Nativo digitale, uno stereotipo dannoso

Non solo il nativo digitale non esiste (ne è mai esistito) ma l’uso a-critico e a-riflessivo del termine ha generato un dannoso stereotipo che ha ingabbiato i giovani con etichette inutili ed esonerato noi educatori e genitori dall’ascolto autentico e dalla comprensione delle caratteristiche distintive di questa generazione.

A questa conclusione sono giunto attraverso una riflessione portata avanti in  rete da tempo passandoci la palla tra diversi blog e, più recentemente, interagendo in modo ricco e costruttivo in Facebook.

Riepilogo brevemente i termini della questione:

  • Nel 2001 Mark Prensky pubblica due paper  “Digital Natives, Digital Immigrants” (1 – 2) attraverso i quali lancia il fortunato slogan (perchè di slogan, lo dirà la storia, si tratta) “Nativo Digitale”  cui fa da pandant “Immigrante Digitale”
  • L’idea sottesa è che l’avvento delle tecnologie digitali abbia formato due distinti gruppi sociali  su base anagrafica i quali si differenziano per le loro pratiche e per i loro atteggiamenti proprio a causa dell’uso delle tecnologie digitali
  • L’immersione nel digitale dei “nativi” non solo caratterizza  la loro pratica (individuale e sociale)  ma anche il loro sistema neuronale e cognitivo
  • La conclusione è che il giovane/nativo è diverso dall’adulto/immigrante e va considerato (per la scuola, ad esempio) a causa del “digitale” in modo coerente, cioè con approcci diversi

La problematica presenta, a mio avviso, almeno quattro temi:

1) La concettualizzazione di “Nativo digitale” è stata generata senza alcun studio o ricerca rigorosi

Mark Prensky era (all’epoca) ed è un imprenditore di giochi digitali ed era conosciuto come un “visionario”. Nativo digitale è stata una fortunata espressione a forte presa emotiva e mediatica (specie perchè associata a quella di  “immigrato digitale”) priva di alcun fondamento rigorso (non dico “scientifico”) e basata su qualche sporadica  e superficiale ossevazione, su ciò che, visionariamente, sarebbe potuto accadere e con ardite (e scorrette)  trasposizioni di risultati della ricerca neurofisiologica e di psicologia sociale (fatte in contesti differenti)  nell’ambito delle pratiche con le tecnologie digitali.

2) Gli eventi di questi 10 anni post Prensky hanno dimostrato come quella concettualizzazione fosse debole e priva di alcun riscontro seppur empirico

Molti furono perplessi di fronte a quella tipicizzazione dei giovani sulla base della loro immersione  digitale come lo furono nel riconoscere differenze sostanziali tra giovani e adulti anche nell’uso delle tecnologie digitali. Numerosi insegnanti (vedi i post nei blog e le discussioni su Facebook) testimoniano che anche se tutti i ragazzi usano le tecnologie digitali sono pochi quelli che ha hanno una padronanza tecnica estesa e competente e che gli usi che ne fanno sono spesso focalizzati sulla comunicazione e sul gioco. Limitate competenze tecniche e limitati utilizzi, scarsa consapvolezza.

Risulta, inoltre, evidente che le pratiche d’uso dei dispositvi digitali attivate dei così detti “nativi” sono le stesse attivate dagli “immigrati”, quindi nesuna discriminante può essere introdotta avendo come base l’anagrafe.

3) L’uso inconsapevole di una  concettualizzazione debole ha generato uno stereotipo che, come tutti gli stereotipi, non aiuta a comprendere e fa danni

Il termine “nativo digitale” ha fatto presa sull’immaginario di tanta gente al punto che un’entità inesistente ha cominciato ad acquisire corporeità, materialita … et voilà … il nativo digitale ha cominciato ad esistere, a vivere di vita propria. Come un ectoplasma arrivato dalle profondità siderali. Ed esistendo ha cominciato a turbare il sonno di tanti genitori e di tanti insegnanti. Come farò a gestire il ND? Come farò a relazionarmi con lui che ne sa molto di più di me? Con uno che è profondamente diverso da me? …. e così si attribuiscono al nuovo mostriciattolo pratiche “magiche”, si suppongono  mutazioni (genetiche) a livello corticale. Si inizia a guardarlo con sospetto,facendo del suo uso del digitale il tutto del suo essere e del suo fare; si inizia a pensare a strategie per domesticarlo a pratiche pre-digitali o a ingabbiarlo nei sui dispositivi digitali. Aderendo a visioni stereotipate ci si impedisce di osservarlo, di ascoltarlo nella sua autenticità e nella sua totalità o si fa della sua “diversità” un motivo per assolverci dalle nostre incapcità a relazionarci positivamente con le nuove generazioni attribuendo a loro caratteristiche inesistenti.

4) Rimangono aperte tre questioni rilevanti: come relazionarsi (in tutti contesti sociali e anche a scuola) con le nuove generazioni; quale, se c’è, un impatto cognitvo delle tecnologie digitali e di internet, come usare le tecnologie digitali e la rete per migliorare i processi cognitivi e l’apprendimento

Di certo le nuove generazioni sono diverse dalle precedenti. Come è sempre stato. Di certo le nuove generazioni usano gli strumenti che hanno a loro disposizione. Come sempre, sotto tutte le latitudini, dentro tutte le culture. Gli artefatti culturali, tecnici e cognitivi danno forma alle pratiche delle comunità in cui le persone interagiscono tra di loro e con gli artefatti. Queste nuove pratiche vanno comprese con l’attenzione che queste non sono determinate solo dagli strumenti presenti nel contesto ma anche da tante altre variabili culturali e sociali. E’ o non è cambiata la famiglia in questi anni?  Sono o non sono cambiati il concettti di ubbidienza, autorità, dovere? Sono o non sono cambiati i modelli sociali e culturali dominanti? E vogliamo considerare le nuove generazioni solo perchè usano device digitali?

Per lo specifico dell’impatto cognitivo e neuronale del digitale si dovrebbero condurre specifiche ricerche e fatte in modo rigoroso. E non estendere, come ha fatto Presnsky nel 2001, i risultati di ricerche in contesti diversi, all’impatto del digitale. Scorretto dal punto di vista del metodo e della sostanza. E si è visto.

Nella sua marcia in dietro, Prensiky, (2009), ritendo inadeguate le concettualizzazioni del 2001, ne propone un’altra (saggezza digitale) su cui non i dilungo se non associandomi ha quanto ha già scritto Rivoltella affermando che quanto secondo P. dovrebbe andare sotto il concetto di saggezza digitale è già e da tempo negli obiettivi della Media Education. Nella nuova  formulazione del proprio pensiero mi convince il passaggio di P. dal considerare le tecnologie digitali come agenti attivamente sulla persona, che diventerebbe passiva recepitrice, a vedere un ruolo attivo della persone che le usa e le usa per potenziare le proprie capacità cognitive. In questa prospettiva si potrebbe ricorrere ai lavoro della psicologia cognitivista di questi ultimi 20 – 30 anni e a quelli di impronta costruttivistico-sociale. Magari rispolverando i “vecchi” lavori di Jonassen sulle tecnologie come strumenti cognitivi e su tante altre concettualizzazioni che integrano processi cognitivi e tecnologie (la Flessibilità Cognitiva e gli Ipertesti per la Flessibilità Cognitiva, il Case-based Reasoning di Kolodner e di Schank, le architetture per l’apprendimento di quest’ultimo  eccc….).

Per concludere. Tranquilizziamoci: il nativo digitale non è mai esistito e rimbocchiamoci le maniche per interagire efficacemente con le nuove generazioni che sono, come è giusto sia e come è sempre stato, diverse da quelle precedenti.

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Breve storia (o cronaca?) del dibattito in rete sui “nativi digitali”. Appunti per una memoria “storica”

Inizia (si fa per dire perchè il discorso non ha un inzio e, forse, neppure una fine)  Antonio Fini con “Il mito dei nativi digitali” http://www.fininformatica.it/wp/il-mito-dei-nativi-digitali /

Rimpallo io nel marzo 2009  con “I nativi digitali non esistono” http://www.giannimarconato.it/2009/03/i-nativi-digitali-non-esistono-parte-seconda/

Rilancio nuovamente dopo poco con “Questione digitale vs. questione educatica”  http://www.giannimarconato.it/2009/04/questione-digitale-vs-questione-educativa/

Lorenza Boninu dice la sua con “IO sono una tardiva digitale”  in http://contaminazioni.splinder.com/post/20591399/Io,+una+tardiva+digitale

Più recentemente ne parlanano

Pier Cesare Rivoltella che analizza la “retromarcia” (termine mio) di Prensky in http://piercesare.blogspot.com/2010/10/da-marc-prensky-marc-prensky.html

Paolo Beneventi con “Genarazione iStupid. Tardivi, guru e rintronati digitali”  in http://bambinioggi.blogosfere.it/2011/02/generazione-istupid-tardivi-guru-e-rintronati-digitali.html

In Facebook un paio di discussioni chiariscono, attualizzanadola, la questione.

Un mio status “Sto maturando la convinzione che ‘sta storia dei nativi digitali sia una gran bufala buona per fare conferenze, scrivere libri ma non per lavorare a scuola” in http://www.facebook.com/#!/gianni.marconato/posts/10150112590063513

Uno status di Paolo Benvenuti http://www.facebook.com/#!/paolo.beneventi/posts/157690257619676?cmntid=157993540922681

La retromrcia di Marc Prensky

http://www.innovateonline.info/pdf/vol5_issue3/H._Sapiens_Digital-__From_Digital_Immigrants_and_Digital_Natives_to_Digital_Wisdom.pdf

Una bella lettura incrociata http://www.apogeonline.com/webzine/2010/11/24/oltre-nativi-e-immigrati-nuovi-profili-digitali

I due contributi “storici” di Prensky

1.  http://www.twitchspeed.com/site/Prensky%20-%20Digital%20Natives,%20Digital%20Immigrants%20-%20Part1.htm

2. http://www.twitchspeed.com/site/Prensky%20-%20Digital%20Natives,%20Digital%20Immigrants%20-%20Part2.htm

Andrebbe considerato il recentissimo “Nativi Digitali” di Paolo Ferri del quale ho letto solo la prefazione (presente on-line) e che da quel che leggo (la sua prefazione)  mi pare un libro uscito in ritardo di almeno 10 anni perchè insiste sui concetti primordiali di Prensky sulla differenza tra giovani e non più giovani dove solo i primi hanno consuetudine con gli strumenti e con le pratiche digitali. Posizione rigettata (due anni fa) dallo stesso Prensky. Esco a comperarlo e magari ne parlo più diffusamente.

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Sono debitore di queste mie riflessione ai fruttuosi scambi online con le amiche e gli amici Alberto Ardizzone, Paolo Benvenuti, Barbara Bevilaqua, Lorenza Boninu, Vincenzo Caico, Gianluigi Cogo, Manuela Duca, Antonio Fini, Cristina Galizia, Paola Limone, Lorena Luperto, Maria Grazie Fiore,  Elisa Fonnesu, Simonetta Sandra Maestri, Paola Pepe, Natalia Vissalli, Gabriella Zonno. Anche se non su posizioni condivise. Come dire: la ricchezza di punti di vista differenti. Grazie.

 

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Commenti

  1. Paolo Gallese ha detto:

    Leggendo questa nota, mi torna in mente un film interessante, che indirettamente mostrava alcuni effetti deleteri dell'incomprensione tra generazioni e i tentativi vicendevoli di uniformarsi o controllarsi: "La caccia" di Arthur Penn.Sono sempre stato dubbioso su Prensky, ma qualcosina di questa definizione ND la salverei. Mediterò sulle tue parole e mi permetterò di riparlarne. Molto interessante quello che dici.

  2. Gianni Marconato ha detto:

    @ Paolo, il discorso è sempre aperto e per fortuna. Il problema dell'incomprensione tra generazioni c'è tutto ma non credo che il nodo stia nelle tecnologie digitali ed, anzi, credo sia fuorviante crederlo e farlo credere.

  3. Paolo Gallese ha detto:

    Sì, su questo sono totalmente d'accordo! Crea anche discutibili alibi e poco chiare strategie (più vicine al marketing che al fare nuove culture).

  4. Paolo Gallese ha detto:

    Leggendo questa nota, mi torna in mente un film interessante, che indirettamente mostrava alcuni effetti deleteri dell'incomprens​ione tra generazioni e i tentativi vicendevoli di uniformarsi o controllarsi: "La caccia" di Arthur Penn.Sono sempre stato dubbioso su Prensky, ma qualcosina di questa definizione ND la salverei. Mediterò sulle tue parole e mi permetterò di riparlarne. Molto interessante quello che dici.

  5. Gianni Marconato ha detto:

    @ Paolo, il discorso è sempre aperto e per fortuna. Il problema dell'incomprens​ione tra generazioni c'è tutto ma non credo che il nodo stia nelle tecnologie digitali ed, anzi, credo sia fuorviante crederlo e farlo credere.

  6. […] Gianni Marconato ha fatto una selezione di quanto, qui e lì si è scritto e “detto” sui fatidici nativi digitali, a cui tanta fama deve il nostro Prensky . […]

  7. france ha detto:

    Sono in una posizione “mediana” rispetto a questa riflessione.
    Punto di mezzo, non per comodità, ma per localizzazione.
    I Nativi digitali esistono, sono i nostri “nipoti” e alunni per quel che mi riguarda.
    Bambini che si muovono in una comunità di riferimento e tra strumenti diversi da tutte le generazioni precedenti.
    Comunità e strumenti caratterizzati dall’evento digitale, dall’accesso immediato e facile alle risorse multimediali, dalla possibilità di connessione in ogni spazio e tempo….e non continuo per non tediare…
    Ambiente culturale e sociale, strumenti e relazioni peculiari che modellano l’atto cognitivo del soggetto come pure l’attività dello stesso.
    Quindi, perchè non parlare di “nativi digitali”? Proprio per caratterizzare l’ambiente e gli strumenti di riferimento.
    Ambiente, strumenti, regole, interazioni, collaborazione che mediano l’apprendimento stesso, rendendolo un “atto distribuito” di Vygostskijana memoria.
    Il problema si pone quando questi nativi digitali arrivano a scuola, in cui i loro strumenti sono generalmente tenuti fuori, dove non si lavora per costruire conoscenza in modo collaborativo, dove non si educa alle regole delle nuove comunità on line, dove non si utilizzano gli strumenti per accedere alle informazioni, non si insegna a selezionare e valutare le fonti…
    In poche parole non si rendono consapevoli gli alunni delle potenzialità formative insite negli strumenti che essi utilizzano nei loro ambienti informali.
    Ho paura che negando le peculiarità dei nativi digitali e affermando che non esistano…forniamo un ulteriore alibi a chi pensa che sia proprio così…che nulla sia cambiato e che la scuola non debba proprio cambiare…
    france

  8. roberto dadda ha detto:

    Assolutamente condivisibile, tra l’altro anche l’uso del termine digitale contrapposto ad analogico è una fesseria!

  9. Gianni Marconato ha detto:

    @ France, quando affermo che i “nativi digitali” non esistono mi riferisco al profilo che Prensky ne traccia e secondo il quale i giovani hanno pratiche ed atteggiamenti con/verso le tecnologie digitali e di rete che sono diversi da quelli degli adulti. Io, e non solo io, vedo tanti comportamenti simili in questi due gruppi anagrafici. Tutto quanto tu elenchi io li vedo diffusi in tutta la popolazione attiva con, se proprio vogliamo, usi più compulsivi ed intensivi tra i giovani e più meditati e pacati tra gli adulti. Con le dovute eccezzioni in entrambe le fasce d’età.
    Più in genarele sui cambiamenti neuronali e cognitivi tanto cari al primo P. (2001 meno al secondo 2009) dico che ci vorrebbero meno visioni e più ricerca rigorosa per dirlo.
    Non nego la peculiarità delle nuove generazioni rispetto alle precedenti (lo dico chiaramente alla fine del post) ma affermo anche che questa non va ricercata solo nelle pratiche digitali. Se la scuole dovesse cambiare, e deve certamemte farlo, per essere adeguata allla società contemporanea non lo deve fare solo e con riferimento all’immersione digitale ma perchè l’intera società è cambiata

  10. Mario Mattioli ha detto:

    Caro Gianni, non condivido del tutto il tuo post e mi sento abbastanza vicino alla posizione di france.
    Vi segnalo due post che ho scritto di recente sull’argomento. Nel primo faccio un po’ di storia, nel secondo scommetto su un approccio mutuato proprio da Prensky.
    Hai ragione quando ricordi che, di mestiere, progetta giochi, ma secondo me questo è proprio il suo punto di forza. Ha un approccio pragmatico, a volte un po’ ingenuo, ma ne apprezzo il coraggio e la voglia di sperimentare sul campo. Piuttosto mi sento di stigmatizzare certi personaggi (anche del mondo accademico) che hanno fatto propri i suoi slogan, banalizzandoli ulteriormente, per puro calcolo personale.

  11. Gianni Marconato ha detto:

    @ Mario, mi fa molto piacere che le nostre strade, almeno nel web, si siano incrociate nuovamente.
    Potresti brevemente riassumere qua quella che hai definito approccio mutuato da P.?
    La tesi che cercato di dimostrare è che è fuorviante affrontare le numerose tematiche che pongono alla scuola, alla famiglia, alla società le nuove generazioni considerando come fulcro la loro immersione digitale primo perchè non è tipica di quella fascia di età, secondo perchè dovremo considerare l’intera costellazione del loro essere e del loro agire. Sullo stigmatizzare, facciamolo pure in compagnia! Il prosecco è sempre al fresco!

  12. Mario Mattioli ha detto:

    @Gianni. È un grande piacere anche per me. Tieni in fresco il prosecco. 🙂

    Sto ancora leggendo il libro di Prensky e rimando un giudizio più articolato a fra qualche giorno.
    L’impostazione, in poche parole, è questa: la rivoluzione educativa e culturale di questi anni si sta sviluppando *fuori* dalla scuola (sono d’accordissimo), inutile arrabbiarsi con gli studenti se sono distratti e poco motivati, piuttosto includiamo il più possibile le pratiche e gli interessi (sono tanti) che sviluppano fuori e lavoriamoci come solo la scuola può fare; i docenti dovrebbero parlare molto di meno (far “lezione”) e imparare a fare belle domande (“translate content into guiding questions”); i docenti, per avere successo come educatori, dovrebbero calarsi in un ruolo di partnership con gli studenti, riconoscendo a se stessi e ai ragazzi competenze ugualmente importanti, seppur differenti, e *valorizzandole tutte*, anche scendendo con fiducia (e umiltà) sul terreno dei nuovi media.
    Niente di nuovo sotto il sole, si potrebbe dire, ma Prensky non sviluppa teorie, prova a disegnare scenari applicativi. Visto in questa prospettiva, il suo contributo può essere prezioso.

    Sulla questione di quanto sono (o non sono) digitali giovani trovo molto utili le ricerche di Sonia Livingstone. Interessante anche l’articolo di Genevieve Johnson che, ripescando la tassonomia di Bloom, ha messo a confronto gruppi di età differenti rispetto alle diverse “Cognitive skills”.

  13. Gianni Marconato ha detto:

    @ Mario, concordo in tuto con quanto dice Prensky e che tu citi. Si, nulla di nuovo. Sono approcci che i cosruttivisti dicono da anni; ottimo che lui offra scenari applicatvi per farlo. Jonassen una volta mi disse: il problama non è sapere cosa fare; il problema è come farlo (e alludava alle condizioni in cui l’insegnante oggi agisce, fa scuola). Grazie anche per le segnalazioni che mi andrò presto a leggere

  14. france ha detto:

    Scusate se continuo in questa discussione, sottoscrivo tutto quanto dice Mario sul piano della rivoluzione educativa e culturale che dovrebbe svolgersi in questi anni (utilizzo il condizionale per la limitazione del fenomeno), rivoluzione resa necessaria dalle nuove modalità di apprendere dei nuovi studenti, condizionati a loro volta dai nuovi strumenti e dalle nuove pratiche messe in atto in comunità nelle quali si stanno evidenziando nuove norme…Il sistema di Attività di Engstrom, l’Activity Theory, in una continua costruzione, negoziazione, ri-costruzione del significato.
    Ma come fare ad assumere questo approccio teorico come guida nella nostra pratica didattica se non utilizziamo gli strumenti (quelli digitali) che ci permettono con facilità di praticare l’interrelazione continua con la comunità di pratica, la divisione del lavoro, la ridefinizione delle norme….?
    Ricordo ancora che la competenza digitale è complessa, comprende sì la dimensione tecnologica (e quella i nativi la padroneggiano) ma soprattuto la dimensione metacognitiva, quella etica e quella relazione e, proprio su queste ultime si viene ad innestare il compito della scuola, dell’insegnante che coordina, raccoglie, aiuta, guida, indirizza, pone domande…
    A tale proposito ho trovato illuminante l’analisi che Luisanna Fiorini traccia dei nuovi alunni: quelli con le branchie!
    http://www.slideshare.net/fiorluis/guardali-hanno-le-branchie-presentation
    come pure quella della formazione dei nuovi-docenti:
    http://www.slideshare.net/fiorluis/web-20-nella-formazione-degli-insegnanti

  15. […] Nativo digitale, uno stereotipo dannoso Non solo il nativo digitale non esiste (ne è mai esistito) ma l’uso a-critico e a-riflessivo del termine ha generato un dannoso stereotipo che ha ingabbiato i giovani con etichette inutili ed esonerato noi educatori e genitori dall’ascolto autentico e dalla comprensione delle caratteristiche distintive di questa generazione. Continua a leggere… […]

  16. anto ha detto:

    @France può forse interessarti questo progetto di ricerca sulla competenza digitale, nel quale abbiamo proprio evidenziato tre dimensioni fondamentali, che abbiamo chiamato tecnologica, cognitiva ed etica. Soprattutto l’aspetto etico è spesso trascurato..
    Sul sito sono disponibili anche esempi di prove di valutazione per diversi gradi di scuola:
    http://www.digitalcompetence.org

  17. […] dei “nativi digitali” riemerge di continuo. Di recente in due post di Gianni Marconato, qui e qui,  e in un post intitolato ‘Net Generation’ – A Myth? apparso in […]

  18. Mariai Lucia Ercole ha detto:

    ti segnalo (ieri su “La Stampa di Torino Anna Masera lo recensiva, pag. 34) il nuovo libro di Don Tapscott in uscita da F. Angeli (39Euro ): Net Genaration – Come la generazione digitale sta cambiando il mondo- E’ basato su una ricerca svolta su 11.000 giovani di tutto il mondo.. Può aiutarci a capire meglio…

  19. France ha detto:

    @anto: grazie della segnalazione, avevo già letto in proposito nell’ultimo libro di Corrado Petrucco (a cura di) “Didattica dei Social Software e del Web 2.0” Cleup 2010, in cui viene preso in considerazione il problema della valutazione della competenza digitale. Ora vado a leggere!

  20. […] nativi digitali, dopo aver terminato la lettura dell’ultimo libro di Marc Prensky. L’ha rilanciata Gianni, continuando il discorso. Ha contribuito Andreas, segnalando un articolo che torna utile per […]

  21. Paolo Beneventi ha detto:

    Credo che ormai il discorso su “nativi digitali” abbia motivazioni solo commerciali: ogni convegno ruota in realtà intorno alle LIM o all’Ipad.
    Solo due accenni, con link di riferimento.
    1. Data la facilità dei mezzi digitali (che però non comportano più un approccio mentale “digitale”), oggi chiunque, anche un bambino, può produrre informazione in una società detta dell’informazione. Questo è importante che nessuno lo sappia, per ragioni economiche e politiche, per cui si alimenta il consumo beota, nei bambini come negli adulti, basato sugli stereotipi e i luoghi comuni. http://bambinioggi.blogosfere.it/2009/05/bambini-oggi-il-primo-vagito-ma-presto-imparera-i-mezzi-per-comunicare.html
    2. La nostra società non è abituata a osservare i bambini. Lo stesso atteggiamento di “naturalezza” verso i mezzi digitali, un bambino lo manifesta verso tanti altri aspetti del mondo e della vita, prima che l’educazione e l’omologazione sociale arrivino a limitarne drasticamente l’orizzonte cognitivo e di pensiero. http://bambinioggi.blogosfere.it/2011/01/nativi-digitali-nativi-teatrali-nativi-naturali-in-una-parola-bambini.html

  22. Gianni Marconato ha detto:

    Paolo fai bene a ribadire quanto sia infondato il concetto di “nativo digitale” e che continuare ad usare questo termine significhi due cose: 1) fare solo operazioni commerciali, 2) fare discorsi a-riflessivi, superficiali ed approssimativi sui giovani d’oggi. Grazie per i link

  23. […] Il link ad un articolo critico di Gianni Marconato (che  ’smonta’ la teoria di […]

  24. […] Il link ad un articolo critico di Gianni Marconato (che  ’smonta’ la teoria di […]

  25. […] Il prof. Marco Marconato Nativo digitale, uno stereotipo dannoso […]

  26. […] dando per scontate delle cose che rischiano di lasciare alla deriva un’intera generazione. Gianni Marconato ha giustamente […]