Cambiare la scuola un insegnante alla volta

27 Feb di Gianni Marconato

Cambiare la scuola un insegnante alla volta

E’ la prima volta che mi capita di scrivere un post dopo un’interazione (e che interazione!) su Facebook.

Leggo da qualche parte una affermazione attribuita a Steve Jobs (in titolo del post) e, con estrema leggerezza (nel senso di reazione istintiva, non riflettuta), la condivido su FB esprimendo la mia adesione al pensiero espresso.

La prima reazione è, fortunatamente,  di non condivisione e questa mi induce a pensare perché la citazione mi aveva attratto e ad esprimere più compiutamente il significato che le ho dato per condividerla. Lìho fatto nel corso dell’interazione in Facebook e con l’aiuto di amiche ed amici (tanti) che hanno partecipato al confronto.

Perché per cambiare la scuola è necessario che a cambiare sia ogni singolo insegnante?

La risposta sta, almeno per il mio punto di vista, in una considerazione fondamentale, tanto banale e ovvia quanto ignorata: ognuno di noi fa, a lunga distanza, solo ciò che crede sia sensato fare. Ognuno di noi potrebbe aderire, magari per ragioni contingenti, anche a cose di cui non è particolarmente convinto o che non ha preso in considerazione consapevolmente. Adesioni superficiali, non consapevoli, non riflettute poco alla volta sfumano e/o non hanno con sé la necessaria energia (convincimento) per poter reggere a lungo.

Nel medio-lungo periodo (forse nel breve la questione potrebbe non valere) facciamo solo quelle cose  che sono coerenti con il nostro pensiero relativamente al campo in questione. Ecco perché se le nostre pratiche dovrebbero essere (stabilmente) diverse, ne dovremo essere convinti.

Credo che questo atteggiamento difensivistico sia un’opportuna tecnica per mantenere integra la nostra mente. Anche se non sempre funzionale.

Se, per spiegare le ragioni della mia adesione alla frase di Jobs (lui potrebbe averne attribuito un significato diverso) vogliamo andare oltre queste spiegazioni empiriche, posso dare un paio di riferimento “dotti” che, almeno a me, hanno illuminato non poco il mio pensiero e la mia azione.

La prima riguarda le teorie implicite: la nostra azione è sempre governata dalle teorie che col tempo abbiamo sviluppato a proposito di un fenomeno, di una situazione. Se crediamo che il sole giri attorno alla terra ci diamo una spiegazione del succedersi del giorno e della notte e di altri fenomeni astronomici; se crediamo il contrario ce ne  diamo un’altra. Di queste teorie sono, come dice il nome, non abbiamo cognizione diretta e consapevole ma non per questo non fanno sentire  il proprio effetto. Queste teorie, ingenue, native, poco o debolmente strutturate,  si affinano col tempo, con il confronto con la realtà, attraverso la riflessione, attraverso l’interazione sociale. Affinando queste teorie, apprendiamo.

La seconda riguarda la nostra struttura concettuale ed il cambiamento concettuale: tutte queste teorie implicite, più quelle esplicite, più tante altre conoscenze (e le relazioni tra di loro) vanno a costituire il nostro pensiero, ciò in cui crediamo, ciò che sappiamo. Si ha un cambiamento concettuale quando i concetti che una persona possiede e le relazioni che esistono tra di loro cambiano in seguito ad esperienze che la persona ha vissuto. Solo questo cambiamento strutturale e profondo porta ad un cambiamento, altrettanto reale, profondo, solido, delle pratiche di una persona.

Va da sé che se noi crediamo che imparare significhi accumulare tante informazioni e ripeterle, allora insegneremo attraverso trasmissione di informazioni e loro ripetizioni; se, invece, crediamo che apprendere implichi comprensione, transfer, allora insegneremo creando esperienze di apprendimento autentico e useremo alcune delle tecniche che lo rendono possibile.

Ritornando alla questione iniziale: perché la scuola cambia solo se a cambiare il singolo insegnante? Perché se un insegnante non fa un lavoro su sé stesso che lo porti a cambiare le proprie idee su cosa sia l’apprendimento, su come le persone apprendono, su come l’insegnante può aiutare ad apprendere. ….. allora nessun intervento esterno porterà a cambiamenti e nessun cambiamento sarà stabile.

Ecco perché, ad esempio, tanti corsi di formazioni che dovrebbero essere orientati al cambiamento non cambiano un bel nulla. Ci hanno solo “informati”; le cose che abbiamo sentito le abbiamo stivate nella nostra memoria  a breve termine. Magari, appena tornati in classe, facciamo qualcosa di nuovo, di diverso, ma alla prima difficoltà, al primo problema, alla prima urgenza, torniamo ai nostri soliti modi di fare.

Ecco perché pur essendo tutti (o quasi) affascinati dalla didattica costruttivistica, continuiamo, nella sostanza, a fare didattica trasmissiva e cambiamo solo nome alla nostra solita didattica;  o crediamo di averla autenticamente cambiata ma continuiamo a fare come sempre: didattica trasmissiva. Continuiamo a farlo perché le nostre idee/teorie sull’apprendimento sono sempre quelle che abbiamo costruito per imitazione quando siamo stati studenti e che una volta diventati insegnanti le abbiamo usate senza chiederci il perché.

Questo è, a mio avviso, il perché degli insuccessi di tanta pseudo-innovazione a scuola: programmi mal concepiti ed ancor peggio implementati. Progetti a volti nati male, se pur in buona fede, ma più spesso progetti che già nascono nella mistificazione e nella demagogia. Progetti che non vanno ad incidere sulle vere radici e leve del cambiamento.

Quindi, cambiare la scuola un insegnante alla volta

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PS 1. Il cambiamento che auspico, pur esendo un cambiamento individuale acquista senso e si consolida solo quando il lavoro personale si sviluppa in un contesto sociale, nell’interazione con altre persone perchè la nostra pratica professionale si struttura, si legittima, acquisisce i suoi contenuti, sviluppa i suoi strumenti, diventa efficace solo se costruita e condivisa con altri.

PS 2: Secondo Jonassen la conoscenza concettuale rappresenta un elevato livello di integrazione di conoscenza dichiarativa; è l’immagazzinamento, l’accumulo integrato di dimensioni significative in un dato dominio di conoscenza. E’ molto di più dell’accumulo di conoscenza dichiarativa: è la comprensione della struttura operativa di un concetto in quanto tale e tra concetti associati. Cambiamenti nella conoscenza concettuale sono chiamati “cambiamento concettuale”. Il cambiamento concettuale è il processo di riorganizzazione dei propri personali modelli concettuali.

Immagine da http://www.mariedargent.com/

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2 Commenti

  1. Stavo per commentare, poi mi sono presa tempo per riflettere (ho già attivamente partecipato alla discussione qui e l'approfondimento richiedere meditazione).Ma dopo la frase del premier mi è venuto un pensiero che provo a condividere qui.SB ha parlato di "inculcare" principi ecc ecc.Forse sono obsoleta io, o il termine "inculcare non ha nulla a che vedere con educare?Ci vogliamo riprendere, almeno, una terminologia ed un lessico appropriato?Quando si parla di educazione, di formazione, di insegnamento e degli obbiettivi della scuola (o della famiglia) le parole pesano.Insomma io chiedo: oggi l'insegnante (o il genitore) "inculcano"?

  2. Stavo per commentare, poi mi sono presa tempo per riflettere (ho già attivamente partecipato alla discussione qui e l'approfondimen​to richiedere meditazione).Ma dopo la frase del premier mi è venuto un pensiero che provo a condividere qui.SB ha parlato di "inculcare" principi ecc ecc.Forse sono obsoleta io, o il termine "inculcare non ha nulla a che vedere con educare?Ci vogliamo riprendere, almeno, una terminologia ed un lessico appropriato?Quando si parla di educazione, di formazione, di insegnamento e degli obbiettivi della scuola (o della famiglia) le parole pesano.Insomma io chiedo: oggi l'insegnante (o il genitore) "inculcano"?

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