Il tempo che non c’è

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Un commento su Facebook (alla faccia di chi parla di FB come palestra di mediocrità – che sicuramente è anche questo) mi ha fatto venire la voglia di riprendere, con molte variazioni, un vecchio progetto che con numerosi valorosi amici e colleghi avevamo lanciato all’interno del social network “La scuola che funziona” (ora chiuso ma con documentazione in progress qui), il progetto “Storie di didattica. La scuola che si racconta“.

Lo riprendo, con le forze e con il tempo che avrò, qui nel mio blog pubblicando nella categoria “Storie di scuola” testimonianze e riflessioni di insegnanti sulla loro vita reale a scuola: questioni didattiche, organizzative, di gestione del gruppo classe, approcci e dispositivi didattici messi alla prova, gioie e dolori, conflitti e collaborazioni …. Essendo, qui, “casa mia” scelgo e pubblico a mia completa discrezione, ovviamente con il consenso dell’autore/autrice.

Comincio oggi (in realtà ho iniziato a mia insaputa ieri con questo post) con una testimonianza di Luisa Nardecchia (ancora lei?, ebbene si, mi ispira di questi giorni). Luisa replica a Bruno Santoro (che riprenderò presto perché anche lui fa parte delle belle teste pensanti che apprezzo) che descrive il suo costrutto di “piattaforma didattica” e mette in evidenza come, spesso, il vero collo di bottiglia per far fare qualcosa di buono a scuola sia il tempo per farlo. Non soldi, non normative, non resistenze … tutte cose che incidono ma che, tutto sommato, sono gestibili, il tempo no, il tempo non si crea, non è elastico …

 

Bisognerebbe investirci sopra. Invece si investe sui programmatori che fanno app (che restano vuote), si investe sulla vendita di macchine, sull’attivazione di reti, illudendosi che non costi immensa fatica “riprogrammare” la didattica in aula. Mi sfugge il concetto di “motivazione” degli insegnanti. Su che cosa si basa? Senso del dovere? Voluntas? Spirito di servizio? La considerazione dell’insegnante è ancora da Libro Cuore. Tutto progredisce verso il professionismo più avanzato. Ma la figura degli insegnanti resta ancorata all’Ottocento: devi farlo perché adeguarti è il tuo lavoro. Adeguarti a che? A veder accadere tutto questo sotto il proprio naso, impotenti? La scuola la fanno gli insegnanti, non basta un corsetto su skretch a farti prendere le stanghe e tirare il carro in una direzione nuova, che ti richiede tantissimo tempo, energia e impegno. Una App è una scatola che deve riempire l’insegnante, ma il tempo che ci viene consentito per farlo è zero. Quindi vengono fuori pagliacciate delle quali i ragazzi (almeno quelli grandi) sghignazzano. Qui non parliamo di mettere insieme giochini, parliamo di una lezione su Vico, Galilei, l’ermetismo, Montale, il romanzo sperimentale. Tutti i libri di testo ora sono dotati di predisposizioni per le LIM. Ma quanto tempo ci vuole per organizzare una buona (BUONA) lezione su una LIM? Chi la fa funzionare questa macchina? E non pensare che parlo di aumenti stipendiali, parlo di una cosa ben più preziosa: il tempo. Il tempo è lavoro. Per fare le cose seriamente ci vuole tempo. Chi riprogramma il tempo della preparazione delle lezioni? Nessuno. Ce la lasciano un po’ di vita privata? Un po’ di tempo per la casa, la famiglia, la salute, i problemi del vivere? Il nostro pomeriggio ha un suo perché? L’opinione pubblica continua a guardare con ammirazione solo chi fa della scuola la propria vita, rinunciando alla sua. Eh, no. Non va. L’innovazione è un lavoro da professionisti. La maestrina con la penna rossa di De Amicis da un lato, la prof tecnologica dall’altro: ma la cornice è rimasta esattamente la stessa.
Perdonami, le mie considerazioni sono solo emotive, non c’è nulla di pedagogico e didattico, ma volutamente vado su questo piano, perché è quello che vive “la base”. Le tue considerazioni sono perfette, e le condivido.
E ora vado a scuola. Con la volontà e il servizio di sempre.

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