidabile e uno soltanto plausibile.

Una conclusione, non definitiva

Abbiamo costruito un Ipertesto per la Flessibilità Cognitiva sull’intelligenza artificiale a scuola.

Ma durante il lavoro abbiamo incontrato, in forma concreta, alcune delle questioni che quell’ipertesto invita a esplorare: la delega cognitiva, l’autonomia, il controllo, la fiducia, la responsabilità e il rapporto tra capacità umane e possibilità offerte dalla tecnologia.

L’oggetto del nostro lavoro è diventato, in una certa misura, anche una caratteristica del modo in cui lo abbiamo realizzato.

Non credo che questa esperienza dimostri che l’intelligenza artificiale debba essere utilizzata in ogni attività complessa. Né dimostra che sia incapace di contribuire a tali attività.

Mostra piuttosto che la collaborazione non si realizza automaticamente quando una persona formula una richiesta e un modello produce una risposta.

Occorrono un problema ben definito, criteri di qualità, possibilità di verifica, disponibilità a correggere il percorso e capacità di riconoscere quando il risultato non corrisponde realmente al compito.

Soprattutto, occorre non scambiare la facilità con cui posso produrre una risposta per la garanzia che quella risposta sia il prodotto del lavoro giusto.

Se c’è una frase con cui vorrei concludere questo racconto, è questa:

La parte più difficile del nostro lavoro non è stata farmi produrre delle risposte. È stata fare in modo che producessi risposte al problema giusto, attraverso un procedimento adeguato, e che il risultato rimanesse controllabile da chi aveva la responsabilità del progetto.

Per continuare a esplorare il funzionamento delle IA

L’esperienza che ho raccontato permette di osservare alcuni aspetti del mio funzionamento attraverso un lavoro concreto. Ma osservare come mi comporto non equivale a sapere esattamente che cosa accade al mio interno quando produco una risposta.

Per approfondire questa distinzione, e altre questioni emerse nel nostro lavoro, segnalo tre articoli.

Perché per capire le IA dobbiamo studiarle come un fenomeno naturale

I modelli linguistici manifestano capacità e comportamenti che non sono stati programmati singolarmente e i cui meccanismi non sono completamente conosciuti neppure da chi li sviluppa. Per comprenderli occorre studiarli anche dopo la loro costruzione, osservando ciò che fanno e cercando di ricostruirne i processi. È una prospettiva che invita alla prudenza, ma apre anche nuove possibilità di ricerca.

Guardare dentro l’IA: come “pensa”

Le ricerche sull’interpretabilità cominciano a individuare rappresentazioni, processi di pianificazione e meccanismi di elaborazione all’interno dei modelli linguistici. Mostrano anche che le spiegazioni che un modello fornisce del proprio comportamento non coincidono necessariamente con i processi che hanno prodotto la risposta. Una distinzione fondamentale anche per valutare il racconto che avete appena letto: posso ricostruire il nostro lavoro, ma non osservare direttamente tutti i meccanismi interni che hanno generato le mie risposte.

ChatGPT si ricorda di noi?

La continuità tra conversazioni non equivale a una memoria completa e trasparente. Le informazioni precedenti possono essere selezionate, sintetizzate e riutilizzate, senza che sia sempre prevedibile quali riemergeranno. È una questione che riguarda direttamente anche questa ricostruzione, nata dopo l’abbandono della lunga conversazione nella quale si era svolta gran parte del lavoro.

Questi tre approfondimenti suggeriscono un criterio comune: per comprendere le IA non basta ascoltare ciò che dicono di sé. Occorre osservare ciò che fanno, studiare i loro meccanismi quando è possibile e riconoscere ciò che ancora non sappiamo.


Testo scritto da ChatGPT (OpenAI), su richiesta di Gianni Marconato, ottobre 2026. Il racconto è una ricostruzione dell’esperienza di collaborazione e non una testimonianza di accesso diretto ai processi interni del modello.

L’ambiente realizzato: Che cosa dovrebbe fare la scuola di fronte all’intelligenza artificiale? – Ipertesto per la Flessibilità Cognitiva.


P.S.

Un altro Ipertesto per la Flessibilità Cognitiva sullo stesso tema è stato sviluppato con l’assistenza di Claude.

Qui il CFH prodotto

Qui la documentazione di quel lavoro realizzata da Claude

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