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Mi feedo (anche) di questi

Si ... copiare ....

di Marie Dargent

Grazie Lucio B. per il titolo e grazie anche Cristina (“amica” in più social network e insegnante) che in un tuo recente status in FB scrivi e mi dai il la per alcune considerazioni non marginali:

Antonio 7 anni e mezzo, deve scrivere una filastrocca per compito: “Mamma, me la cerchi al computer e la copiamo da lì?”….Nativo digitale o gran furbacchione????

Furbacchione, non direi ma “nativo digitale” (virgolettato per i noti motivi) di sicuro si.  Antonio, di sicuro uno che vive il proprio tempo e del proprio tempo usa tutte le facilities disponibili, internet compreso.

Lì, così, ho commentato

Ha fatto bene il pargoletto; perchè fare più fatica del necessario? Chi di noi adulti, nel pieno possesso delle proprie facoltà mentali, per raggiungere un obiettivo sceglierebbe la strada più lunga, più tortuosa, più faticosa? Il vero problema è un altro: quali compiti di apprendimento ha senso assegnare oggi considerando anche l’esistenza di internet ed il suo agevole accesso?

E’ assai diffusa la lamentela di tanti insegnanti per le scorciatoie che gli studenti sempre più spesso prendono nello svolgimento delle proprie attività di apprendimento. Ma è una lamentela che non porta da nessuna parte, nemmeno alla restaurazione di approcci didattici tipici delle era scolastica  pre-digitale. Internet non scomparirà come non scompairanno le pratiche ad esso associate; positive o negative che le si voglia considerare.

La questione non è che per colpa di internet gli studenti si abituano al copia-e-incolla e non usano più la propria testa per fare i compiti; la vera questione è che con internet (e non solo per questo) sono saltate, e altri ancora ne salteranno, numerose “abitudini” didattiche, numerose “certezze”.

Con internet saltano pratiche didattiche che per decenni hanno costituito dei punti fermi della didattica, punti di ancoraggio, punti di certezza, punti di rassicurazione per generazioni di insegnanti.

Saltano le attività di ricerca meramente descrittiva, saltano gli esercizi standardizzati, saltano tante versioni … Saltano tutte quelle attività didattiche che possono essere svolte attraverso un uso passivo e maccanico  delle risorse presenti in rete, attività che mobilitano funzioni di base del processo cognitivo.

Insegnanti, che oggi, con internet si trovano ad avere sguarnita la propria cassetta degli attrezzi pre-digitali, pre-multimediali, pre-ipertestuali e si trovano nella condizione di doversi inventare nuove pratiche didattiche  e si trovano a dover fare i conti con:

  • l’abbondanza di informazioni su ogni campo del sapere al di fuori dei canali scolastici canonici
  • l’agevole acceso a quelle informazioni
  • la presenza di autorevoli referenti “di contenuto” anche al di fuori dei luoghi e delle istituzioni tradizionalmente dedicati ad attività educative
  • le competenze digitali e di rete degli studenti
  • l’abitudine a lavorare in rete degli studenti
  • la loro abitudine a  esplorare, ricercare, condividere, collaborare, aiutarsi reciprocamente

Saltano, e diventano desuete, tante pratiche didattiche, quelle coerenti con una didattica trasmissiva la quale trova corrispondenza in “compiti” strutturati intorno alla ripetizione quasi meccanica (associata a poco impegno cognitivo)  di contenuti.

Ma si apre, anche,  l’opprtunità per nuove pratiche (di insegnamento e di apprendimento) capaci di attivare importanti e significativi processi cognitivi come:

  • l’esercizio del pensiero compkesso
  • l’analisi
  • la critica
  • la riflessione
  • l’espressione di una posizione personale
  • l’articolazione
  • l’argomentazione
  • l’interazione all’interno di prospettive multiple
  • lo sviluppo di pensiero causale, analogico, espressivo, esperenziale, di soluzione di problemi

La presenza di Internet nelle pratiche quotidiane di chiunque, per quanto riguarda la questione “compiti” che gli studenti sono chiamti a svolgere , significa che non hanno più alcun senso, ammesso che mai ce ne avessero avuto uno, tutte quelle attività didattiche che possono essere ricondotte ad una copiatura di informazioni/contenuti.

quello che si dovrebbe chiedere agli studenti è di fare qualcosa con le informazioni, di usare i contenuti come strumenti risolvere problemi,

Far lavorare gli studenti con le informazioni

  • esplorare
  • analizzare
  • valutare
  • investigare
  • progettare
  • costruire
  • visualizzare
  • correlare
  • …………

Sono molte le attività didattiche che si posso svolgere anche con il libero accesso a internet, anzi, rendendolo parte necessaria dell’attività stessa.

Basta solo superare gli stereotipi didattici ereditati dal passato ed esplorare creativamente le opportunità offerte dei nuovi strumenti disponibili.

E ci si accorgerà come sia praticamente impossibile copiare perchè il prodotto del proprio pensiero non può essere copiato … deve essere generato ogni volta

Sprechi il-LIM-itati (ovvero: perchè odio le LIM)

Non si può comperare il cambiamento. Questo è un modo di dare, non un oggetto da acquistare. Anche con la migliore lista della spesa non potete cambiare l’educazione – Sylvia Martinez

All’inizio ero decisamente una voce fuori dal coro. Mi sono attirato tante antipatie, mi sono precluso più di quache opportunità di collaborazione professionale (che per uno come che non ha chi gli paga lo stipendio, la malattia, le ferie, la pensione … non è una buona cosa) per il solo fatto di dire che le LIM erano solo:

  • un’operazione di immagine,
  • una mistificazione del problema scuola,
  • una magiatoia  di san Patrizio per appetiti voraci,
  • una strada per la restaurazione didattica
  • il valium per insegnanti in ansia da bassa competenza professionale
  • un contrabbando d’innovazione
  • uno spreco di denaro pubblico
  • uno specchietto per le allodole

Più volte, inascoltato, ovviamente (chi ero e chi sono io da pemettermi di sparare sentenze?),  ho invitato ad approcci tiepidi, critici, riflessivi.

Ho sempre sostenuto che se un insegnante non sa insegnare non sarà usando la LIM che lo diventerà.

Ho, anche, detto che non credo esistano cavalli di troia per migliorare la didattica sia che si tratti delle tecnologie in generale, sia che si tratti delle miracolose LIM.

Ma ho anche detto che tra avere la LIM e non averla è meglio averla.

Un po’ alla volta qualche altra voce critica ha iniziato a farsi sentire ed ora siamo a cantare  in un coretto (piccola cosa, s’intende; mica il coro della Scala!!).

Una voce autorevolissima (se non altro perchè si tratta niente-popò-di-meno che dell’ “insegnante dell’anno” della Carolina del Nord) che si leva contro le LIM,  Bill Ferriter.

Un suo articolo sulle LIM è tradotto da Norberto Bottani (Italo-svizzero; politologo della scuola) e pubblicato nel sito dell’ADi Associazione Docenti Italiani.

Dall’intervento di Ferriter estraggo alcuni passaggi significativi copiando in calce l’intero contributo.

Già una conclusione …

Vi chiedo: dobbiamo veramente spendere migliaia di dollari per acquistare uno strumento che aiuta solo ad agevolare l’insegnamento tradizionale?

In breve il suo pensiero

Negli Stati Uniti, come in altri Paesi, crescono tra gli insegnanti le preplessità nei confronti delle LIM (Lavagne Interattive Multimediali, in inglese Interactive Whiteboards) che vengono  installate in gran pompa nelle aule di molte scuole. Sembra che non se ne possa più fare a meno e che le LIM siano il “nec plus ultra” delle TIC nella scuola. Invece si stanno rivelando un gadget costoso e poco efficace, come spiega bene nell’articolo seguente un insegnante americano, che peraltro non è assolutamente restio nei confronti delle nuove tecnologie.

Per fare cosa?

… Probabilmente mi ha permesso sì e no di tenere un paio di buone lezioni, ben congegnate, ma non c’era proprio nulla di eccezionale in tutto ciò. Avrei potuto facilmente fare la stessa cosa in un altro modo, usando per esempio il mio computer di cui già mi servo durante l’insegnamento oppure altri strumenti didattici che si trovano facilmente in Internet, accessibili a tutti.

Innovazione didattica?

…. Le LIM non richiedono solo dispendio di tempo e di energie per la formazione, ma sono una spesa irresponsabile fatta senza cognizione di causa. Infatti, se si analizza in modo puntiglioso l’operazione si capisce subito che le LIM non fanno altro che potenziare il modello d’apprendimento tradizionale, imperniato sull’insegnante. Con le LIM l’insegnante resta il “deus ex machina”. Altro che rivoluzione copernicana nell’insegnamento!

Per chi sono?

…. un passaggio per far evolvere poco per volta l’insegnamento. Una tattica per non spaventare gli insegnanti-dinosauri che temono ancora il mondo delle nuove tecnologie e che non osano valicare il Rubicone ed entrare nel nuovo mondo dell’informazione numerica.

Uno strumento di pubbliche relazioni

….. ho l’impressione che molti dirigenti scolastici non si preoccupino affatto di sapere se le LIM servano o non servano all’insegnamento e all’apprendimento e se l’investimento necessario per acquistarle abbia un senso. Perché? Semplicemente perché le LIM non sono per loro uno strumento d’apprendimento. Sono piuttosto uno strumento di relazioni pubbliche, una rappresentazione tangibile della capacità e della volontà di evolvere e di restare “à la page” (aggiornati), che può essere sbandierata come un merito e un pregio davanti ai superiori come pure davanti ai genitori.

Comperare il cambiamento

Per la maggior parte del tempo, i programmi sventagliati (sic)  per installare le LIM non sono nient’altro che vani tentativi per comperare del cambiamento Questi programmi e questi strumenti alquanto costosi non sono altro che tristi esempi di decisioni poco accurate e di sprechi che concorrono a mandare a catafascio alcune delle nostre scuole e i sistemi scolastici meno robusti.

verso qualche  conclusione

La questione LIM non è una di quelle che può messere risolta o con un sì o con un no. E’ una questione complessa e come tale va vista da diversi punti di vista. Da osservatore “competente, vedo coinvolte le seguenti questioni:

  • Da parte politica si tratta di una evidente operazione demagogica per “comunicare” una politica di attenzione e di innovazione della scuola mentre la politia scolastica reale è di tutt’altro segno
  • Da parte di alcuni amministratori si tratta di un’operazione – generata da intenti positivi – ma che ha sottovalutato i reali meccanismi di innovazioone della scuola, le reali dinamche del cambiamento
  • Per molti ha a che fare con una considerazione semplicistica dei meccanismi dell’apprendimento, con un pressapochismo teoretico, con consistenti confusioni concettuali quando non con vera e propria ignoranza su cosa significi teoricamente e operativamente didattica trasmissiva e didattica attivo-costruttivista
  • L’insieme dei portatori di intresse per il business delle LIM ha attivato e gestito una campgana informativa manipolatoria, mistificatoria,  disonesta, falsa sul valore dello strumento, sull’impatto nella didattica
  • Una classe insegnante poco attenta, poco critica, credulona ha prestato ascolto al canto delle sirene e si è ben presto trovata sugli scogli
  • In tanti insegnanti in crisi di identità professionale, in virtù anche di una comunicazione strumentalizzante e mistificatoria, si sono attivate aspettative magiche verso lo strumento, la loro trasformazione da insegnanti mediocri in insegnanti competenti
  • la sopravalutazione della potenzialità dello strumento sta già creando un atteggiamento negativo reattivo con il rischio che anche quel poco di buono che esso ha venga disconosciuto

da dove ripartire

Ho sempre sostenuto che tra averla e non averla è meglio averla. Immaginiamo una scuola moderna, un insegnante competente, un’aula dotata di un pc per ogni studente, di una connessione veloce a internet, un ampio set di applicazioni, un sistema di audio-video registrazione e riproduzione, tavoli di lavoro mobili, orario flessibile  .. ecco, in questo contesto una LIM ci dovrebbe essere.

Tanti strumenti, ognuno da usare quando si rivela essere il più adatto al contesto ed agli obiettivi.

Una perfetta integrazione di metodi e strumenti.

Un reale approccio alla tecnologia vista come strumento; uno strumento per fare qualcosa, non uno strumento alla ricerca di una cosa da fare.

Nella prospettiva della scuola moderna la LIM era ed è l’ultimo strumento da cui partrire .

Nel miglioramento della didattica la tecnologia non andava e non va usata come il cavallo di troia per “modernizzare” l’insegnamento.

La dinamica del cambiamento necessita di ben altri interventi che non una furbata, furbata che, a ben vedere significa considerare immaturi gli insegnanti ed incapaci di affrontare consapevolmente e razionalmente un proprio processo di cambiamento. E immaturi, irresponsabili, fragili, come tanti bambini vanno resi all’ubbidienza con una caramella.

Tratto integralmente dal sito di Norberto Bottani)

Negli Stati Uniti, come in altri Paesi, crescono tra gli insegnanti le preplessità nei confronti delle LIM (Lavagne Interattive Multimediali, in inglese Interactive Whiteboards) che vengono  installate in gran pompa nelle aule di molte scuole. Sembra che non se ne possa più fare a meno e che le LIM siano il “nec plus ultra” delle TIC nella scuola.

Bill Ferriter

Invece si stanno rivelando un gadget costoso e poco efficace, come spiega bene nell’articolo seguente un insegnante americano, che peraltro non è assolutamente restio nei confronti delle nuove tecnologie.

L’autore dell’articolo, Bill Ferriter, insegna in una prima media a Wake County nella Carolina del Nord, dove è stato in passato premiato come migliore insegnante dell’anno  di quello stato (a.s.2005-2006).

Pubblica regolarmente articoli sull’integrazione delle TIC nella scuola nel periodico Educational Leadership. Tiene anche un blog su questi problemi consultabile cliccando qui.

Perché odio le LIM (traduzione libera)

di Bill Ferriter

Confesso che la faccenda delle lavagne interattive multimediali nelle classi è una delle questioni che mi appassiona di più.

Scuole e provveditorati si sono buttati a capofitto nell’acquisto di questo gadget, ritenuto come il primo passo  per fare entrare la scuola nel 21º secolo, ossia nell’era della postmodernità. E così spendono migliaia di dollari per un aggeggio da appendere alle pareti di un’aula e che si può mostrare con orgoglio come fosse una gallina dalle uova d’oro, che miracolosamente permette di risolvere tutti i problemi dell’istruzione.

Mi sono sbarazzato di questo marchingegno la scorsa estate. Dopo un anno circa di sperimentazione sono giunto alla conclusione che fondamentalmente era inutile, non serviva a nulla.

Beninteso, i miei studenti pensavano invece che lo fosse, ma in realtà non mi è proprio servito granché per svolgere il programma d’insegnamento. Probabilmente mi ha permesso sì e no di tenere un paio di buone lezioni, ben congegnate, ma non c’era proprio nulla di eccezionale in tutto ciò. Avrei potuto facilmente fare la stessa cosa in un altro modo, usando per esempio il mio computer di cui già mi servo durante l’insegnamento oppure altri strumenti didattici che si trovano facilmente in Internet, accessibili a tutti.

Spreco di tempo e di soldi

Un paio di settimane fa, quando ho saputo che su Twitter Ed Chat ci sarebbe stata una chat dedicata alle lavagne interattive multimediali, mi sono dato da fare per non mancarla. Per nulla al mondo avrei rinunciato a una conversazione sulle lavagne multimediali.

Grazie a Dio, gli interventi sono stati molto sensati. Pochi sono stati i pareri favorevoli alle LIM, scarsi gli elogi senza riserve per la bontà didattica di questo strumento. La maggioranza dei partecipanti ha invece ammesso che senza un considerevole dispendio di tempo e senza una formazione appropriata, le LIM rapidamente si utilizzano solo come proiettori, assai costosi a dire il vero.

Credo che questa critica sia troppo benigna. Le LIM non richiedono solo dispendio di tempo e di energie per la formazione, ma sono una spesa irresponsabile fatta senza cognizione di causa. Infatti, se si analizza in modo puntiglioso l’operazione si capisce subito che le LIM non fanno altro che potenziare il modello d’apprendimento tradizionale, imperniato sull’insegnante. Con le LIM l’insegnante resta il “deus ex machina”. Altro che rivoluzione copernicana nell’insegnamento!

Ecco perché le ditte produttrici delle LIM le pubblicizzano come una tecnologia di intermediazione, progettata per riprodurre le pratiche d’ insegnamento tradizionale (svolgere lezioni, prendere appunti, elaborare presentazioni o relazioni): un passaggio per far evolvere poco per volta l’insegnamento. Una tattica per non spaventare gli insegnanti-dinosauri che temono ancora il mondo delle nuove tecnologie e che non osano valicare il Rubicone ed entrare nel nuovo mondo dell’informazione numerica.

Vi chiedo: dobbiamo veramente spendere migliaia di dollari per acquistare uno strumento che aiuta solo ad agevolare l’insegnamento tradizionale?

Incompatibilità con le moderne teorie dell’apprendimento

Il mio argomento principale contro le LIM è il seguente: le lavagne interattive multimediali sono poco compatibili con le teorie pedagogiche alle quali la maggioranza degli insegnanti afferma di credere. Domandate a un dirigente come dovrebbero essere le migliori classi e la risposta probabilmente sarà pressappoco così:

“Nelle classe migliori, gli studenti possono apprendere collettivamente e in modo creativo. Le classi sono un ambiente di lavoro dove si studia in gruppi, si discutono congetture varie, si svolgono ricerche, si mettono a punto esperimenti, si collabora con i compagni, si discute qualsiasi nozione preconcetta, si verificano ipotesi. Siccome l’insegnante è sempre presente per guidarli e per aiutarli, gli studenti vengono incoraggiati a provare, a cambiare idee, e a proseguire in modo indipendente, da soli, a non temere di sbagliare.”

Bello tutto ciò,vero? Se potessimo davvero trasferire il controllo dell’apprendimento agli studenti, probabilmente potremmo assistere a un miglioramento sia della motivazione nei confronti dello studio sia dei livelli d’apprendimento. Le aule si trasformerebbero in comunità d’apprendimento, diventerebbero cellule d’innovazione, modellate dagli studenti invece di essere luoghi noiosi, come lo sono oggi per moltissimi studenti.

Teorie opposte della scuola

Se questo è l’esito che ci aspettiamo, verso il quale tendiamo, allora non perdiamo forse una valanga di soldi acquistando le lavagne interattive multimediali le quali non aiutano a promuovere e a stimolare l’investigazione, la curiosità, il lavoro in gruppo?

Beninteso, potreste argomentare che quando sono utilizzate come strumenti di apprendimento le lavagne interattive multimediali rendono più interattivo e cooperativo l’apprendimento e le lezioni, permettono un’interazione più intensa tra studenti e docenti, ma non ritenete forse che per raggiungere questo scopo si spenda un po’ troppo?

Il santo vale la candela?

Valutazioni inesistenti

Sono anche molto irritato perché le scuole raramente si preoccupano di valutare l’impatto delle LIM sull’istruzione. Spendiamo per ammucchiare gadget costosi e non siamo nemmeno in grado di riflettere se questi strumenti ci aiutano o meno a conseguire gli obiettivi che ci prefiggiamo, a realizzare la scuola che vorremmo. Questo non si chiama forse spreco?

Le LIM: uno strumento di “public relations”

Francamente, ho l’impressione che molti dirigenti scolastici non si preoccupino affatto di sapere se le LIM servano o non servano all’insegnamento e all’apprendimento e se l’investimento necessario per acquistarle abbia un senso. Perché? Semplicemente perché le LIM non sono per loro uno strumento d’apprendimento. Sono piuttosto uno strumento di relazioni pubbliche, una rappresentazione tangibile della capacità e della volontà di evolvere e di restare “à la page” (aggiornati), che può essere sbandierata come un merito e un pregio davanti ai superiori come pure davanti ai genitori. Tutti i numi del paradiso non potranno purtroppo impedirvi di dirigere una scuola senza LIM, se i vostri colleghi della scuola accanto hanno già raccolto il frutto proibito del 21º secolo. In casi come questi, se rifiutate di comperare le LIM, correreste proprio il rischio di fare una figura barbina, la figura del reazionario, quella di sembrare un dinosauro fuori dal mondo. Perdereste la faccia e qualsiasi credibilità.

Sylvia Martinez che scrive su Generation Yes dice tutto ciò molto meglio di me:

“Non si può comperare il cambiamento. Questo è un modo di dare, non un oggetto da acquistare. Anche con la migliore lista della spesa non potete cambiare l’educazione”.

Per la maggior parte del tempo, i programmi sventagliati per installare le LIM non sono nient’altro che vani tentativi per comperare del cambiamento. Raramente questi programmi vanno di pari passo con il tipo di classi che auspichiamo, con un insieme di obiettivi tangibili che possono essere misurati, oppure con un qualsiasi tentativo sistematico di valutazione del profitto. Questi programmi e questi strumenti alquanto costosi non sono altro che tristi esempi di decisioni poco accurate e di sprechi che concorrono a mandare a catafascio alcune delle nostre scuole e i sistemi scolastici meno robusti.

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Link a post di Ferriter

http://teacherleaders.typepad.com/the_tempered_radical/2010/01/more-on-interactive-whiteboards.html#more

http://teacherleaders.typepad.com/the_tempered_radical/2010/01/wasting-money-on-whiteboards.html

Link a miei vecchi post sula LIM

Consigli a chi voglia adottare la LIM a scuola

Quali sono le “nuove tecnologie”

Le LIM al CREMIT. Cosa ho imparato

Mario Agati è un grande: dopo le LIM si è arreso

Corsi e ricorsi: dall’e-learning alla LIM

Tecnologie che scompaiono

Se le LIM e altro non sono innovazione

Stravaganze

Apprendere in modo significativo

Arringo & Cristina Galizia per raccontare la didattica


Quando si parla di buona scuola non si può non parlare, anche, di Cristina, un’insegnante con la passione dell’insegnare, un’insegnante che questa passione non ha timore ad esternare. Nonostante il clima sociele e politico non proprio favorevole alla scuola e agli insegnati .

-“Professorè, ma lo sai che la Divina Commedia è proprio bella?!”
-“Dici sul serio?”
-“Sì, non so come dire, però mi piace, è bella, sembra scritta adesso”.
Non cambierei mai il mio lavoro con nessun altro: vedere un ragazzo crescere, maturare e arricchirsi ripaga dei sacrifici, d’allora e di oggi (Da: La mia Itaca).

Cristina ha un suo blog didattico, Arringo , un grande blog in cui narra la sua didattica. Un blog in cui racconta come insegna, in cui racconta il perchè delle scelte didattiche.

Un blog-testimonianza in cui trovano posto anche i prodotti del suo lavoro, i lavori dei suoi allievi.

E c’è da rimanere stupiti dei risultati che ottiene.

Questa una poesia composta da una ragazzina di seconda media, Maria A.  nel corso di una sessione didattica sulla poesia d’amore portata avanti ibridando Cavalcanti e Vasco Rossi, Guinizzelli e Jovanotti ……. Se non è “mestiere” questo ……

Ti guardo incantata,
il mio cuore vuole uscire;
vuole prendere per mano il tuo cuore
e insieme fare passeggiate infinite.
I tuoi occhi
illuminano il lungo viaggio verso te;
i tuoi capelli mi fanno sentire ricca,
ricca di te.
Sogno le tue candide labbra
posarsi sulle mie…
Quando vicino a me ti siedi,
i miei occhi si illuminano.
Vorrei baciarti,
fare una pazzia.
Ti guardo lì,
triste e sperduto:
ma tu non sei sperduto,
ci sono io al tuo fianco
e insieme supereremo ostacoli e paure.
Se tu non ci fossi,
io non esiterei
un momento a cercarti,
anche nei luoghi più buii…
Perchè so,
che se ti trovo

tutto in me cambierà.

(ho selezionato questa poesia ma ce ne sono numerose altre degne di essere lette e ammirate)

E chi lo dice che i ragazzini e le ragazzine d’oggi non sanno narrare?

Leggete, ancora, i risultati e prendete buona nota della didattica di Cristina

I nativi digitali hanno ben altre richieste e ben altre modalità di ri-mediare le realtà: nascono nella tecnologia e vivono in essa, che piaccia o no. Il mondo gli scorre accanto ad alta velocità e loro ri-mediano con altrettanta velocità: “generazione del pollice”, la loro, capace di passare informazione in cortissimi e sincopati SMS, eppure malvista proprio per questa capacità di sintesi (proprio da ultimo le TIC sono state accusate di guastare l’italiano degli studenti, quando anche la Crusca ha smentito….).
Non voglio soffermarmi sulla ritrosia di alcuni insegnanti ad usare le TIC. Voglio piuttosto…think pink! ;-)

E lo farò raccontandovi quello che mi è capitato in classe 2 giorni fa.
Seconda media, classe nella quale insegno lettere da 4 mesi, classe nella media, fortemente divisa in due gruppi, in base a motivazione, conoscenze e capacità. Molto da fare. Individualizzando.

  • Assegno una ricerca (la prima) per cercare di amalgamare i due gruppi, vedere come si organizzano di fronte ad un progetto comune, vedere se attuano e come alcune tecniche di analisi e sintesi che abbiamo visto insieme finora.
  • Argomento: le scoperte geografiche del XV secolo, argomento appena accennato loro proprio in vista di questo loro lavoro di gruppo (che gusto c’è a fare una ricerca se tolgo loro il gusto della scoperta?).
  • Fornisco bibliografia e sitografia di riferimento, perché non siano spiazzati.
  • Li metto di fronte alla possibilità di scegliere la modalità di presentazione del lavoro: foglio protocollo, cartellone, Power Point o simili.

Due giorni dopo. Verifica dei lavori. Di 4 gruppi, 1 con elaborato word; 3 con Power Point. Niente fogli protocolli o cartelloni.

Mentre il gruppo con l’elaborato Word ha poco personalizzato e strutturato il materiale preso dalla rete (tanto che non sa relazionare), gli altri 3 gruppi fanno scintille:

  • il primo gruppo dei 3 presenta una decina di slides, con poco testo (parole chiave), immagini significative e portatrici di significato (carte storiche leggibilissime, curiosità) e, ogni 3 slides una slide di sintesi in elenco puntato di quanto detto fino ad allora. Rispondono bene alle domande della classe; dimostrano di aver acquisito la capacità di sintesi e di organizzazione dati, nonché di saper dosare le informazioni nel PPT, affinché sia completo , ma non barboso;
  • il secondo gruppo presenta una quindicina di slides, senza alcun testo, solo immagini grandi, una per slide, spiegate in basso a sinistra da una…caravella parlante e animata, che nel fumetto illustra la traversata dell’Atlantico, gli strumenti di Colombo, la colonizzazione del Nuovo Mondo. Dimostrano di aver ben capito l’importanza dell’immagine nella comunicazione, scartando del tutto il codice scritto, sollecitando la memoria visiva dei compagni;dimostrano di saper scegliere, nel molto materiale a disposizione, le foto più significative e dense di riferimenti; dimostrano di essere creativi e stimolare l’attenzione del “pubblico” con l’uso di una grafica accattivante; dimostrano di sapere che dopo 15 minuti nessuno se li filerebbe, per cui finiscono la presentazione in una decina di minuti, toccando tutti i punti e non annoiando alcuno;
  • terzo gruppo, il più creativo: ha elaborato 15 minuti di video con Movie Maker, usando anche loro solo immagini e foto molto grandi, senza alcun testo, ma registrando di sottofondo le loro voci che illustrano le slides, sincronizzate benissimo. Insomma, una puntata di Quark in piena regola! le immagini sono anche bizzarre, come quando, spiegando che la Terra era in realtà sferica, hanno inserito la foto di un pallone che finisce in rete…

3 presentazioni in PPT decisamente migliori di molte di adulti o “esperti”.

Mie riflessioni e domande in calce all’episodio (smaltita l’euforia che mi ha fatto camminare mezzo metro da terra per 2 gg! ;-) )

  • Che ne sarebbe stao di tutto questo potenziale se avessi assegnato loro solo una classicissima ricerca e non li avessi stimolati ad andare sul web e a produrre qualcosa di digitale?
  • Tra i relatori dei gruppi ci sono anche i cosidetti “ragazzi che non studiano”: come la mettiamo adesso? ;-) Come spiegarlo ai miei colleghi?
  • Come sfruttare allora questo potenziale enorme in una scuola come la mia che a fatica sta muovendo adesso i primi passi verso l’adeguamento tecnologico? Come supportare i ragazzi a scuola in questo senso?
  • Ci si lamenta che i ragazzi non sono interessati e non sono portati allo studio: ma tutto questo lavoro che hanno fatto (guidati, è vero, dagli alunni “più in gamba”, passatemi l’espressione), non è solo il frutto di uno studio e di una applicazione personale e autonoma? Chi lo ha insegnato loro? Non la scuola, non un esperto, ma da soli, tra compagni, facendo esperienza tra pari. Non ricordo chi scriveva in qst Ning (forse Gianni) che spesso o per fortuna gli alunni apprendono nonostante gli insegnanti e nonostante la scuola, e soprattutto fuori dalla scuola. E dato che non si può che benedire un simile spirito di iniziativa e ringraziare San Smanettone per questo, alla scuola del futuro più che mai andrebbe dato il “compito” di tirare fuori questo potenziale, di stimolarne la crescita, dentro (se si può) o fuori dalle mura scolastiche.

Non commento ulteriormente: semino qui questa mia piccola-grande esperienza, perché se ne possa trarre spunto per delineare un profilo di una Scuola del Futuro, bella, appassionante, a misura di ragazzi. E per muoverci tutti insieme verso quella direzione.
Ad aspera, etiam per web

ps: il primo gruppo, che aveva prodotto un elaborato non adatto, a fine lezione, alla ricreazione e a bassa voce, mi ha detto: “Professoré, lo possiamo rifare il lavoro? Lo portiamo venerdì…”.
Della serie “Scoperte geografiche o scoperte tout court?” ;-)

Trovo questa didattica molto attuale, fresca, aperta .. una didattica che – come media – non utilizza solo la carta stampata e la scrittura testuale ma fa ampio, intelligente e appropriato uso della multimedialità per comunicare, sollecitare, far esprimere idee ed emozioni, per consentire agli studenti di rappresentare ciò che hanno imparato.

Una didattica che fa ampio uso delle risorse presenti in rete, di risorse non concepite originariamente come oggetto didattico  (un videoclip, ad esempio) ma che grazie alla creatività e al mestiere di un’insegnante diventano, anche quelle, risorse per la didattica portandola, così,  fuori dalla staticità e monodimensionalità del libro di testo.

Una didattica che usa la realtà, una didattica che usa la vita per dare vita e realismo alla scuola.

Come si potrebbe  fare altrimenti nell’era dell’ipertestualità, della multimedialità, della rete? Purtroppo tanta scuola è inchiodata solo a codici comunicativi ed espressivi del passato (preciso: nulla di male a usare il tradizionale testo scritto, il “male” si ha quando si usa solo quello).

A leggere Arringo viene da domandarsi perchè la scuola italiana non sia piena di insegnanti come Cristina, un’insegnante che, a ben guardare,  non ha nulla di eccezionale, un insegnante normale, un insegnante che fa solo il proprio mestiere, un’insegnante in possesso della dovuta competenza per insegnare, un’insegnante che sa che non basta “insegnare” perchè gli allievi apprendano, un’insegnante che ha chiara la complessità dei meccanismi dell’apprendimento e che riesce a governarli, un’insegnante che si aggiorna continuamente (e spesso nel proprio tempo libero e a proprie spese).

Cristina, un’insegnante che non varrebbe la pena segnalare dato che fa sempre e solo il proprio dovere e lo fa con la “normale” competenza richiesta a chi insegna.

Ma il fatto che Cristina meriti una segnalazione ed appaia, purtroppo per la scuola, come una mosca bianca è indicativo di una scuola che non stimola e non valorizza la competenza, di una scuola che lascia la costruzione di questa competenza alla libera iniziativa della persona, al suo senso etico e di responsabilità verso le persone che le sono state affidate dalla società per essere educate e formate.

Per quanto tempo ancora dovremo fare affidamento a queste doti personali per avere una scuola al minimo della decenza? Per quanto tempo ancora dovremo considerare Cristina e parecchie altre sue colleghe e suoi colleghi dei mostri di bravura e non semplicemente professionisti/e che fanno nor-mal-men-te bene il proprio mestiere?

Considerato lo stato in cui versa la scuola italiana, considerata l’attenzione che (non) le è riservata dagli amministratori, vien spontaneo domandarsi perchè tanti bravi insegnanti debbano, invece, essere umiliati, essere messi alla berlina, essere indicati alla pubblica ignominia come dei fanulloni e perche a fare tutto questo sia proprio il ministro che dovrebbe difendere e promuovere la scuola pubblica e, invece, non perde occasione per delegittimarla, impoverirla, denigrala?

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Arengo era l’antica via dei paesi medievali dove si svolgevano commerci e scambi. Arringo è il nome dialettale della via che abbraccia la parte vecchia di San Vito Romano…una sorta di “raccordo anulare” insomma!
Questo blog vuole essere una piazza virtuale, luogo di incontro e di scambio di idee per tutti coloro che credono nella scuola, che vogliono mettere a frutto i propri talenti e che hanno tanta voglia di crescere insieme (dal blog Arringo).


Una scuola per il futuro. Un Manifesto

“Una scuola per il Futuro”

Perché nasce e quali obiettivi si propone

Un manipolo di audaci ningaroli de La scuola che funziona ha sentito l’esigenza di affiancare l’attività di valorizzazione della buona scuola (mission prima del network) con una di proposta per una scuola per il futuro.

Antonio Saccoccio e Mariaserena Peterlin si sono fatti carico della gestione dell’omonimo gruppo e hanno redatto quello che potremo definire il manifesto per una scuola per il futuro. Una visione articolata, lucida, coraggiosa.

Questo il “manifesto (la titolatura dei paragrafi è mia)

La scuola italiana oggi

La condizione della scuola italiana è sotto gli occhi di tutti. Gli studenti non sono soddisfatti, i genitori non sono soddisfatti, gli insegnanti non sono soddisfatti, i dirigenti scolastici non sono soddisfatti. Attorno a questo clima di generale insoddisfazione si respira un altrettanto generale clima di arrendevolezza. Gli insegnanti cercano di rispondere a questa crisi adottando varie condotte, che nella quasi totalità dei casi non fanno che accrescere o lasciare intatta la crisi. Molti docenti decidono di fregarsene e cerca di sopravvivere, senza mettersi troppo in gioco e in discussione, contando i giorni che li separano dalla pensione. Altri sono invece impegnati ad urlare e sbraitare quotidianamente la propria frustrazione, colpendo a turno tutti gli altri attori coinvolti nel sistema scuola. Ministri, dirigenti, genitori e ovviamente studenti: tutti sono meritevoli di velenosi insulti. Una terza via d’uscita è quella dell’insegnante diligente e gran lavoratore, che ogni giorno si impegna in un oscuro e faticosissimo lavoro per cercare di dire (e farsi dire) “sono un ottimo insegnante”.

Per cambiare la scuola italiana

Davvero encomiabile, ma anche quest’ultimo atteggiamento, così come evidentemente gli altri due succitati, non rappresenta che una bandiera bianca alzata di fronte alla crisi della scuola contemporanea. Cosa fare quindi? Quale atteggiamento deve oggi avere un insegnante? La nostra risposta non ammette dubbi: occorre mettere finalmente tutto in discussione. Se le piccole correzioni di volta in volta introdotte nella scuola (didattica modulare, debiti formativi, griglie di valutazione, voto di condotta, etc.) non hanno portato a nulla, è solo perché non si è avuto il coraggio di mettersi completamente in gioco, di sospettare delle più tradizionali pratiche didattiche.La realtà contemporanea è una realtà profondamente differente rispetto a quella di 20-30 anni fa. Gli insegnanti possono tranquillamente continuare a guardare con ammirazione (e persino nostalgia) alle lezioni del loro professore preferito durante gli anni Settanta e Ottanta, quando frequentavano il liceo. Ma una cosa non è più accettabile: non si può pretendere di trasportare quel modello nel 2010.

I grandi cambiamenti

Il mondo nel frattempo ha subito una delle trasformazioni più traumatiche da diversi secoli. Con la nuova rivoluzione tecnologica sono stati stravolti dalla base i tradizionali paradigmi del sapere. E in molti casi lo stravolgimento è stato salutare. La realtà in cui vive un “nativo digitale” ha caratteristiche che non possono non essere prese in considerazione nel momento in cui si parla di apprendimento e formazione. La condizione postmoderna va osservata con attenzione e compresa in profondità. Liquidità? trasparenza? complessità? Tutto questo non può essere trascurato pensando alla formazione delle ultime generazioni. Nuovi paradigmi del sapere si sono affacciati sulla scena mondiale: la scuola ha fatto finta che nulla fosse accaduto, provando anzi ad espellere le novità come fossero virus letali. In realtà la scuola ha il compito di fare i conti con la realtà, di comprendere e lasciarsi persino attaccare dai virus. Alzare le barricate significa condannarsi all’emarginazione dalla vita reale. Il nuovo spaventa sempre chi non conosce o non vuole conoscere.

Gli obiettivi del gruppo

Questo preambolo è necessario per porre gli obiettivi di questo gruppo nato all’interno del ning La scuola che funziona, gruppo che abbiamo voluto significativamente chiamare “Una scuola per il Futuro”. L’obiettivo è quindi quello di pensare e costruire una scuola possibile in un futuro (si spera vicino), ma anche una scuola capace di dare, al contrario di quella attuale, un futuro alle nuove generazioni.

I docenti impegnati in “Una scuola per il Futuro” non sono menefreghisti, non sono rassegnati, non urlano contro questo o quell’altro, ma non sono neppure asini di fatica che lavorano instancabilmente contribuendo a legittimare lo status quo. I docenti impegnati in “Una scuola per il Futuro” si impegnano a fondo, ma per il rinnovamento. Sono consapevoli che oggi il compito prioritario di una scuola che funziona è quello di proclamare a gran voce che il vecchio paradigma trasmissivo, antipratico e nozionistico è incapace di affrontare le sfide formative del terzo millennio. È necessario riconsiderare completamente le pratiche didattiche, è necessario mettere in discussione tutte le teorie implicite che bloccano alla base la nostra azione di sano e improrogabile rinnovamento. Il docente è ancora schiavo dei voti, dei compiti a casa e di quelli in classe, dei programmi, della disciplina, e di altre mille convenzioni scolastiche. Non bisogna avere paura di lasciare il sentiero più battuto, soprattutto quando questo sentiero è diventato così accidentato e sconnesso da essere ormai impraticabile.

Il gruppo “Una scuola per il Futuro” si propone i seguenti concreti obiettivi:

  • sviluppare, attraverso lo studio, l’analisi e il confronto costante, i nodi concettuali attorno ai quali possa prendere avvio un’idea di scuola adeguata a formare i giovani del XXI secolo. Una scuola seducente, una scuola non separata dal mondo, una scuola in cui sia un piacere trascorrere del tempo, una scuola in cui l’apprendimento sia significativo per le nostre esistenze, una scuola viva. Lo studio sarà condotto con un costante riferimento a ciò che accade concretamente sul campo (la scuola), attraverso monitoraggi, sondaggi e analisi statistiche. Nessuno spazio per l’accademismo, nessuno spazio per modelli pedagogici autoreferenziali.
  • presentare i risultati di queste analisi in una pubblicazione (cartacea e digitale), che contenga l’esposizione programmatica delle 10-12 questioni fondamentali da affrontare per rivitalizzare finalmente la scuola italiana. Tutto il 2010 sarà dedicato allo studio, alla raccolta dei dati, all’analisi e al confronto tra noi colleghi, formatori, studenti e altri attori del sistema scuola. La stesura dei contributi e la pubblicazione è prevista per i primi mesi del 2011.
  • presentare i risultati di questi studi in numerose occasioni pubbliche: conferenze e convegni sulla scuola, sulla didattica, sull’apprendimento; giornate di studi e seminari presso istituti scolastici italiani di ogni ordine e grado e università

Ora non resta che darsi da fare.Il futuro della scuola lo costruiamo noi

Come si vede il gruppo non ha la prospettiva dell’immediato (senza negare la necessità di vivere anche nel presente) e non si propone di identificare risposte “realistiche” oggi, ma di immaginare cosa serve a chi è giovane e  si forma oggi per vivere nel proprio domani.

Basta non far danni ...

Una delle letture che si sta dando dei mis-fatti istituzionali che imperversano nel pianeta-scuola è che tutto questo, con pseudo-autorevole supporto di pennaioli di regime, abbia lo scopo di affossare la scuola pubblica.

L’affossamento, si badi bene, non sta avvenendo in modo conclamato, come attraverso una riforma organica, ma in modo subdolo, sotteranneo, a suon di micro provvedimenti spesso annidati in mega articolati di leggi che non hanno alcuna attinenza con la scuola.

Provvedimenti micro, solo apprentemente casuali e disomogenei ma guidati da una strategia  perfida e determinata: annientare la scuola pubblica per sostituirla con una scuola privatizzata (ricordate le “fondazioni”?) governata non dalle componenti della scuola stessa ma da un consiglio di amministrazione che detta gli orientamenti in stile aziendale e dove, in coerenza con lo stile aziendale, tutta la line gerarchica è tenuta a dare il proprio contributo alla realizzazione della strategia aziendale. Chi non sia degua, chi non contribuisce adeguatamente al raggiungimento degli obiettivi viene espulso.

E’ logico attendersi che questi obiettivi di business siano prevalentemente di tipo culturale e possiamo ben immaginare di quale cultura si tratti.

Questa sciagurata strategia non potrebbe passare (avere, cioè,  il consenso di larga parte della popolazione) se a livello di opinione pubblica la scuola avesse una immagine positiva, fosse vista come un organismo attivo, moderno, efficiente, efficace, utile… Come si potrebbe bombardare una siffatta istituzione?

Ecco, allora, accompagnare l’attacco istituzionale con una campagna di deligittimazione della scuola:  insegnanti fanulloni, criminali, arretrati; studenti impreparati, ignoranti, privi di futuro, sprechi, mediocrità diffusa

Non passa giorno che sulla stampa omologata (Corriere compreso) non appaia un articolo che contribuisca  a costruire nell’opinione pubblica un’immagine negativa della scuola.

Dal mondo della scuola, pare, non venga alcuna reazione – ne istintiva, di sopravvvienza, ne cultura, ne – tantomeno – di proposta.

Ho la sensazione che la scuola non faccia sentire la propria voce, se non attraverso pochi solisti, voci fuori dal coro – per una specie di coda di paglia che riflette tutto il vissuto di inadeguatezza che la scuola stesse vive. Sa di avere consistenti limiti, che questi limiti sono dovuti, anche all’indolenza di tanta classe insegnante (sono i “bravi” insegnanti a certificare questo stato di cose e a stimare nel 50 – 70% i propri colleghi immobili, rassegnati, supini, demotivati, incompetenti).

Sarebbe, quindi  ardua impresa sostenere a spada tratta la “qualità” della scuola italiana. Farne una difesa d’ufficio, sempre, come metodo, …a prescindere.

Come sarebbe un errore accumunare tutta la scuola, tutti gli insegnanti in un’unica categoria.

Vanno denunciate le carenze ma vanno anche valorizzare le eccellenze e con queste la scuola che funziona. Solo così saremo credibili e ci prepareremo ad una scuola per il futuro

Per capire il reale stato della scuola basta leggere questa preziosa testimonianza di una madre, una madre certamente particolare ma certamente non una persona banale una, cioè, che pensa, parla e agisce per steroptipi. Parlo di Elisa Buratti, filosofa. Una persona riflessiva, una delle voci fuori dal coro di cui parlavo prima. Una voce che vale la pena di ascoltare se non altro perchè parla a favore della scuola, della buona scuola

Da un commento di Elisa ad un post di Mariaserena

.. Non si contano le volte che esci dai colloqui chiedendoti dove sbagli oppure chiedendoti dove vendono le molotov dietro l’angolo, oppure di cosa si fosse impasticcato il tizio/a che si è permesso di sparare giudizi generici a caso, oppure ……….la lista è infinta.

Con gli anni, finisci per fare il monumento anche ai piccolissimi mediocri, basta che facciano pochi danni….

Poi ci sono i “casi isolati”..i bravi prof..che non lo sono perchè hanno studiato più degli altri (magari si, anche), ma che non sono frutto di libri, emozionali o culturali..lo sono e basta..sono nati così. Non si può imparare.

So che non è bello dirlo, ma ne sono fermamente convinta.

Adoro i bravi docenti…:-)

Elisa, grazie per la lucidità e la propositività delle tue riflessioni.

O la crusca o la vita (A. Saccoccio)

Con questo urlo (o la Crusca o la vita), Antonio Saccoccio - insegnante net-futurista – chiude un acceso confronto in La scuola che funziona sul senso dell’insegnamento di “italiano” nella nostra scuola.

Il tutto era iniziato in una discussione aperta da Cristina Galizia sulla didattica dell’Italiano. Per la verità, Cristina – eccellente insegnante di cui vi parlerò a breve – aveva proposto di parlare di cose concrete, del “come fare” ma, incautamente, aveva messo il link ad un recente articoletto di bassa lega del Corriere in cui si pontificava a sproposito circa l’ignoranza dei giovani d’oggi e sulla, per loro, mancanza di futuro a causa – udite udite – delle carenze nell’aritmetica, nella  grammatica, nella sintassi.

Nella discussione che facilmente si è attivata ho trovato aberrante che alla correttezza formale dell’espressione, in quell’articoletto, si attribuisse un “significato culturale fondamentale”. La cultura, per me, è ben altro.
Affermare, poi, che un ragazzo che non possiede gli “strumenti essenziali” (e si attribuisce questa connotazione sempre a sintassi e grammatica) non può avere futuro, vuol dire non aver capito nulla di quello che sarà il futuro perchè si vede il futuro come specchio, ripetizione del passato. Questo è un tremendo errore di prospettiva.

Ma è Antonio a calare un paio di carte pesanti tirando in gioco l’Accademia della Crusca, fonte dei dati che hanno originato il citato intervento sul Corriere.

... dopo la lettura del solito articolino del corriere il primo commento è: per fortuna l’accademia della crusca fa accademia, perchè la scuola è un’altra cosa.
Credo che il ruolo della crusca sia importante, perchè la conservazione, come l’innovazione, deve sempre avere dei referenti credibili e preparati.
Ma lasciamo i cruscanti nella loro accademia e al massimo nel loro sito web. Sì, il loro sito web è ricco di curiosità, mi ci perdo a volte, ma sono curiosità linguistiche, per cultori e appassionati della lingua. Mi si perdoni il termine assai poco cruscantello, ma bisogna ogni tanto definire le cose per quello che sono: per la formazione di un ragazzo quelle curiosità sono cazzate.
Io capisco che un cruscante non ha altro da rivendicare oltre alla sua competenza linguistica, ma definire, con toni allarmistici, gravissimi (sic) errori “dopo guerra” o “degl’anni” mi sembra davvero da imbecilli.

E, più avanti, Antonio evidenzia il vero problema della scuola, ma anche della società nel suo complesso,

… chi è davvero educato al senso critico e riesce a vedere oltre le chiacchiere da bar che leggiamo sui quotidiani nazionali ogni giorno? pochissimi. già la nostra generazione ripete a memoria ciò che legge sui giornali o guarda in tv. e dopo la cura fioroni/gelmini/crusca/israel quanti saranno fra qualche anno i ragazzi in grado di ragionare con il proprio cervello? 10, 20, 50? Questo è il futuro che ci stanno servendo.

… e concludere, prima di calare l’asso

Se noi insegnanti non alziamo il tiro contro questa linea reazionaria la quasi totalità dei nostri ragazzi sarà impreparata ad affrontare il mondo magmatico e tentacolare dei prossimi anni. E chi comanderà? Semplice. Quei pochissimi facoltosi in grado di selezionare per i propri figli eccellenti formatori privati, quasi neo-precettori del terzo millennio! Precettori in grado di insegnare la vita nella sua inquietante complessità e indecifrabilità, e non triti ricamini retorici per damerini da salotto.

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Si, è proprio vero, o la crusca o la vita.
O ci si trastulla su formalismi da iniziati o ci si misura con la vita.
La Crusca, e con essa e per essa la scuola, non è vita reale. La vita, quella reale, quella che ci troviamo a dover combattere tutti i giorni, è altra cosa da quella che attraverso la scuola, l’accademia,attraverso certa scuola, certa accademia ci viene rappresentata.
Quello della Crusca è, purtropo, solo uno dei segnali (e, forse, anche uno strumento) di una realtà ancor più drammatica: lo smantelalmento in  atto della scuola pubblica.
Daniele Pauletto, insegnante illuminato, in un suo recente post  in tema di tecnologie ,scuola, “nativi digitali” ipotizza che il 2010 sia l’anno zero della nuova scuola, quella orientata in senso contemporaneo, quella che si costruisce attorno alle caratteristiche della nuova società, del nuovo studente.
Io, più che l’anno zero della scuola , anno cioè di una nuova partenza, ho la sensazione che sarà l’anno della definitiva demolizione della scuola pubblica.
Con la scusa (ma per certi versi a ragione) di una scuola priva di qualità (vedi lo sfornare continuo di saggi, saggetti, pseudosagi, articoletti di giornale, non ultimo quello prima qui citato), il governo sta lentamente ma sistematicamente e con determinazione degna di miglior causa, togliendo l’ossigeno alla scuola pubblica con il chiaro intento di proporre un nuovo modello di scuola.
Sarò di certo una scuola privatizzata, ben orientata culturalmente (la direzione è quella indicata da Saccoccio)  ed in cui sparirà la libertà d’insegnamento e di pensiero.
Temo che il 2010 sia l’anno in cui questo turpe disegno si dispiegherà in tutta la sua portata. Altro che nativi digitali, web 2.0, LIM …. Poderosi interventi di lobotomia sociale. Ecco quello che ci aspetta.

Un invito a conoscere Mariaserena Peterlin

Da quando frequento la rete mi imbatto di frequente in persone di grande valore che, diversamente, non avrei mai conosciuto.

Ho incontrato, ad esempio, Mario Agati, Antonio Saccoccio, Cristina Galizia, Antonio Fini, Lorenza Boninu e tanti altri di cui prima o poi parlerò.

Questi fortunati incontri si stanno intensificando da quando frequento La scuola che  che funziona. Di ottimi colleghi, ottime colleghe, eccellenti insegnanti ne incrocio tanti.

Un recente “incontro” è quello con Mariaserena Peterlin, insegnante non più in attività.

Conosco MS da poco ma non credo di sbagliare se dico  che deve essere stata un’insegnante davero GRANDE. Lo dico perchè leggo i suoi libri sulla scuola, leggo il suo blog, leggo i suoi generosi  commenti in diversi luoghi della rete.

E da queste letture mi sono fatto l’iedea di una professionista dell’insegnamento che ha amato ed ama profondamente il suo “mestiere” e i suoi “clienti”. Li ama di un amore che la mette in sintonia con il suo ambiente, che la porta a farsi carico dei suoi problemi, che la porta a dare il massimo, e qualcosa di più,  nel tentativo di risolverli.

Apprezzo Mariaserena perchè nonostante i mille ostacoli che le si saranno certamente frapposti,  le mille sconfitte che sicuramente avrà incontrato nella sua vita scolastica ha, ancor oggi, l’energia per lottare per una scuola migliore e lo fa con grande intelligenza, umanità e umiltà.

Un suo “urlo” degno di essere non solo letto ma meditato a lungo. Riprende ed interpreta i grandi temi della crisi della scuola:

… Essa comprende ed esprime lo sgomento…. soprattutto di fronte all’ossequio di colleghi-insegnanti perfino quelli di me più giovani di età ma tanto più incartapecoriti e sussiegosi nel loro proporsi ed essere nella professione.
Colleghi giovani, a loro volta padri e madri di ragazzini, che imbracciano il registro come le tavole della legge di Mosè e sciorinano circolari come le grida con cui Azzeccagarbugli tenta di intortorare il giovane Tramaglino.
Colleghe sempreverdi, più preoccupate del tailleur che della didattica, della messinpiega che del dialogo.
Dialogo, già.
Ma con quanto sprezzo del pericolo posso pensare che a scuola si dialoghi?

Io non giustifico l’insegnante che sbaglia; non ho mai giustificato nemmeno me stessa, ed ho commesso errori che mi pesa ammettere, ma per i quali non voglio nemmeno cercare difese; semmai rimedi.
Un insegnante è, e deve essere, una persona preparata, colta, capace di riflessione, responsabile ed attenta. Deve sentire il peso del suo impegno.

E’ vero che tutti sbagliano: ma questo è un problema, non una soluzione.

Accusiamo la scuola di “buonismo”? Ma non saremo, invece, noi gente di scuola troppo buonisti verso noi stessi?

Non c’è denaro sufficiente per pagare adeguatamente chi fa bene il suo lavoro, ma chi lavora bene non lo fa solo pensando al denaro.

Vorrei condividere e saper spiegare la gioia emozionante e profonda che si prova quando il più ostico e scavezzacollo, irrispettoso e menefreghista, sfaticato e diffidente ti guarda finalmente dritto negli occhi e ti dice: “sono venuto a scuola solo per lei prof”. Quando ti ascolta e non perde il filo, quando annuisce; “ho capito prof”. Ed è sincero; perché magari finita l’ora scavalca la finestra e se ne va sfidando presidi, sospensioni e l’ira dei giusti.

Ammettiamolo che la scuola funzionerebbe e può funzionare e che dipende da noi.

Ammettiamolo che non dobbiamo accigliarci chiedendoci quanti errori di ortografia o quante canne si è fatto un ragazzo, ma che abbiamo noi delle responsabilità verso di lui.

Ammettiamolo che non basta parlare (parla, parla, parla, dicono i ragazzi e la prof si convince: ho parlato, ho spiegato, dunque ho fatto il mio lavoro).

E riconosciamolo: per insegnare bisogna ascoltare, dialogare, guardarli negli occhi, farsi riconoscere e conoscerli, e non solo sentenziare.

O non siamo scuola

Mentre scrivo questo post incrocio MS in chat su La scuola che funziona e, senza sapere che sto lavorando a questo post, mi dice …

..  io dico addirittura “amali per primo” … se li ami ti capiranno … se sei diffidente lo saranno anche loro …e se rischi dovrai resistere ….  ma alla fine saranno tuoi

Che dire ….  averne tante di Mariaserena  ….

Segnalo due lavori di MS e lo faccio usando parole sue.

I miei Lucignoli

I protagonisti sono i Lucignoli e gli adulti con cui si confrontano. Sono ragazzi come tanti, ma irripetibili; sono capaci di rabbia e di affetto, e di disperazione e di ironia, ci sfidano ma hanno bisogno di noi; il libro fa parlare la loro giovinezza invitando ad ascoltarla con attenzione. Il mondo in cui vivono non è un paese dei balocchi, ma probabilmente non lo è stato nemmeno nel passato….. Essendo impossibile imitare Pinocchio, mi sono dedicata al suo compagno Lucignolo che tutti, insegnanti compresi, considerano cattivo per dagli un’altra possibilità ….

La (mia) classe non è .doc

…. Il libro non è un romanzo, ma racconta, in prima persona, una storia vera, senza prediche e senza facili pedanterie. “Non esiste un solo modo di insegnare o di essere persone. Esiste una realtà, in questo caso scolastica, con cui si deve interagire inventandosi un linguaggio complesso e dedicato. E non esiste un modo per farsi rispettare ed amare diverso da quello di amare e rispettare per primi. Questa è stata la mia vita di insegnante e sono contentissima che sia andata così

Entrambi i libri sono in vendita a pochi euro e sono scaricabili gratuitamente dal sito di Lulu


Troppa libertà in rete?

Marco Lungo, psichiatra, (mio “amico” in Facebook) ha attivato, proprio in FB, un bel dibattito sul tema Troppa libertà in Rete? Occorre un Bavaglio o maggiore Consapevolezza?

Suo incipit e dibattico (ricco, stimolante, autorevole) li trovate qui.

Ripeto qui il mio contributo, sintetizzabile in questi tre punti:

  1. In rete non c’è più “male” di quanto non ce ne sia nella società, nella vita “normale”
  2. La rete è democrazia
  3. La rete può essere temuta (e combattuta) solo da coloro che esercitano il controllo sociale, culturale, politico con mezzi molto più costosi e con robuste barriere all’accesso

Marco, con un po’ di ritardo dico la mia allacciandomi alle tue domande (la rete permette veramente a tutti di esprimere il proprio pensiero? o piuttosto c’è chi la utilizza di più e chi magari invece molto meno o per nulla? e dunque un dibattito come quello della BBC può essere rappresentativo? e se sì, di cosa?) e ad una tua considerazione (…ma soprattutto rischia sempre di divenire la vetrina di qualche esibizionista, paranoide o gruppo di esagitati ... )
Mi sto sempre più convincendo che la rete non sia altro che la replica della vita di tutti i giorni (una grande piazza, l’ho definita) con la sola differenza che comportamenti “privati” o contenuti in piccoli gruppi sono potenzialmente sotto gli occhi di tutti (in realtà, solo sotto quelli di pochi). Gente che manderebbe a morte omosessuali ed altre “identità” … è presente anche nella vita reale così come le loro chiacchiera da osteria. Lo stesso si dica per gli “esibizionisti”, i “logorroici” … Chi, come stile relazionale, è aggeressivo, è tale tanto in rete che fuori …e così via per ogni tipologia di tratto unamo. Cosa aggiungrebbe a tutto questo la rete? Credo solo un allargamento del territorio in cui tutto ciò può venire agito che, a conti fatti, fa più bene che male. Non credo che, ad una analisi attenta, la rete faccià più “male” della vita “reale”. Questa visione, conseguenza di una analis non superficaiele ciò che avviene in rete, non è, purtroppo, presente in chi “ragiona” a livello di senso comune .. ed allora nascono tutti gli stereotipi che conosciamo.
Credo che ci sia solo una tipologia di persone che davvero ritiene che la rete, che la libertà della rete, sia dannosa, sia un pericolo: sono quelli che detengono il potere e lo gestiscono/controllano con mezzi che presentano, come direbbero gli esperti di marketing, maggiori barriere all’accesso (giornali, televisioni …). Proviamo ad immaginere coloro che hanno investito vagonate di soldi, energie, tempo per costruire un sistema di controllo sociale, economico, culturale, e si vedono messi in competizione con il primo straccione che entra in rete con pc da poche centinaia di euro e, magari, riesce da avere anche un seguito e riesca a fare una comunicazione “alternativa”  eccc? Ovvio che la cosa gli bruci e faccia di tutto bloccarla. Brucerebbe anche a me se fossi nei loto panni. Concludendo: no, non c’è “troppa” libertà in rete. in rete c’è solo libertà.
(prestando, però, attenzione anche a coloro cui è precluso anche l’accesso alla rete; per questi la libertà, la democrazia, mancano due volte)

Qui alcune mie riflessioni sulla pseudo emergenza educativa ai tempi di internet

Come apprende un

Eugenio “esposto” al PC fin dalla più tenera età

I miei dubbi sull’esistenza dei “nativi digitali” l’ho espressa più volte anche in questo blog giungendo alla conclusione (vedi anche il paper pubblicato nel post precedente) che se proprio vogliamo usare questa espressione, la dobbiamo prendere alla leggera e, in senso lato, per identificare lo studente d’oggi alle prese con la scuola del passato (non possiamo certamente definire” contemporanea” la scuola che questi studenti frequentano). Nulla, quindi, di correlato al “digitale” in senso stretto in quanto questi “nativi” sono portatori di tematiche che hanno radici ben più profonde di quelle del digitale e non sempre correlata alla “questione digitale” che è solo una di quelle tematiche.

Voglio qui portare un’esperienza vissuta su come apprende un ragazzo d’oggi, su come questo affronta “compiti di apprendimento” e sui risultati che ottiene.

Qui di seguito racconto di Eugenio (che di cognome fa Marconato avendo come padre il sottoscritto), 17 anni e mezzo, IV liceo scientifico, alle prese con una sua recente fatica.

Eu, che bazzzica dalle parti del PC fin da piccino,  passa ore e ore a “lavorare” con il computer. Cazzeggia, gioca, intreagisce, scarica (di tutto, di più), sperimenta, sfascia hardware e software, importa i virus più impensati (tanto che, dopo avermi rovinato non poche ore del mio lavoro, da qualche anno abbiamo di HD separati)….. Ma Eu è anche curioso ed un tantino – troppo – audace e si butta in imprese al limite dell’impossibile, date le sue conoscenze informatiche. Eu è, anche, caparbio e vuole,  a tutti i costi, venire a capo dei misteri dell’informatica e non si rassegna a darla vinta al computer.

Tra i suoi libri vedo anche qualche testo di informatica e non solo del genere “divulgativo”. Immagino li legga e non guardi solo le figure….

Eu è spesso interpellato dai suoi amici per risolvere loro problemi con l’informatica, per aprire porte chiuse, per risparmiare qualche liretta, per avere dritte su dove trovare in rete quel programmino che …., per fare buoni acquisti. E, per questo, più di qualche pizza non gli è costata nulla. Non so se questa sua abilità sia apprezzata anche da qualche amichetta …..

Da quache mese Eu mi stava stressando perchè, a suo dire, era ora che cambiassimo il PC “ufficiale” (quello che troneggia sulla scrivania di quello che una volta era mio studio e che ora è “mio” solo quando il genio lo lascia libero). Troppo vecchio, poco performante, con componenti di bassa qualità, frutto di una truffa perpetrata ai miei danni dal computeraio (così lui lo chiama) di fiducia.

Da mesi Eu divora riviste d’informatica; prende appunti, dimora in pianta stabile nei siti dei venditori online di materiali informatici, frequenta forum, legge, domanda….. E compila tabelle di confronto.

Finalmente, pochi giorni fa, mi presenta il suo “progetto” per il nuovo PC: componenti, prestazioni, prezzi, venditori ….;

Eu vuole che io acquisi tutti quei pezzi e vuole essere lui ad assemblarli. La mia prima risposta è un no. Sonoro. Deciso. Inappellabile.

Fino a quel giorno avevo attribuito al giovine notevoli competenze nello smontaggio, nello sfasciare anche pregiati elettronici pezzi di casa, nel “bruciare” componenti per errati collegamenti all’alimentatore….e la mia perplessita era più che giustificata.

Ma lui si dchiara convinto di farcela e mi passa tutta una serie di informazioni su come ha fatto ad arrivare alla proposta che mi lasciano a bocca aperta e che mi fanno intravedere un’esile possibilità che ce la possa fare.

Acconsento alla richiesta non prima di aver stipultato con lui un “contratto” che prevede, in caso di insuccesso, il rimborso di 500 (degli 800) euro presi dai suoi risparmi (= miei finanziamenti).

Fase 1: ordinativo. Mi vuole al suo fianco e, pezzo per pezzo e a supporto della sua (argomentata e consapevole)  scelta, mi fa vedere le differenti opzioni in termini di tipologia del prodotto, prestazioni, consumi, prezzo, venditore considerato… . mi fa leggere pareri desunti da vari forum di smenettatori… mi parla, anche, della compatibilità dei componenti, dei “colli di bottiglia” che si potrebbero creare, dell’importanza di un buon alimentatore, di un case ben ventilato .. Considerato che ha deciso di fare le comprere presso tre differenti fornitori e che paghiamo (pago) con carta di credito, mi fa vedere di aver controllato anche l’affidabilità degli stessi girando tra più comminty di utenti. Suggerisce, infine, di pagare attraverso PayPal come forma di sicurezzza aggiuntiva.

Fase 2: Montaggio. Qui vuol fare tutto da solo e mi tiene a  debita distanza. Si accorda con un amico che ha lavorato qualche mese da un computeraio per un aiuto ma per un contrattempo, si decide a fare il lavoro da solo. Il salone di casa disseminato di imballaggi, di viti. di cavi, di fogli delle istruzioni … e lui a trafficare eccitato attrorno alla scatola nera che un po’ alla volta si riempie di pezzi, di cavi …. Tra imprecazioni irriferibili, esclamazioni di compiacimento,  urla di gioia, consultazione delle istruzioni, di community online .. un andirivieni continuo tra risorse online e su carta.

Poi il fatidico momento del collegamento del tutto alla presa di corrente e il marchingeno testè assemblato  … si accende ( e, con mio momentaneo sollievo, non sento odore di bruciato, non vedo vedo fumo uscire ..) e sembra funzionare. Caricato il programma operativo (rigorosamnte free anche se non open source), si testa il funzionamento. Qualcosa non va  .. il cassettino del HD (HD separati, of course) non viene “visto” dal sistema … Riparte il rosario di imprecazioni … consultazioni affannose di carta, web, carta, web  … dopo la mezzanotte, un Eu raggiante e visibilmente soddisfatto, annuncia che tutto funziona ….

E io sono qui a scrivere questo post dal nuovo pc.

Oltre la cronaca, cos’altro ci dice questa storia? Proviamo a leggerla in termi di compiti di apprendimento.

Io, ad Eu, ho insegnato nella notte dei tempi ad accendere il pc, a scrivere qualche parola in word, ad entrare in internet ….. per il resto ha imparato tutto da solo.

Ha imparato:

  • perchè interessato al tema
  • risolvendo problemi propri e di altri amici
  • per rimediare ai propri errori
  • identificando le proprie carenze e  le tematiche da approfondire
  • ricercando, valutando e selezionando risorse presenti nel suo ambiente (testi a stampa, sul web, …)
  • domandando a chi ne sapeva di più
  • facendosi carico del prorio apprendimento

Ha “studiato”:

  • senza che nessuno gli chiedesse di farlo
  • con impegno
  • con determinazione
  • responsabilmente
  • leggendo libri
  • prendendo appunti
  • dedicandovi parecchio tempo
  • approfondendo
  • riflettendo

Eppure Eugenio, al pari di tanti suoi consimili, è considerato dalla scuola:

  • uno che non studia e non sa studiare
  • che quando studia,  la fa il minimo necessario
  • poco interessato ad imparare
  • sbrigativo
  • superficiale
  • dedito solo all’azione
  • poco o nulla riflessivo
  • con la testa tra le nuvole
  • uno a cui non interessa ottenere “risultati”
  • immaturo
  • incapace di assumersi responsabilità
  • dedito solo al gioco

Ma, allora, perchè Eugenio ha imparato? Eugenio, a dispetto delle diagnosi ufficiali,  ha imparato perchè:

  • ha avuto un ruolo attivo
  • ha potuto governare il processo
  • ha usato quello che ha imparato
  • ha avuto uno scopo chiaro per imparare
  • ha potuto dare un significato a ciò che stava imparando
  • il compito di apprendimento è stato per lui una “sfida
  • mentre ha imparato, ha usato quello che stava imparato
  • più imparava, più si sentiva “competente”
  • imparando poteva affrontare compiti sempre più impegnativi
  • le cose che lui imparava erano valorizzate anche dalla sua “comunità”

Se è, quindi, vero che Eu ha svolto in modo egregio un compito di apprendimento davvero impegnativo – e come lui tanti altri studenti portano quotidianamente a termine compiti altrettando impegnativi, non è vero che i giovani studenti non hanno voglia di studiare, che non hanno voglia di fare fatica, che rifuggono tutto ciò che è impegno …

Eugenio e i suoi simili

  • non hanno voglia di studiare ciò che questa scuola impone loro di studiare;
  • non vogliono fare fatica per far fronte a compiti  di apprendimento per loro privi di senso;
  • rifiutano un metodo di apprendimento in cui hanno un ruolo passivo …

Questo “rifiuto” non è, ne può essere, assoluto (se non in casi limite in cui questo disagio sfocia nell’abbandono materiale della scuola) perchè oramai questi “nativi digitali” hanno accettato l’idea che a  scuola si deve andare e si deve essere promossi. Affrontano la scuola, e le sue richieste, con rassegnazione, senza entusiasmo … La scuola non è affar loro …. il loro obiettivo è sopravvivere alla scuola …..

Come è possibile, in queste condizioni, trovare lo spazio per l’adesione affettiva al compito? Per l’entusiasmo? Per l’impegno? Per la voglia di farcela? Impossibile. Umanamente impossibile ….

Quante volte EU, ed immagino molti suoi simili, torna a casa da scuola e sconsolato mi dice: “ma papà, come posso stare lì ore ed ora ad ascoltare? La prof parla .. parla … parla … si fa le domande e … si dà le risposte. Come posso non prendere sonno? Come posso non mettermi  a parlare con il mio compagno di banco? Dimmi … come faccio?

Se, poi, ci si agiunge l’immagine sociale che ha ora il mestiere di insegnante, immagine che non sfugge – fino ad essere condivisa – dagli studenti che quegli insegnanti hanno tutti i giorni davanti  (il suo giudizio sugli insegnanti: … omissis…  ), trovo che i risultati che, comunque ed a dispetto di questa realtà, ottiene abbia del miracoloso … anche se sono “risultati” che intressano più la scuola ed i suoi insegnanti (quasi per una conferma del proprio valore), che non lui stesso…

In questo contesto pare, quindi, che il meccanismo che fa andare avanti la scuola e le dà una parvenza di istituzione funzionante (lezioni che si tengono, esami che si fanno, promozioni che si danno, …) sia quello del “potere” e non quello della “condivisione” (sto al gioco perchè il coltello dalla parte del manico ce l’hanno loro e non perchè ci credo); quello  dell’ “ubbidienza” e non quello del “significato” (sto al gioco perchè devo farlo e non perchè per me abbia un senso).

Ma una scuola che deve usare le leve del potere e dell’ubbidienza per essere sè stessa, è una scuola che non ha e che non avrà alcuna possibilità di svolgere alcuna azione educativa, istruttiva, formativa.

E’ una scuola che è già fallita. E’ una scuola oramai scoppiata. Anche se non se n’è ancora accorta.

Non se ne è accorta perchè invece di fare autocritica accusa gli studenti.

Invece di riconoscere la propria inadeguatezza (strutturale e didattica) accusa i propri utenti di non essere quelli che la scuola si aspettrebbe siano.

Non è che la scuola sia organizzata per uno studente che non esiste più?

Una scuola che vive nel proprio passato e del prorio passato.

Ho il sospetto che il “disagio” di tanti studenti che la scuola denuncia sia il segnale di questa rottura; una rottura avvenuta da tempo; una rottura che ha aperto due strade diverse e sempre più divergenti. La scuola da una parte e i suoi studenti dall’altra. Sporadici, casuali, poveri i momenti di incontro.

Prigionieri del quotidiano, presi dalla fatica del quotidiano, dalla necessità di dare, comunque, un senso a ciò che giorno per giorno facciamo, spesso in condizione disagiate,  per dare qualcosa di dignitoso ai nostri studenti, corriamo il rischio di perdere il senso generale di quello che facciamo e non ci accorgiamo di stare in un’isoletta alla deriva negli oceani.

La vera emergenza educativa non è rappresentata dagli studenti che stanno sempre in internet, ma dalla scuola nel suo insieme che ha perso il suo contato con la realtà, che non la sa più leggere, che non sa più quali risposte dare dato che tutte quelli su cui si basava e che rappresentavono sicurezze e routine (lezioni, esercizi, interrogazioni, compiti ..) sono saltate e non sortiscono più alcun risultato, non impattano – se non in misura limitata – su ciò che gli studenti devono imparare.

Ritornando alla dimensione operativa che come operatori della scuola pratichiamo, non si tratta di cambiare metodi didattici ma di cambiare anche cosa si insegna a scuola. Diventa urgente domandarsi anche: cosa serve che i giovani sappiano per vivere il mondo di domani? Continuiamo con italiano, latino, storia, matematica, scienze ….? E, magari, ci domandiamo come insegnare in modo “nuovo” … “attraente” ….”coinvolgente” …. italiano, latino, storie, matematica, scienze … ? Non credo sia questa la strada ….

Post scriptum

Come trovo sorprendente che nonostante tutto congiuri a sfavore di un apprendimento autentico, i nostri ragazzi qualcosa riescono ad imparare, trovo altrettanto sorprendente che alcuni insegnanti – numerosi ma ancora pochi – riescano a trovare energie e motivazione per dare alla nostra scuola un minimo di decenza. A loro va tutto il mio affetto e la mia riconoscenza di cittadino e padre.

Rilancio dal blog Lorenza Boninu

(l’immagine è presa dal blog “Contaminazioni” di Lorenza Boninu)

Rilancio da qui un eccellente contributo di Lorenza Boninu dal suo blog “Contamninazioni”. Lorenza, il cui blog seguo da tempo, questa volta ha scritto con titolo: ”

Riprendiamo il “discorso sul metodo”: insegnare l’autarkeia.

Lorenza esordisce con l’affermzione che non vuol essere un’insegnante “divertente” ma che le bastrebbe essere un’insegnante “appassionante”. Condivido pienamente, specie  se penso a quei colleghi che vorrebbero attirare l’attenzione con barzellette e battutine di dubbio gusto ….

Collegato alla questione della “passione” per la materia e per il mestiere, viene presto il tema centrale del post,  tema che a mio avviso, è parecchio pericoloso anche se comprensibile.

Lorenza rileva l’atteggiamento, prevalentemente svalutativo, che la società ha del lavoro dell’insegnante e dice “me ne frego” (mia “traduzione”). E dice:

…. ho letto un numero sufficiente di classici latini e greci per aver imparato la lezione della cosiddetta autarkeia, ovvero l’autosufficienza emotiva. In altre parole, della stima sociale non me ne potrebbe fregare di meno. Le mie passioni (non ultima la passione dell’insegnamento) mi bastano

Così ho commentato nel suo blog, e spiego perchè il discorso del “me ne frego” è pericoloso

Lorenza, condivido in buona parte i tuoi ragionamenti, in primis, quello che se l’insegnante non è motivato  ecc …, mai riuscirà a motivare eccc…. Capisco, anche, il tuo “me ne frego” di cosa ne pensa la società del lavoro degli insegnnati,  ma il vero problema non è la società che lo svaluta, ma quando sono gli studenti – i TUOI studenti – a dire “il mio insegnante è uno sfigato“. E, ti assicuro, sono tanti gli studenti che lo pensano (pubblicherò una testimonianza in questo senso in post che ho in gestazione e che non sono sicuro se rilasciare o meno).

Indipendentemente da questo ordine di riflessioni, il vero problema per chi insegna non è l’intrinseco valore di ciò che è oggetto della didattica, ma il SENSO che questo ha o non ha per chi deve apprendere. La sfida è, dunque, quella di far si che quelle tematiche non abbiano un senso per chi insegna, ma per chi apprende. In fin dei conti, noi insegniamo per gli altri, mica per noi stessi!!!

Quindi, cara Lorenza, continua a pur fregartene di  cosa pensi la società del tuo lavoro, ma fatti apprezzare dai tuoi studenti e fai apprezzare loro le cose che insegni