PISA, la scuola che pende (e prima o poi andrà giù)

5 Dic di Gianni Marconato

PISA, la scuola che pende (e prima o poi andrà giù)

Avete presenti i dati dello studio PISA? La scuola italiana che continua lo slittamento verso le zone basse della classifica mondiale, la sua collocazione appena sopra di Grecia, Bulgaria e Romania.

Chi meglio di Jonassen potrebbe darci alcuni suggerimenti su come migliorare il nostro sistema scolastico, uscito alquanto malconcio dallo studio PISA?

Jonassen, che in questi giorni è a Bolzano per una serie di seminari per la formazione professionale è uno dei più accreditati scienziati internazionali che si occupano di scuola e formazione. 20 libri pubblicati negli ultimi 12 anni, decine di saggi pubblicati nelle più prestigiose riviste scientifiche internazionali, Jonassen si occupa di come sia possibile migliorare il “prodotto” della nostra scuola studiando come le persone apprendono e come si possa insegnare nel modo più efficace. Conosciuti ed applicati in tutto il mondo i suoi studi su come sia possibile migliorare l’apprendimento usando le tecnologie. Questa è l’area della consulenza che Jonassen sta dando alla Provincia di Bolzano.

Gli ho chiesto come, dal suo punto di osservazione a respiro internazionale, sia possibile agire per arrestare il declino sancito dallo studio PISA.

Due i punti su cui Jonassen ritiene sia indispensabile intervenire: gli assunti pedagogici e didattici su cui si basa la scuola e le competenze degli insegnanti.

La scuola dovrebbe preparare alla vita: mi piace crederlo, afferma Jonassen, perché la sua funzione non è mai cambiata, ma, purtroppo, non lo fa. La scuola dovrebbe supportare l’apprendimento ma non lo fa; la scuola prepara a … finire la scuola. La scuola prepara a memorizzare ed a ripetere informazioni, ma nella vita noi tutti dobbiamo risolvere problemi ma a questo la scuola non prepara.

La scuola insegna a conoscere le diverse discipline, non ad usare le discipline. Insegna matematica ma dovrebbe insegnare a pensare e ad agire come un matematico. Il risultato è che finita, con successo, la scuola si sa tutto in molte discipline ma non si sa cosa farsene di quelle discipline; sappiamo risolvere equazioni ma non sappiamo cosa siano ne a cosa servano se non a risolvere equazioni più complesse. La scuola dovrebbe insegnare a fare esperienza con la soluzione di problemi, non a studiare i contenuti messi gerarchicamente in fila nei libri di testo e nei programmi scolastici.La scuola dovrebbe, quindi, abbandonare il curricolo ed orientarsi alla soluzione di problemi.

Nelle nostre università in Missouri, continua Jonassen, i nostri studenti ottengono valutazioni di prestazione sempre superiori alla media nazionale; le nostre università da anni hanno abbandonato il curricolo e fanno didattica orientata alla soluzione di problemi.

Per questa scuola l’insegnante deve agire come un risolutore di problemi: questa è la sua primaria missione. Tutti i giorni, in classe, l’insegnante si trova a dover far fronte a numerosi e sempre diversi problemi di apprendimento, deve diagnosticare problemi e risolverli. Sono problemi di diagnosi, di progettazione, di pianificazione, di azione strategica. La classe è dinamica, i problemi cambiano di continuo e vanno affrontati in modo dinamico. Parecchi insegnanti, lo abbiamo rilevato attraverso numerosi studi, afferma Jonassen, hanno solo vaghe idee di cosa significhi apprendere e, di conseguenza, insegnano in modo altrettanto approssimativo. Le carenze della scuola sono spesso mascherate perché è difficile valutare cosa una persona abbia appreso. I nostri studenti lasciano la scuola senza che la scuola sia in grado di dire cosa abbia prodotto.

La conclusione di Jonassen? Solo se si comprendesse meglio l’apprendimento, la scuola sarebbe in grado agire meglio il proprio ruolo.

E, con un velo di pessimismo, considerato il suo orientamento progressista, afferma che la via più veloce per migliorare la scuola sarebbe quella di eliminare l’obbligo scolastico, gli studenti scapperebbero da una scuola che non serve e la scuola si dovrebbe rinnovare per mantenere i propri “clienti”

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4 Commenti

  1. D’accordisssssssssssimo, su tutta la linea e, non è presunzione,…niente di nuovo per quanto mi riguarda. D’altronde, Gianni, già in alcuni miei commenti su questo blog ho sottolineato come la scuola copra da sempre con montagne di informazioni inerti i discenti,i quali quando la lasciano vanno via come quando sono entrati. Voglio dire che la scuola “sforna” individui che non hanno modificato quasi per nulla il proprio modo di pensare rispetto a quando vi sono entrati, senza incidere quasi per nulla sulla loro formazione.
    Vuoi sapere una cosa? Qualche anno fa fui chiamata da alcuni ispettori a collaborare nella progettazione di un curricolo verticalizzato infanzia-scuola superiore ed io misi subito sul piatto la necessità di sollecitare gli insegnanti a focalizzare la loro attenzione sui modi di apprendere, su cosa sia veramente la comprensione e su come questa si instaura. Mi fu risposto che in tal modo avremmo “spaventato” gli insegnanti con il risultato di non farli aderire al progetto.

    Così stanno le cose nella scuola e nei suoi vertici per cui la vedo molto dura, caro Gianni!

    Per quanto riguarda l’educare al problem solving e al problem posing, ne abbiamo già discusso su Ning e da sembre sono convinta della loro importanza cruciale nella formazione degli allievi.

  2. Ciao Gianni,
    non posso che essere d’accordo, ma non da ora…, sulle riflessioni di Jonassen.
    Sicuramente la scuola dovrebbe insegnare a risolvere problemi, è verissimo, è la sua grave lacuna, i nostri studenti non sanno utilizzare nella vita le abilità specifiche acquisite nelle varie discipline.
    Il problema sta non tanto nella trattazione dei contenuti, quanto nel come quei contenuti vengono proposti.
    L’importanza quindi delle metodologie, degli approcci didattici. L’importanza certamente del “comprendere meglio l’apprendimento”.
    Se si fa solo “studiare” un contenuto (tra l’altro, pochi alunni studiano!), non si sviluppano competenze. Credo sia importante far “scoprire” delle proprietà, delle procedure, stimolare gli studenti al ragionamento, al porsi domande, porsi problemi appunto, a scoprire dei perché
    Quanto ai risultati dello studio PISA, io mi do anche altre spiegazioni. Da tempo la scuola, a partire dalla primaria, è diventata un “di tutto di più”: progetti, progetti, progetti; sulle più svariate tematiche. E poi, come no, il curricolo! L’alunno-contenitore, che non ha il tempo di metabolizzare ciò che gli si propina!
    Ma come può sviluppare abilità e competenze? Senza contare che al “progetto” lavorano attivamente di solito gli alunni più bravini, quelli con maggiori capacità. Gli altri, la maggior parte, seguono passivamente, copiano, stanno in retrovia, spesso si distraggono, disturbano …non possono fare altrimenti: non hanno gli strumenti per non farlo!
    E il tempo-scuola resta sempre quello. Non c’è il tempo per far Apprendere.

  3. Quoto: “Parecchi insegnanti, lo abbiamo rilevato attraverso numerosi studi, afferma Jonassen, hanno solo vaghe idee di cosa significhi apprendere e, di conseguenza, insegnano in modo altrettanto approssimativo.” Solo una correzione: al posto di “parecchi” metterei “quasi tutti” (me compreso, naturalmente). Carina anche la proposta finale. Ne approfitto: buona vita e buon natale, Gianni.

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