equivoco
Riporto, soprattutto a mio uso e consumo, l’appunto per un intervento fatto recentemente ad un focus group a Cagliari sulla formazione dei giovani, sui problemi associati e  sulle tecniche didattiche efficaci. 
Alla base del disorientamento di tanti insegnanti e formatori è presente quello che secondo me è un grande e grave errore di diagnosi.
Ciò che sento spesso in contesti educativi e formativi è che i giovani d’oggi non hanno voglia di studiare, di impegnarsi nello studio, di fare fatica.
Tutto questo non è vero o è vero solo in parte: i giovani d’oggi non hanno voglia di fare fatica per fare cose che per loro non hanno senso.
I giovani d’oggi amano imparare, amano studiare, si impegnano, fanno fatica ma per quello che potremo chiamare un proprio progetto pedagogico. Il problema nasce perché questo progetto non è quello che la scuola propone loro.
La grande sfida è quella di proporre agli studenti qualcosa che possa avere per loro un significato e di aiutare loro a dare un significato a ciò che come insegnanti, educatori, formatori proponiamo a scuola.
È su questa problematica che si gioca, prima di tutto, il ruolo della scuola e dell’insegnante.
Come può essere affrontato questo arduo compito? Questa mission (quasi) impossibile?
La risposta è complessa  ma in breve si può dire che la scuola (come ama dire il mio amico Salvatore Pirrozzi) deve tradire sé stessa, le sue routine, le sue pratiche consolidate, i suoi riti: da una parte l’insegnante e dall’altra  lo studente, le spiegazioni, lo studente che sta attento, che segue, lo studio individuale, le interrogazioni, il libro di testo, le classi, il programma e tanto altro.

Ci si dovrebbe, piuttosto,  orientare verso ambienti di apprendimento caratterizzati da una didattica laboratoriale, dei compiti autentici, collaborativa e costruttiva dove gli studenti lavorano in una pluralità di contesti e utilizzando un’ampia gamma di risorse, scelgono, decidono, si assumono responsabilità, si coinvolgono cognitivamente ed emotivamente, rappresentano, producono. Costruiscono conoscenza e sviluppano risorse cognitive e sociali.

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