La scuola tra inclusione (predicata) e competizione (agita)

 

LA NOSTRA SCUOLA PROMUOVE L’INCLUSIONE O LA COMPETIZIONE?

La nostra scuola, come si è evoluta in quest’ultimo periodo, presenta un vulnus strutturale che manda in cortocircuito ogni buona intenzione. Vediamolo.

La nostra è una scuola che sollecita la cultura dell’inclusione ma si sta sempre più strutturando sulla base delle pratiche della competizione, basta vedere la cultura che ispira la legge 107.

Qui è presente una contraddizione di fondo nella legge 107 sulla quale a mio avviso non ci si sofferma mai. Eppure è fondamentale per comprendere il cortocircuito che sta subendo l’istituzione scolastica, il suo progressivo snaturamento da istituzione che promuove l’educazione, l’istruzione e la formazione della persona umana in collaborazione con la famiglia a “esercizio” (sì, proprio nel senso commerciale del termine) che è volto a soddisfare una domanda di istruzione ed educazione performante fatta dalla propria “clientela” (studenti e famiglie).

Questa contraddizione riguarda i concetti di “inclusione” e di “meritocrazia”.

È evidente alla semplice lettura che i due concetti siano in contraddizione fra loro (ed è questa contraddizione che genera il cortocircuito) perché mentre il primo intende comprendere al proprio interno senza lasciare fuori nessuno, il secondo seleziona, lasciando fuori un bel po’.

Eppure la scuola, non solo in Italia -perché la tendenza è molto diffusa nel mondo occidentale- va nella direzione della “meritocrazia”, della selezione, della performance rendicontata, con conseguente progressiva emarginazione delle istituzioni scolastiche che non soddisfino indici di raggiungimento di traguardi (si pensi al valore aggiunto nelle prove invalsi, che misurerà l’efficacia dell’azione di ogni singola scuola e in futuro contribuirà ad assegnare soldi ai più meritevoli: una sorta di Darwinismo sociale applicato alla scuola).

Questi traguardi sono tuttavia legati ad un’azione inclusiva – dichiarata all’interno del piano dell’offerta formativa e pubblicata, insieme ai risultati, in modo che le famiglie possano scegliere fra un istituto o l’altro (come tra un supermercato o l’altro, la logica di fondo quella è) – che risponde invece ad un principio di rispetto della dignità umana, di valorizzazione positiva della differenza e di recupero della difficoltà, cosa che non è così facilmente standardizzabile, perché spesso il miglioramento costruito è impercettibile sul momento e lo si apprezza solo molto tempo dopo.

Ma il punto è questo: come si fa a praticare l’inclusività, come valore prima ancora che come strategia, che è come dire cooperazione e collaborazione (e tutti sappiamo che l’apprendimento è favorito dagli ambienti collaborativi), se il modello su cui si disegna l’istituzione (cioè docenti e dirigenti e loro rapporto e rapporto tra le singole istituzioni) è di tipo competitivo e aziendalistico?

Come è possibile che docenti che entrano nelle classi e provano a lavorare in modo da promuovere i valori dell’inclusione siano, tuttavia, assoggettati ad un modello che li vede in competizione fra loro per individuare i migliori ed emarginare progressivamente quelli che sulla base di un criterio soggettivo e arbitrario sono i peggiori?

Ma non bastava licenziare i palesi fannulloni (e Dio sa se ce ne sono) e formare in modo serio e professionale (consapevole dell’esercitare una professione e non una missione o un hobby) i docenti, anziché mettere in piedi tutta questo gioco? Perché questa manfrina crea scuole di serie A, di serie B e di serie C, che dovrebbero tutte praticare l’inclusione, ma che essendo sottoposte a meccanismi di premio-punizione che svantaggiano ulteriormente quelle più in difficoltà (e i loro studenti) condanno queste ultime a trasformarsi in veri e propri ghetti.  La contraddizione è forte, secondo me.

E peggio, va a ledere il diritto allo studio (e quello alla dignità del lavoro).

A meno che non stiamo assistendo ad una mutazione antropologica del concetto di istruzione e di diritto individuale all’istruzione e al lavoro in senso strettamente neoliberale.

Forse dovremmo fermarci a riflettere un attimo.

Se è vero, ed è vero, che si apprende solo nella collaborazione, come possono insegnanti competitivi essere modelli per la collaborazione? Come possono insegnare la collaborazione quando non la praticano? Peggio ancora: che messaggio danno quando a parole dicono cose differenti da quelle che praticano? Sono maestri di ambiguità, sono maestri di retorica e falsità.

Ovviamente i detrattori diranno che non c’è contraddizione. Invece c’è perché l’inclusività, che è un concetto pedagogico e sociale solido, cozza contro una visione che tende a selezionare, a promuovere un merito inconsistente tra i docenti e a mettere le scuole in competizione per avere iscrizioni. La scuola dovrebbe promuovere strategie inclusive virtuose di recupero della difficoltà e di sviluppo delle capacità dello studente, partendo da quelle sociali tra l’altro. Non la meritocrazia intesa come fare a gara tra chi è più bravo. L’idea dei sostenitori della meritocrazia pare essere quella che i docenti e gli studenti più intraprendenti facciano da lepre con i cani: li stimolino a correre più veloce. Nella realtà succede il contrario. Si promuove la frustrazione all’interno del corpo docente e per le scuole e gli studenti la prospettiva è scuole “bene” vs scuole per emarginati. Questo è quanto si vede nei primi effetti. La scuola deve tendere ad un livello uniformemente alto che promuova e valorizzi il talento e l’iniziativa del singolo studente e docente attraverso la cooperazione. Non attraverso questi giochetti alla Friedman.

Per questo ritengo che a livello concettuale (e anche etico), ci sia qualche problema di cortocircuito fra una visione inclusiva della scuola e una visione meritocratica: a me pare che le due visioni tendano, se non ad escludersi vicendevolmente, almeno a creare qualche problema, specie quando si parla di standardizzazione dei risultati e, con un certo approccio, anche di competenze.

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