Dalla scuola militare e di controllo alla pari dignità

17 Apr di Gianni Marconato

Dalla scuola militare e di controllo alla pari dignità

gentile

Secondo tempo delle riflessioni scaturite dall’ascolto di Bertagna.

Se ho trovato culturalmente piacevole la ricostruzione storica fatta da Bertagna ed ho condiviso la sua conclusione  sulla sostanziale somiglianza della scuola d’oggi con quella di 150 anni fa , ho trovato poco convincente nelle  impostazioni e nelle  implicazioni operative la sua posizione sulla questione della “pari dignità”  tra i diversi ordini di scuola, una delle idee forti della riforma Moratti scaturita dai lavori della Commissione da lui presieduta.

Chiaro e condivisibile il concetto: dare a tutte le persone uguali opportunità di apprendimento e sviluppo indipendentemente dal tipo di scuola che sceglie (quanti “scelgono” la scuola?) di frequentare. Ma come renderlo operativo? La sua idea di “compus” scolastico dove vivono assieme liceali e studenti della FP, usano le stesse infrastrutture, con l’aiuto di tutor scelgono attività didattiche basate su “attività di problem-solving”, su “compiti autentici”,  di  “gruppi di interesse” …. Bello ma …. La controprova della sua sensatezza  l’abbiamo sotto gli occhi con il sostanziale abbandono delle velleità di quell’approccio anche dal governo che l’aveva sostenuta e ritornato recentemente in carica.

Ho molto riflettuto su quella che chiamato “velleità” di un approccio. Non è che di mio non covi più di qualche sogno e non sono uno che ritiene non si debba osare, ma …..

Allora mi sono dato questa risposta: si può cambiare la scuola solo cambiando l’insegnamento.

Si, piuttosto che imbarcarsi in faraonici progetti – di eccellente architettura istituzionale – ma irrealizzabili per i costi ed i tempi lunghissimi che comporterebbero, perché, anche all’interno degli ordinamenti esistenti (ed a parità di investimenti)  non cambiamo il modo di fare scuola?

Non è facile perché non puoi cambiare le teste degli insegnanti per decreto, non le puoi cambiare in modo prescrittivo. Il “cambiamento concettuale” ha i suoi modi ed i suoi tempi. Ma si può lavorare per favorirlo.

Con diversi modi di insegnare puoi anche dare “pari dignità” a tutti i tipi di scuola intendendo per “pari dignità” la possibilità per tutti di “elevarsi come persone”, di “essere più liberi” e non far si che alcuni (i più) si debbano accontentare di “studiare per portare a casa la pagnotta” (vedi sopra).

Con diversi modi di insegnare tutti, anche coloro cui vengono attribuite “limitate abilità cognitive e meta cognitive”, o  “poca voglia di studiare” o di “non amare la teoria” potranno crescere come persone, essere capaci di pensiero riflessivo, di pensiero critico, capire ed apprezzare una poesia o un quadro…..

Ho però la sensazione che anche questo approccio minimalista abbia vita dura. Me lo fa pensare le scelte che i nostri politici fanno per (o contro?) la scuola. Quale disegno di innovazione e di cambiamento ci sta dietro, ad esempio, l’investimento massiccio che si sta facendo sulle LIM? O sulla caratterizzazione di Innovascuola nella direzione dei “contenuti digitali”?  O nell’enfasi che si sta ponendo sugli e-book? Si distraggono risorse dai veri percorsi di innovazione; si distraggono le menti degli insegnanti dai veri modi di fare innovazione; si fa confusione e contrabbando di innovazione. Si fa solo conservazione

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2 Commenti

  1. Ho letto con piacere i tuoi due ultimi post anche perché mi confermano che Bertagna sta riscoprendo Riccardo Massa e il suo pensiero legato ai dispositivi pedagogici.
    Non è un caso che qualcuna sia arrivata sul mio blog chiedendo lumi sull’argomento, sempre dopo un intervento del succitato prof.
    Mi piacerebbe capire se però Massa – pedagogista scomodo a tal punto da avere provocatoriamente denunciato la morte di un discorso pedagogico condannata a rimuovere l’oggetto oscuro dell’educazione per sacrificarlo sull’altare del “riconoscimento scientifico” e del primato dell’istruzione – ogni tanto venga da lui citato.
    E’ vero che Bertagna è famoso per l’opportunismo con cui riesce a salire sul carro del vincitore ma, sfortunatamente, questa tornata governativa non fa neanche finta di avere bisogno di un pedagogista di Stato. Sarà per questo che si è rimesso a studiare.

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