Storie di scuola

Un maestro

Gianni Marconato Comments

moreno

Copio e incollo dagli auguri di Santina Pariello a Cesare Moreno. Una Storia di scuola sui generis ma che val la pena essere raccontata.

Ti cito  <<Il diario di una maestro dovrebbe essere il diario di un uomo. Di un uomo che inciampa sistematicamente nei caporali di Totò; di un uomo che cerca di sfuggire ai professori, di un uomo che cerca di sfilarsi dalle divise; che cerca la musica in mezzo al frastuono, che cerca il bello nelle discariche, che cerca il vero sulle bancarelle dei falsi griffati, che cerca il bene dove dilaga il male. Uno che sta sempre fuori posto. Uno che vorrebbe poter parlare ai giovani e dirgli che la vita vale la pena di essere vissuta. Questo diario dovrebbe far vedere come la sua vita si trasforma in un libro di testo leggibile, in un manuale d’uso per i giovani. Dovrebbe evitare alla grande di presentarsi come un missionario sociale di alcun tipo, dovrebbe evitare di rappresentarsi come il profeta di una cultura o di una fede, dovrebbe evitare di presentarsi come un grande pensatore. Forse dovrebbe evitare di presentarsi del tutto; oppure presentarsi nudo, presentarsi come attrezzo, come materiale di consumo, come sussidio di piccola entità e deperibile, bene non inventariabile. Forse non dovremmo parlare di scuola ma di educazione, e di seduzione, di come sedurci a vicenda e lasciarci sedurre dalla vita perché solo così possiamo, insieme, educarci, ossia tirarci fuori dallo stato di cose esistenti con le nostre stesse mani. Della scuola non frega a nessuno, perché a nessuno frega di interrogarsi sulla propria esistenza, perché a nessuno frega che ai giovani prima di parlare della storia e della costituzione bisogna parlare dell’essere>>

Intervista di Franco Lanzòl a Cesare Moreno, In IL PARADISO DEGLI ORCHI http://www.paradisodegliorchi.com/Cesare-Moremo.35+M511d33d…

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La disgregazione delle discipline

Gianni Marconato Comments

discipline

Per la serie, la parola agli insegnanti, saccheggio il pensiero di Matilde Sacchi, maestra di scuola primaria, che con una serie di commenti in discussioni su Facebook attivate dal post Light Learning, focalizza la questione della didattica solida vs didattica leggera, riflettendo anche sulle “discipline”, sul loro significato e su quanto sta avvenendo, dal suo punto di osservazione, nella scuola contemporanea.

Il tema che, riga dopo riga, discussione dopo discussione, emerge è quello dell’ allentamento della tensione didattica sulle discipline (tema affrontato anche da Luisa Nardecchia, insegnante di scuola superiore), che con didattiche centrate sullo studente si opererebbe quasi per proteggere il “pargolo”, più attenti a  non stressarlo facendogli fare fatica,  che non a cosa effettivamente impari, contribuendo così (si, contribuendo, perché la scuola è la continuazione di ciò che avviene in famiglia) ad indebolire l’autonomia del bambino.

Per inciso mi domando se questo atteggiamento di compiacenza didattica tradisca la poca autostima professionale in cui potrebbero vivere alcuni insegnanti , poca autostima che li porta ad evitare situazioni di potenziale stress e conflitto preferendo una rassicurante relazione collusiva … un’ipotesi su cui ragionare ….

Non credo che “discipline” e loro mediazione didattica siano in contrapposizione. Ogni mediazione didattica ha lo scopo di favorire la comprensione solida e profonda dei contenuti disciplinari e non la loro banalizzazione. L’alternativa ad un apprendimento meccanico e superficiale non è la semplificazione delle discipline, o il loro apprendimento precario, casuale, quello che resta tra le pieghe di una “didattica” (superficiale? approssimativa? ) se pur “innovativa”.

La parola a Matilde

[…] io credo che in quegli anni (anni ’80) sia iniziata la svalutazione dell’idea di disciplina e impegno, l’idea che lo studio richieda sforzo e determinazione, a favore dell’idea di insegnamento naturale, di apprendimento coinvolgente, divertente e, quindi, facile e piacevole. In pratica si assolvono i figli e gli studenti quando non si impegnano dando la colpa alla noia delle spiegazioni, alla fatica di compiti ritenuti inutili, alla staticità dello studio.

Le nazioni dove la disciplina non è vista come una “parolaccia” innominabile o come un metodo coercitivo, ma è una palestra personale di autocontrollo, continuano ad ottenere buoni risultati. Quelle che abbinano metodi avanzati di insegnamento, come la Finlandia, alla richiesta di impegno personale, di ragionamento, di applicazione cooperativa nello studio, poi, ottengono risultati tra i migliori del mondo. In Italia siamo troppo “carini e coccolosi”, sempre preoccupati che i ragazzini si facciano male, si stufino, non si divertano, facciano le cose male (e così gliele facciamo noi) poco attenti a sfidare gli alunni su terreni difficili, poco motivanti davanti all’impegno.

Io, lavorando a scuola, ho notato la stessa cosa negli ultimi trent’anni, dalla fine degli anni ottanta ad oggi: bambini sempre più pigri, distratti, poco interessati e subito annoiati, senza desiderio di riuscire e sostituiti in ogni fatica da genitori presenti, zelanti, preoccupati di far fare bella figura ai bambini, ma di fatto impediscono loro di affrontare qualsiasi piccola fatica. I bambini non leggono le spiegazioni, aspettano che la maestra gliele legga, non spiegano quello che vogliono dire, ma aspettano che l’insegnante capisca e spieghi lei con le parole che loro non si impegnano a cercare (addirittura quando un bambino si spiega male, un compagno finisce il suo pensiero per lui, come se fosse normale sostituirsi ad un’altra persona, ma io insisto “voglio che me lo dica lui/lei”) non tagliano il proprio cibo e non usano le forbici, non sanno distribuire la colla su un foglio e attaccarlo dritto, o impilare i quaderni, non si allacciano i bottoni dei propri vestiti, non girano le maniche della giacca rovesciata, non riconoscono i propri oggetti o indumenti, non maneggiano ago e filo, non sanno piantare un chiodo o versare l’acqua da una bottiglia, non sanno tagliare lo scotch a strappo o maneggiare la scopa e la paletta per raccogliere le briciole da terra. Parlo di bambini dai sei ai dieci anni… ma questa mancanza di autonomia parte da molto piccoli, da casa, dal fatto che la mia nonna mi faceva cucinare e cucire con lei, che potevo piantare un chiodo e maneggiare le forbici, che la mia mamma non mi vestiva e non mi lavava… da lì partono lo smarrimento e la “mollezza” dei giovani che sono cresciuti così, privati della capacità di fare da soli. Mia opinione, non supportata da ricerca scientifica, ovvio.

La questione delle “discipline” si è posta a proposito delle “nuove” didattiche che si affacciano a scuola, nuove didattiche la cui limitata efficacia è, anche a mio avviso, dovuta più che alla fragilità delle metodologie stesse, al modo in cui esse sono agite in classe da insegnanti approssimativamente formati, e auto-formati, a queste “innovazioni” a dir poco selvagge, guidate da un malinteso senso della “fatica” dell’apprendimento, che deve essere tassativamente evitata. Il che non vuol dire che si debba imparare soffrendo (approccio che non mi appartiene) ….

Per applicare nuove metodologie bisogna conoscerle bene e sapere sempre dove si vuole andare a parare e come si arriva all’obiettivo… il fai da te improvvisato è una tentazione pericolosa…
Che poi io non volevo parlare di metodologie didattiche, ma ero focalizzata su quelle educative che stanno alla base dell’apprendimento… il discorso ha preso una piega inaspettata. Io parlavo del disvalore dato alla disciplina e all’impegno, alla fatica e alla responsabilità personali… per i più, sia genitori che insegnanti “moderni”, i bambini dovrebbero venire a scuola solo sull’onda dei sentimenti, con gli occhi pieni di meraviglia, con maestre istrioniche e simpatiche, sempre sorridenti come animatori di un villaggio turistico, ma senza che i ragazzini vivano il vero protagonismo nell’apprendimento, fruire di una sorta di mondo magico dove le cose accadono e loro capiscono, collaborano si divertono, ma dove tutto deve essere facile e non devono mai esserci conflitto o frustrazione. Siccome mi piace, allora imparo, siccome mi stanco, allora non lo faccio… invece sappiamo tutti che la soddisfazione per aver trovato da soli il modo, per aver ricordato un concetto al momento giusto, per aver applicato con successo la teoria appresa non sono conquiste da parco giochi. La fatica porta risultati quanto il piacere, non va sottovalutato il potere dell’esercizio, della determinazione e dell’impegno. Anche quello della noia e della ripetitività… secondo me non sono da buttare nemmeno quei momenti più soporiferi…

Un’ autoaccusa per la limitata padronanza dei contenuti da insegnare e da apprendere senza assolversi dall’altrettanta debolezza didattica ….

Un problema è l’improvvisazione. Noi della primaria siamo formati sulla pedagogia dell’alunno e poco sui contenuti, che cerchiamo di mettere insieme sulla psicologia dell’età evolutiva. In pratica abbiamo il metro dei nostri ragazzini, ma un po’ meno siamo padroni delle discipline da insegnare e delle loro implicazioni… Alle superiori di primo e secondo grado, l’assunzione non ha mai richiesto, finora, uno specifico periodo di formazione didattica, psicologica, pedagogica, ma solo la laurea sul contenuto. In pratica se sei laureato in, mettiamo, architettura, puoi insegnare le discipline tecniche ad essa correlate per legge. Oppure se sei uno scienziato, puoi insegnare biologia, astronomia… ma per quanto tu sia bravo nella tua disciplina non sei stato formato per essere un insegnante.
Questo è molto grave. Dal giorno dell’assunzione in poi devi formarti e capirci qualcosa. Sei hai talento (l’insegnante ha qualcosa che non si impara, ce l’ha e basta, solo deve imparare come usare il talento…) e buona volontà, capacità di ascolto e voglia di sperimentare, diventi un ottimo insegnante con sforzi ed esperienza. Se non ci capisci, nessuno ti chiede di fare uno sforzo in più. Dopotutto l’esperto di matematica o di arte sei tu… peccato che insegnare non sia una cosa che si può improvvisare da soli… Non sei tu e la tua conoscenza, ma tu, la tua conoscenza e un sacco di persone di tutti i tipi dall’altra

 

Nella discussione, in cui sono stati messi sotto accusa gli insegnanti “innovativi” soprattutto a causa della debolezza delle didattiche da loro proposte, si era quasi delineata una sorta di superiorità morale dei “tradizionalisti” e a una collega, che domandava se i non innovativi siano migliori, Matilde replica:

I non innovativi hanno almeno l’umiltà di sapere che alcune cose persistono e che la storia dell’istruzione e dei pedagogisti del passato sia sudata parola per parola, fallimento per fallimento, successo dopo successo. Gli innovativi, a volte, presumono di dover buttare tutto, acqua sporca, bucato, sapone e bambino… Certo gli innovativi sfidano l’immobilismo in cui si crogiolano a volte i non innovativi, smontano un po’ di certezze mummificate e sperimentano. Per questo la collaborazione è fondamentale!

Un passaggio finale per avere chiaro il background professionale di Matilde tracciato da lei stessa

Forse non mi son spiegata bene, ma il mio ragionamento, non è affatto sugli studenti che vorremmo avere: io mica vado a scuola per me, ci vado per i miei alunni. Chi trovo, trovo.
Ho lavorato nella scuola per trent’anni circa: sono stata nella periferia in un campo Rom, dove tenere i bambini in classe era il massimo successo possibile (chiudevamo a chiave i due o tre che venivano per non farli scappare…);
Ho lavorato con i figli dei carcerati di San Vittore, disorientati e tristi, violenti e aggressivi;
ho lavorato con bambine e bambini abusati sessualmente, dove le paure e le fobie erano all’ordine del giorno (una bambina spalmava le sue feci sul muro del bagno, tanto per dare un’idea…) e dove la testa correva a momenti orribili e spesso c’erano lacrime (anche mie) e fatica vera a stare al mondo.
Ho lavorato con figli di famosissimi (giuro che sono da rotocalco) imprenditori e gente di spettacolo di Milano, dove la solitudine e l’ingombrante presenza delle cose si sovrappone al desiderio di amore di queste persone (un bambino stava sempre e solo col suo filippino… veniva il filippino pure ai colloqui; una bimba voleva passare la mattina di Natale con la nonna e invece la mamma la portava ai Caraibi… ).


Lungi da me essere come mi descrive lei, perfettina, utopica e poco realista, con la testa piena di maestrine dolci e caramellose e di bimbi deliziosi…


Io sono molto concreta nel mio insegnamento e molto rivolta sull’alunno. Cosa vorrei io c’entra ben poco con il mio lavoro. E di livelli di apprendimento ne ho visti di ogni tipo. Ma in generale, le cose che si fanno sono molto meno apprese, più presto dimenticate e poco utilizzate dai bambini.
Ma devo chiedermi cosa è cambiato, dove stanno i problemi oggi e cosa posso fare per migliorare il mio insegnamento, cosa sono disposta a modificare e che senso hanno le modifiche. La tradizione scolastica non è affatto da buttare totalmente nel cesso e ricreare la scuola da pseudonovità, sarebbe un errore ancora più presuntuoso che desiderare alunni fatti ad arte col compasso… se non ci pensassi, a queste cose, sarei una fallita che fa la maestra solo perché “mi piacciono i bambini” (mi vien la nausea quando sento questa frase…).

 

Io credo che il problema sia complesso, ma che ci stia anche un malinteso senso di “nuove didattiche”. Nella foga di innovare, a fronte di insoddisfazioni per le “vecchie” si sono fondate le nuove pratiche sul nulla e si è innovato in modo selvaggio e inefficace. Tanti si sono orientati verso una didattica “costruttivista” (perché accattivante nei suoi principio) non sapendola fare. Ho visto tanto costruttivismo selvaggio che ha fatto male tanto agli studenti che al costruttivismo stesso. La superficialità didattica non paga. Ma le questioni sono anche tante altre,  non ultimi i cambiamenti nei costumi, nei valori , su cui la scuola si è appiattita e si sta appiattendo e che, in alcuni casi di consumismo pedagogico, alimenta.

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Il tempo che non c’è

Gianni Marconato Comments

tempo

Un commento su Facebook (alla faccia di chi parla di FB come palestra di mediocrità – che sicuramente è anche questo) mi ha fatto venire la voglia di riprendere, con molte variazioni, un vecchio progetto che con numerosi valorosi amici e colleghi avevamo lanciato all’interno del social network “La scuola che funziona” (ora chiuso ma con documentazione in progress qui), il progetto “Storie di didattica. La scuola che si racconta“.

Lo riprendo, con le forze e con il tempo che avrò, qui nel mio blog pubblicando nella categoria “Storie di scuola” testimonianze e riflessioni di insegnanti sulla loro vita reale a scuola: questioni didattiche, organizzative, di gestione del gruppo classe, approcci e dispositivi didattici messi alla prova, gioie e dolori, conflitti e collaborazioni …. Essendo, qui, “casa mia” scelgo e pubblico a mia completa discrezione, ovviamente con il consenso dell’autore/autrice.

Comincio oggi (in realtà ho iniziato a mia insaputa ieri con questo post) con una testimonianza di Luisa Nardecchia (ancora lei?, ebbene si, mi ispira di questi giorni). Luisa replica a Bruno Santoro (che riprenderò presto perché anche lui fa parte delle belle teste pensanti che apprezzo) che descrive il suo costrutto di “piattaforma didattica” e mette in evidenza come, spesso, il vero collo di bottiglia per far fare qualcosa di buono a scuola sia il tempo per farlo. Non soldi, non normative, non resistenze … tutte cose che incidono ma che, tutto sommato, sono gestibili, il tempo no, il tempo non si crea, non è elastico …

 

Bisognerebbe investirci sopra. Invece si investe sui programmatori che fanno app (che restano vuote), si investe sulla vendita di macchine, sull’attivazione di reti, illudendosi che non costi immensa fatica “riprogrammare” la didattica in aula. Mi sfugge il concetto di “motivazione” degli insegnanti. Su che cosa si basa? Senso del dovere? Voluntas? Spirito di servizio? La considerazione dell’insegnante è ancora da Libro Cuore. Tutto progredisce verso il professionismo più avanzato. Ma la figura degli insegnanti resta ancorata all’Ottocento: devi farlo perché adeguarti è il tuo lavoro. Adeguarti a che? A veder accadere tutto questo sotto il proprio naso, impotenti? La scuola la fanno gli insegnanti, non basta un corsetto su skretch a farti prendere le stanghe e tirare il carro in una direzione nuova, che ti richiede tantissimo tempo, energia e impegno. Una App è una scatola che deve riempire l’insegnante, ma il tempo che ci viene consentito per farlo è zero. Quindi vengono fuori pagliacciate delle quali i ragazzi (almeno quelli grandi) sghignazzano. Qui non parliamo di mettere insieme giochini, parliamo di una lezione su Vico, Galilei, l’ermetismo, Montale, il romanzo sperimentale. Tutti i libri di testo ora sono dotati di predisposizioni per le LIM. Ma quanto tempo ci vuole per organizzare una buona (BUONA) lezione su una LIM? Chi la fa funzionare questa macchina? E non pensare che parlo di aumenti stipendiali, parlo di una cosa ben più preziosa: il tempo. Il tempo è lavoro. Per fare le cose seriamente ci vuole tempo. Chi riprogramma il tempo della preparazione delle lezioni? Nessuno. Ce la lasciano un po’ di vita privata? Un po’ di tempo per la casa, la famiglia, la salute, i problemi del vivere? Il nostro pomeriggio ha un suo perché? L’opinione pubblica continua a guardare con ammirazione solo chi fa della scuola la propria vita, rinunciando alla sua. Eh, no. Non va. L’innovazione è un lavoro da professionisti. La maestrina con la penna rossa di De Amicis da un lato, la prof tecnologica dall’altro: ma la cornice è rimasta esattamente la stessa.
Perdonami, le mie considerazioni sono solo emotive, non c’è nulla di pedagogico e didattico, ma volutamente vado su questo piano, perché è quello che vive “la base”. Le tue considerazioni sono perfette, e le condivido.
E ora vado a scuola. Con la volontà e il servizio di sempre.

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L’insostenibile leggerezza dell’apprendimento “tech-based”

Gianni Marconato Comments

Luisa

Una serie di commenti fatti in Facebook da Luisa Nardecchia, un’amica insegnante, al mio post sul Light Learning offrono un contributo alla comprensione del significato e della portata di un’esperienza di apprendimento vissuta da una persona adulta, acculturata, di solide basi personali, scientifiche e metodologiche.

Riporto quasi per intero le riflessioni di Luisa con qualche mia messa in evidenza dei passaggi che mi hanno colpito maggiormente.

Non è un  “saggio scientifico” sul senso dell’apprendere con il supporto delle tecnologie ma la narrazione di una storia con tutta la freschezza del racconto, con tutta la soggettività di un’esperienza.

Le questioni?

  1. L’ambivalenza delle tecnologie nei processi di apprendimento: facilitano le operazioni ma rimane poco di significativo; le tecnologie hanno dannato ma anche salvato. Un’ambivalenza irrisolvibile perché fisiologica
  2. L’importanza di conoscenze solide a cui ancorarsi nei momenti di smarrimento;
  3. Il ruolo di processi di pensiero avanzati , di strutture cognitive altrettanto solide per poter gestire situazioni critiche alle quali non puoi far fronte con procedure, semplici o complesse che siano.

Lascio la parola a Luisa

 

Non ho avuto i miei libri per sette anni. Li sto recuperando pian piano. Per sette anni ho comprato pochissimi libri, perché non sapevo dove metterli. Ho comprato il Kindle, comprato gli e-book, navigato tantissimo spizzicando qua e là, studiando riviste on-line anche pregiatissime, tipo Griselda. Ho letto tanto, tanto, in modo onnivoro e compulsivo, sul web. Ora che sono tornata a casa, ho la sensazione che non sia rimasto granché di strutturato in tutto quello che ho letto in sette anni. Forse sono io, forse è il mio status terremotato, non lo so. Di fatto, ho voglia di condividere con voi la mia desolazione.per questi sette anni di studio matto e disperatissimo di cui mi resta ben poco. Tocca qua, tocca là, apri, chiudi, seleziona, cestina, non ti ricordi dove hai letto cosa, nulla è archiviabile, tutto è surfing. Tutto è consumato come un rapporto vorace tra sconosciuti. Tutto si brucia all’istante. Impari percorsi, ma non conosci mai luoghi. Sai guardare dalle finestre, ma non vedi mai che cosa davvero succede dentro le case. Guardi, comprendi, ma non conosci. Mi sento una che per sette anni non ha studiato. Una che per sette anni è stata in preda a una leggerezza davvero insostenibile.
(Forse non c’entra niente col post di Gianni, ma mi andava di condividere questo stato d’animo. Grazie a Gianni per avermelo consentito sulla sua bacheca, dove mi sento a mio agio e tra amici).

 

 

Non è semplice, ancora devo capire bene. Per ora la mia libreria è vuota. Sto aspettando che attivino l’ascensore per iniziare a portare i miei libri. Si sono mescolati, ne porterò un po’ per volta. Ma già li sento…. Li sento dentro di me, capisci? All’inizio scrivevo sempre “omnia mea mecum”, ma poter consultare un libro mi è mancato, e lo scopro veramente solo adesso. Questa sensazione ha non dico azzerato, ma svilito completamente il mio lavoro di sette anni. Mi sono resettata e sono tornata al punto in cui avevo lasciato. Come se l’utilizzo dello studio on-line (inclusi i corsi) fosse solo emergenziale. Sono sempre stata una grande sostenitrice della tecnologia, mi piace, mi affascinano le novità. Ma mi accorgo ora che sono strumenti che non possono essere usati senza aver prima strutturato un sapere scientifico. Cioè organizzato conoscenze che aiutino a capire quello che accade, oltre che a risolvere problemi. Spesso la vita non è solo un insieme di problemi da risolvere. Sono riuscita ad evitare di impazzire solo grazie alla mia “cultura”, cioè a quegli strumenti messi insieme negli anni per far fronte alla vita. Chi questi strumenti non li ha avuti è finito nella depressione, nell’alcol, negli psicofarmaci. La leggerezza del web mi ha aiutato tantissimo. I social mi hanno aiutato tantissimo (all’inizio). Ma credo sia potuto succedere solo grazie alla “pesantezza” delle mie conoscenze esistenziali, letterarie, filosofiche, che mi hanno fatto da bussola. Chi questi strumenti non li ha, non credo riesca a far fronte a un disastro, a meno che non sia un primitivo istintivo che mira solo alla sopravvivenza. Uno che non si interroghi sulle cose,
Beh è un po’ confuso perchè sono confusa io. Ci vuole ancora tempo. Le emozioni devo decantare. Grazie, il bisogno di ora è quello di sfogarmi, di capire dove sono andati questi sette anni… Grazie Gianni…. Nessuno mi ha mai chiesto queste cose, in sette anni…

 

A noi di una certa età nessuno ha insegnato mai niente: come si fa un articolo di giornale? E un saggio breve? una tesi? Un curriculum vitae? Come si naviga il web? Come si riconosce una fonte buona da una non buona? Come capisci che una notizia è una bufala? Eppure noi sappiamo farlo. E molto meglio di come lo sanno fare adesso, a quanto vedo nei giovani. E (paulo maiora canamus) dove trova uno gli strumenti per comprendere l’ingiustizia, la violenza, le ruberie, le mascalzonate che succedono dopo un terremoto (per esempio)? Non credo che continuare a studiare NOI per loro, continuare a masticare, omogeneizzare e digerire cibo al posto loro possa consentire una buona crescita. Non fanno che “smanettare”. Tutti li mettono su un piedistallo, inneggiando a quanto sono “bravi” e intuitivi. NO. stanno solo smanettando. Nella migliore delle ipotesi, cercano su google. E poi tra i 347100 risultati non sanno che pesci pigliare, chiudendo gli occhi e cliccando su “mi sento fortunato”. Mah!

 

Dici, Gianni? A me sembra un po’ un delirio ahaha 🙂 Sai che cosa mi salva? Questo, l’ironia. Che è una cosa che si conquista con lo studio, Mann diceva “la tragedia è umana, l’ironia è DIVINA”. Puoi perdere tutto, ritrovarti in mezzo a una strada con due stracci, ma se hai uno studio serio, alle spalle, puoi farcela. E’ un po’ il carrello che spingono padre e figlio ne “la strada” di Cormac Maccarty. Quanto mi ha salvato, quel libro. Ciao Gianni, ne riparliamo 😉
GRAZIE

 

Sarei ipocrita se dicessi che la tecnologia non mi ha salvato. Mi ha salvato eccome. Dopo il sisma ci siamo ritrovati su Facebook, non sapevami chi era vivo e chi era morto. E l’anno dopo ho aperto un blog. Saper comunicare col resto del mondo attraverso quel blog, mi ha salvato. Raccontare, mi ha salvato. Se non avessi saputo farlo, se non avessi padroneggiato il mezzo, avrei sofferto infinitamente di più.
Ho imparato da sola, non ho mai fatto corsi, lo considero un lavoro pedissequo, se non banale. Ho imparato l’html da sola, in modo rudimentale ma funzionale. E quando ai corsi mi dicono “usa questo e usa quello” io resto basita: e ogni volta chiedo…… “sì, ma per metterci dentro COSA”? La risposta è sempre “un’unità didattica”. Ah. Perché? Perché se no è noiosa? Se no non stanno seduti? Non sono abbastanza divertente? Sono troppo speculativa? Troppo teorica? Invece se presento la pietanza su un bel piatto da portata la mangiano più volentieri? Perché devono “fare”, devono essere “operativi”? E perché? Sai una cosa? una volta quando leggevo un libro e compariva un’ombra, i ragazzi non mi chiedevano mai: “Prof, che significa quell’ombra?” Ma come che significa? Una volta non lo si doveva spiegare. Adesso devo spiegare pure metafore banali, perché non le capiscono, Quindi sapranno bene come trovare un Pokemon, come orientarsi con una bussola. Ma non sapranno dove andare.

 

Riporto anche un commento di Fulvia

Che dire? Sono profondamente colpita dell’intelligenza e dalla verità delle tue riflessioni, che testimoniano di te e del tuo percorso e non degli slogan banali e ripetitivi cui ci stanno abituando. Senza commentare l’esperienza che hai vissuto, della quale ritengo di non potermi permettere di dire nulla, non avendola vissuta, sottolineo solo due aspetti: il primo è che questa tragedia ti ha fatta crescere e sviluppare, e non ti ha distrutta. Il secondo è che hai ragione. La nostra generazione (io sono del 69) ha molte più competenze e molte più risorse a cui attingere di quanto non abbia questa generazione “digitale”, e mi chiedo anch’io come ciò sia possibile. Cerco anche di darmi delle risposte e sto ancora indagando i motivi profondi di questa che a me pare un’ovvietà. Passando al tuo “disagio” (io lo percepisco come tale, ma può essere benissimo che sbagli) riferito al multitasking, per me non è così. Ma forse soltanto perché per me non è il risultato di una vita sospesa dall’emergenza e dalla tragedia. Mi piacerebbe affrontare il discorso, anche privatamente, perché i quesiti che hai posto e le tue riflessioni stimolano e integrano le mie. Grazie per il tuo contributo e per la tua (virtuale) amicizia.

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