Perché bisogna salvare la scuola anche da se stessa?

22 Giu di Gianni Marconato

Perché bisogna salvare la scuola anche da se stessa?

scuola 800

Guardata dall’esterno, ma anche dall’interno, la scuola così come è fatta, non funziona.

Non funziona, o funziona male, per quello che il mondo le chiede: formare persone che vengano promosse nella vita, non persone che vengano promosse a scuola.

Inutile evidenziare che più che di “scuola” si dovrebbe parlare di  “scuole”, ma parlare ancora di “scuola” come entità unitaria ha un senso perché al di là di qualche enclave speciale, la scuola è quasi ovunque la stessa scuola.

Cosa non funziona a scuola?

Roger Schank, uno scienziato che ha studiato a fondo i processi cognitivi, uno che ha messo a punto numerose strategie di apprendimento, uno che ha fortemente criticato la scuola  ma che ha sempre offerto alternative, Schank che anni fa scrisse sui 10 errori dell’istruzione, oggetto di corposi dibattiti in diverse community, Schank dicevo, nel suo sito ha messo in evidenza un lapidario giudizio:

A scuola sono solo due le cose che non vanno bene: cosa si insegna e come lo si insegna.

Detto che mi riconosco in questa affermazione, come mi riconosco in tante sue posizioni sui sistemi educativi e sulle didattiche efficaci, quello che mi pare essere il primo “problema” con cui si dovrebbe misurare la scuola è sé stessa.

La scuola dovrebbe guardarsi dalle sue granitiche certezze di essere nel giusto, dal credere che le pratiche che la caratterizzano da sempre siano più che mai attuali (il modo di insegnare, il modo di valutare, le cose da insegnare, il senso ed il valore della scuola, il ruolo dell’insegnante, per citarne alcune), dal credere di essere un valore assoluto, dal credere che solo la scuola possa dire cosa la scuola dovrebbe essere e come dovrebbe funzionare.

Una scuola centrata, ripiegata su sé stessa, una scuola che come il pesce non si accorge dell’acqua, non si accorge di come sia avviluppata in riti “naturali” oramai privi di senso e vi si aggrappi, come ad un salvagente, per sopravvivere (galleggiando), a difesa della propria identità, della propria specificità.

Le materie, le interrogazioni, i voti, gli esami, i compiti (per casa, per le vacanze), le note, le udienze (quelle che il re concede ai sudditi?) ….

Il risultato di questo atteggiamento? Abbiamo una scuola sempre più delegittimata agli occhi della società perché sempre più estranea alla società.

Il paradosso è che è la scuola ad accusare la società di delegittimarla quando è essa stessa, con il suo arrocco, la sua autoreferenzialità a delegittimarsi.

Un po’ meno chiusura, un po’ più ascolto, un po’ di autocritica gioverebbe alla scuola stessa ed alla sua legittimazione sociale. 

Perché la scuola serve, ma in una società che è cambiata profondamente, anche la scuola dovrebbe cambiare profondamente cominciando con l’abbandonare le certezze su cui ha da sempre fondato le proprie pratiche.

Invece, eccola qui a difendere gli esami, a difendere i voti, a difendere, in buona sostanza, sé stessa.  E a non accorgersi di essersi rinchiusa in un’ampolla di vetro che, in buona sostanza, la protegge dal mondo.

In una recente interazione su Facebook, un insegnante (Silvio Barbata, per stare sull’anonimo) sui temi di questo post scrive:

…. invece si constata la scarsità di questa consapevolezza e moltissimi insegnanti è come se si fossero adagiati – psicologicamente – in una forma di rassegnazione apatica e pavida pur apparendo dentro “le mura scolastiche” attivissimi e zelanti…sempre affannati con carpettine in mano a raccogliere relazioni, programmazioni, schede valutative, elenchi, progetti e altro a guardarli con distacco sembrano patetici e fanno anche compassione…non si rendono conto o forse, ed è anche più probabile, rifiutano di rendersi conto della sostanziale inutilità se non anche della dannosità di tutto questo…e dell’inganno che viene perpetrato da parte dei poteri che ci stanno a monte e che passano attraverso di DS di questa forma di meccanicismo alla Charlie Chaplin in “Tempi moderni”.

Sempre in quella discussione , un altro collega (Gianni Pezzarini), a bilanciare un pessimismo pervasivo scrive:

… Lo schema generale, come detto “ottocentesco”, è un dato di fatto, ma la sperimentazione, lo sforzo, l’impegno, la ricerca non vanno trascurati, saranno a macchia di leopardo, saranno in molti casi “tendenzialmente autoreferenziali”, ma sono la reale alternativa all’omologazione di comodo o di sfinimento. Non tutti gli insegnanti sono allineati, non tutti i consigli d’istituto lo sono, non tutti i dirigenti lo sono, se queste condizioni, come nel mio ritengo fortunato caso, si allineano, in una congiunzione di tipo astrale-casuale, beh non sputiamoci sopra ed approfittiamone per evolverci, per uscire dal burocraticismo delle pratiche consuetudinarie,

 

9 people like this post.

Print Friendly, PDF & Email

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.