Il digitale a scuola migliora l’apprendimento?

30 Dic di Gianni Marconato

Il digitale a scuola migliora l’apprendimento?

Cattura calvani

Credo valga la pena di ragionare sulla affermazione fatta da Antonio Calvani (1) secondo il quale:

Solo demagogia. Il digitale a scuola non migliora l’apprendimento

Attenti a non avere un approccio approssimativo e tendenzioso alle affermazioni di Calvani  sulla questione.

L’approssimazione, la tendenziosità, la superficialità, la demagogia sono posture molto comuni quando si parla di tecnologie didattiche, sia che se ne parli a favore, sia che se ne  parli contro.

Calvani, opportunamente, afferma che il digitale  a scuola può avere, ed ha, un indubbio valore aggiunto quando si tratta di fare formazione alle competenze digitali, di attivare una didattica speciale ed inclusiva, quando si vuole modernizzare la scuola, dotandola della strumentazione presente nella società, e così via, MA mette in guardia dall’attribuire alle tecnologie il potere di migliorare l’apprendimento delle persone.  Con le tecnologie non si impara di più e meglio. L’uso delle tecnologie digitali non si accompagna quasi mai ad un avanzamento qualitativo dei processi di pensiero (cit).

La sua affermazione è, a suo dire, supportata dai risultati del filone di ricerche evidence-based (2), ma contiene una evidente forzatura del senso e dei risultati di quel lavoro, e non tiene in considerazione le cautele espresse da Hattie;  piega, inoltre, quei risultati al sostegno di una sua tesi, frutto – a mio avviso – più dell’umore del momento che della considerazione di tutto il corpus di ricerca sulla questione, anche quella recente, non presa in considerazione dal lavoro di Hattie.

Dalle evidences emergerebbe che sono le metodologie e non le tecnologie a fare la differenza. Che siano le metodologie e non gli strumenti a fare la differenza l’ho sempre sostenuto anch’io, da secoli e, forse, prima di tanti altri. Anche questo blog lo prova. Non era necessario riferirsi a quella meta analisi.

La questione è se e come le tecnologie digitali possono intervenire utilmente all’interno di specifici approcci didattici, per sostenere i processi di apprendimento; ovvero  se il combinato, metodo-strumento, favorisce lo sviluppo di forme di apprendimento che diversamente non sarebbe possibile conseguire o sarebbe possibile ottenere in forma limitata.

Il mio convincimento è che, a determinate condizioni, le tecnologie migliorano l’apprendimento e lo fanno mettendo a disposizione funzionalità tecniche che lo favoriscono, facilitano l’attivazione e sostengono processi di pensiero che potenziano ed espandono l’apprendimento.

Fondo questa affermazione sulla ricerca sull’apprendimento, anche con le tecnologie, di questi ultimi 20 anni. Qualche riscontro l’ho anche ottenuto dalla mia esperienza empirica.

Una gran parte della ricerca contemporanea sull’apprendimento e sulla cognizione trova applicazione didattica attraverso ambienti che hanno nella tecnologia digitale un partner insostituibile.

Questa abbondante letteratura mette a nostra disposizione ambienti e strategie di apprendimento con le tecnologie che favoriscono lo sviluppo di apprendimento solido, profondo, significativo.

Le tecnologie digitali sono, in  questo contesto, degli strumenti abilitanti, dei partner del nostro pensiero e dei nostri processi di apprendimento.

Secondo me, è una questione oziosa domandarsi se senza le tecnologie si possono ottenere gli stessi risultati o se le tecnologie portano a risultati migliori.

La tematica dell’uso didattico delle tecnologie è complessa assai e vale la pena cercare di dipanare la matassa, con qualche affermazione lapidaria (su questioni abbondantemente trattate da anni in questo blog) e con qualche ragionamento più articolato:

  1. Sull’uso didattico delle tecnologie si è fatta tanta, ma tanta, demagogia. Da parte di politici che hanno preteso di fare facile innovazione con poche lirette e da parte di venditori di tecnologia, novelli venditori di lozione per la ricrescita dei capelli, che hanno promesso risultati miracolistici con il semplice uso delle tecnologie;
  2. Un certo mito sul valore delle tecnologie per l’apprendimento si è costruito anche con la complicità di tanti insegnanti più inclini alla magia salvifica che ad un atteggiamento riflessivo e critico;
  3. Il valore delle tecnologie è stato sovrastimato, grazie anche ad idee deboli e confuse su cosa significhi “apprendere” e su come le tecnologie possano intervenire nei processi di apprendimento;
  4. Si è confuso l’utilizzo delle tecnologie con l’innovazione della didattica; le due dimensioni non hanno alcuna correlazione. Usare le tecnologie anche  a scuola è un “banale” processo di adattamento all’evoluzione degli strumenti che la tecnica ci mette oggi a disposizione;
  5. E’ certo che tanti usi delle tecnologie a scuola non apportano alcun valore aggiunto al miglioramento dell’apprendimento degli studenti. Questi utilizzi potranno, anche, cambiare le pratiche didattiche, ma il loro impatto sul miglioramento dell’apprendimento è, eufemisticamente, alquanto dubbio. La correlazione insegnamento- apprendimento non è meccanica;
  6. L’uso delle tecnologie digitali a scuola è un dovere per la scuola stessa e per gli insegnanti: in tutto il mondo al di fuori dalla scuola si usano le tecnologie; non farlo a scuola significherebbe segnare ancor più la lontananza della scuola dalla società;
  7. L’uso della tecnologia a scuola non è necessariamente correlato con l’innovazione della didattica; può avere senso utilizzare le tecnologie a supporto di una didattica convenzionale, dell’insegnamento diretto, della didattica trasmissiva. Ognuno ha i propri riferimenti epistemologici;
  8. Più che di “innovare” l’istruzione, credo sia più utile parlare di rendere maggiormente efficace l’istruzione;
  9. Innovare l’istruzione significa cambiare i riferimenti concettuali sui quali si basano le pratiche didattiche;
  10. Le caratteristiche peculiari e maggiormente ricche delle tecnologie digitali, rete compresa, si esprimono meglio all’interno di un paradigma di apprendimento di tipo costruttivista;
  11. Anche se, come più di qualcuno afferma, è impossibile come insegnanti non dichiararsi costruttivisti, il costruttivismo non è l’insieme di concettualizzazioni che guidano le pratiche didattiche nella nostra scuola. Solo in alcuni casi si fa del buon costruttivismo; nella maggior parte dei casi in cui si dice di fare didattica costruttivista, si  rende operativo un costruttivismo approssimativo, superficiale, equivoco.

La mia affermazione, di segno opposto a quella di Calvani, sul fatto che le tecnologie possono migliorare l’apprendimento, si basa sulla ricerca di ispirazione costruttivista e cognitivista che si è sviluppata in questi ultimi 20 anni su come le persone apprendono, sui processi cognitivi coinvolti e su come le tecnologie possono sostenere questi processi di pensiero e l’apprendimento.

Per chiarezza, voglio precisare che lo sfondo di questa mia affermazione è rappresentato dai miei convincimenti epistemologici che si rifanno alle categorie tipiche del paradigma costruttivista (3).

Non potendo trattare estesamente il tema (mi ci vorrebbe un intero e corposo saggio), mi limito a citare alcuni riferimenti a lavori che hanno provato il conseguimento di specifici obiettivi di apprendimento in ambienti caratterizzati dall’uso delle tecnologie:

  • Le tecnologie non rendono più facile l’apprendimento perché il loro utilizzo appropriato obbliga gli studenti a pensare in modo più “duro”, ad utilizzare differenti processi di pensiero in modo sistematico, finalizzato. In questa prospettiva le tecnologie possono essere assimilate agli attrezzi di una palestra che “obbligano” chi li usa a specifici   utilizzi, a fare fatica per ottenere risultati apprezzabili. Qui faccio riferimento a tutto il corpus di ricerca, ed alle pratiche associate, noto come “tecnologie come strumenti cognitivi”;
  • Il paradigma dell’apprendimento significativo, con i processi cognitivi in esso coinvolti, con le forme di pensiero che le caratterizza, con le attività che ne derivano, è stato declinato in termini di attività da realizzare con il supporto delle tecnologie ed ha generato un modello generale che va sotto il nome di “apprendimento significativo con le tecnologie”;
  • Su specifici processi cognitivi che sostengono l’apprendimento, cito la teoria della flessibilità cognitiva (la forma di pensiero che sostiene la comprensione di domini di conoscenza complessi ed il problem solving) e la declinazione operativa degli ipertesti per la flessibilità cognitiva;
  • Va ricordato, inoltre, il filone dei Generative Learning Environments e dell’Anchored Instruction, con le famose applicazioni della Jasper Series per l’apprendimento della matematica e di abilità linguistiche;
  • Nell’ambito di domini di conoscenza  caratterizzati dall’uso di variabili matematiche, va citato tutto il lavoro sull’esplorazione di simulazioni basato sulla concettualizzazione del Inquiry-based Learning;
  • Vanno citate anche le attività che sostengono lo sviluppo e la rappresentazione di modelli mentali basate sull’utilizzo di ambienti digitali, ovvero il Modeling with technology.

Giusto per citare alcune delle strategie d’apprendimento che usano le tecnologie per conseguire i risultati attesi. Si tratta di approcci rigorosamente validati e non di azioni estemporanee. La letteratura internazionale  sulla tematica (non mi risultano significativi contributi italiani in questa prospettiva) è ricchissima, tanto sul piano della ricerca , che della concettualizzazione, che della pratica.

Va evidenziato che in tutti questi contesti le tecnologie sono asservite a ben definite strategie didattiche e ciò significa che le tecnologie hanno un ruolo davvero marginale nell’insieme dell’operatività. Queste strategie di apprendimento hanno, però, nelle tecnologie un partner importante, quasi un tutor che sostiene ed indirizza il pensiero.

E’, quindi, priva di fondamento l’affermazione che con le tecnologie l’apprendimento non migliora. Non risponde alla realtà l’affermazione che le tecnologie non accompagnano un avanzamento nei processi di pensiero perché, nei riferimenti prima citati, intervengono intenzionalmente nei processi di pensiero stessi, attivandoli e sostenendoli come non sarebbe possibile fare senza le tecnologie

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(1) All’ebook Fest a Sanremo e ripresa in un articolo di Marina Boscaino su Pubblico Giornale il 22 dicembre 2012

(2) Le risultanze dell’approccio Evidence-based Learning su cui Calvani basa la sua affermazione sono trattate estesamente in Visible Learning di John Hattie, 2009, in cui sono analizzati 15 anni di ricerca e più di 800 meta analisi riferite a 50.000 studi su cosa funziona nell’insegnamento per migliorare l’apprendimento.

Una così vasta analisi, focalizzata come dice l’autore sulla didattica tradizionale, la didattica diretta, trasmissiva omettendo quella “innovativa”, inevitabilmente produce una fotografia della realtà che tende alla media, una fotografia di una realtà che non è reale ma virtuale ed all’interno della quale le singole realtà perdono la propria specificità. I risultati sono meramente statistici (l’autore stesso avverte che non si tratta di una analisi qualitativa)  ed utili solo per qualche conclusione di portata assai generale e generica e poco utile per guidare la pratica, e tanto meno le politiche esducative. Un’analisi così vasta mette tutto nello stesso calderone: la diversità dei contesti socio-economici in cui si sviluppa l’istruzione, la diversità degli ordini di scuola, la diversità dei domini di conoscenza coinvolti e mille altre diversità che danno senso ai risultati educativi. I risultati possono essere tutt’al più indicativi di qualcosa che potrebbe funzionare o non funzionare alla condizione che …..    Un approccio, un metodo, un concetto, uno strumento può funzionare bene in un contesto e male in un altro.

Tra le variabili considerate nella mega meta-analisi c’è anche l’uso delle tecnologie. Di questo aspetto, il lavoro prende in considerazione la computer-assisted instruction ed il web-based learning e contesti in cui il pc viene usato come sostituto e come complemento dell’insegnante. In breve, in una gamma molto limitata di modalità di uso delle tecnologie nella didattica e non certamente quelle oggetto di una letteratura più attuale. Ciò nonostante, le conclusioni cui giunge Hattie, sono che i computer a scuola sono utilizzati efficacemente quando:

  • sono usate differenti strategie di insegnamento;
  • c’è una formazione all’uso delle tecnologie;
  • ci sono molteplici possibilità per apprendere;
  • è lo studente, non l’insegnante, che controlla il proprio apprendimento;
  • l’apprendimento tra pari viene ottimizzato;
  • quando anche il feedback viene ottimizzato.

(3) Per me apprendere non vuol dire ricordare e ripetere, ma capire in modo profondo le cose, stabilire correlazioni tra conoscenze, trasferire conoscenze da un contesto ad un altro, usare le conoscenze per fare qualcosa, argomentare. Per me conoscere significa appropriarsi delle nuove conoscenze integrandole con quelle precedenti. Per me la conoscenza è entità differente dall’informazione. Per me l’apprendimento è un processo personale di appropriazione che si sviluppa in relazione con la realtà circostante. Conseguentemente, insegnare significa allenare i processi di pensiero; impegnare gli studenti in uno sforzo cognitivo attivo, significa aiutare gli studenti a costruire una propria rappresentazione della conoscenza, ad attribuire un significato a ciò che stanno studiando. In una didattica costruttivista vi è una costante presenza didattica, presenza che si esplica in forme differenti dalla progettazione delle esperienze di apprendimento, al sostegno dei percorsi personali di costruzione di significato e conoscenza e di costruzione di rappresentazioni della conoscenza sviluppata.

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23 Commenti

  1. Ciao Gianni,
    seguo il tuo blog e se devo essere sincero, quando ho letto l’articolo di cui parli avevo proprio pensato di inoltrartelo per chiederti un parere, ma per fortuna mi hai anticipato.

    Ho come avuto l’impressione che chi ha condotto l’intervista abbia anche forzato un po’ la mano servendosi di Calvani per dare credito alle proprie idee (un po’ lo dice anche); onestamente l’articolo era un po’ superficiale e privo di qualsiasi riferimento bibliografico a questi studi citati.

    Grazie quindi per la replica più che esauriente… articoli come quello di Pubblico non fanno altro che legittimare le posizioni di chi all’interno della scuola continua a fare una battaglia quasi ideologica contro le tecnologie senza porsi tutte le domande sulle questioni che hai di nuovo messo in evidenza.

    Nessun tifo pro o contro in maniera acritica, ma riflessioni serie e ponderate; questo penso si dovrebbe fare nella scuola oggi.

    Luigi

  2. Grazie Luigi per l’attenzione alle cose che penso e scrivo. La forzatura del Calvani-pensiero è solo nel titolo (cosa ammessa dalla stessa intervistatrice), ma la sua idea che le tecnologie NON migliorino l’apprendimento è “autentica” e per questo l’ho confutata con consistenti (quantitativimente, ma credo anche qualitativamente) argomentazioni

  3. Al di là delle opinioni personali sugli effettivi miglioramenti che l’uso delle tecnologie apporta all’apprendimento, condivido la maggiore importanza attribuita alle metodologie. Certo non si possono negare le potenzialità che in alcuni settori queste portano con sé, penso alla possibilità di collegare un microscopio al pc e proiettare sulla Lim immagini che non tutti gli studenti riuscirebbero a cogliere attraverso osservazione diretta allo strumento. Potrebbe forse sembrare un esempio banale o circoscritto, ma nella pratica quotidiana di insegnamento non lo è; tutto quanto aiuta a creare motivazione ed interesse è il benvenuto. Sono convinto che non sia no le tecnologie a rendere significativo l’apprendimento, ma che questo merito vada attribuito all’uso che ne viene fatto, alle competenze dell’insegnante o delle persone preposte a d offrire formazione. Per quanto riguarda i prodotti delle attività didattiche, quindi i risultati, non dimentichiamo che questi sono valutati su studenti la cui voglia d’impegnarsi, investire del tempo e faticare nel processo di apprendimento non è sempre adeguata. In parole povere se al bambino la minestra non piace, anche se servita in un piatto d’argento non la mangerà; al limite ne verserà il contenuto e si terrà l’argento. Una domanda mi sorge spontanea, sono stati mai eseguiti degli studi specifici sugli ostacoli che i genitori “gutemberghiani” pongono tra il proprio pargolo ed un uso alternativo e didatticamente significativo delle tecnologie? Concludo ricordando che le tecnologie fanno parte del nostro “DNA cognitivo ” o almeno di quello dei cosiddetti nativi digitali, quindi sono imprescindibili e un male (o un bene) necessario. La domanda più sensata da porsi é: come renderle efficaci, significative e produttive?
    Michele

  4. Michele, se gli strumenti servono per uno scopo, quale è lo scopo per il quale si usano le tecnologie a scuola?
    Le prime due risposte che mi vengono in mente sono: per incidere sull’insegnamento e per incidere sull’apprendimento.
    Per me lo scopo dell’istruzione non è l’insegnamento ma l’apprendimento (che non sono le stesse cose, o non sono dimensioni a corrispondenza biunivoca).
    Circa gli ostacoli posti dai genitori: non conosco simili studi, ma non credo che l’eventuale utilizzo didatticamente (o volevi dire “per l’apprendimento”?) non significativo delle tecnologie da parte degli studenti sia dovuto all’influenza dei genitori; semmai, degli insegnanti

  5. Ringrazio per le precisazioni, sempre utili e “gradite”, ma credo che deviare il flusso delle acque sempre nella stessa direzione non sia pedagogicamente costruttivo … anche se spesso in questo modo le piene sono temporaneamente arginate. Grazie dell’attenzione e buon lavoro.
    Michele

  6. Ciao Gianni: proprio in questi giorni ho sospeso per qualche attimo la mia routine di pensieri da politico_insegnate e – anche causa di Giancarlo Cerini che mi ha chiesto di scribacchiare un qualche pensiero sulla ormai stucchevole diatriba dei nativi – per recuperare un po’ di pensiero da insegnate_politico. E sono incappato, ovviamente, sia negli interventi di Paolo Ferri & C. (i nativi esistono e la tecnologia nella didattica è cosa buon e giusta) sia negli interventi dei tecnodidatticoscettici (per approssimazione, ovviamente) compresa l’intervista di Calvani (l’utilizzo delle NT non migliorano di per sé l’apprendimento). E ti ringrazio per questo lucido intervento che ha il merito di fare l’ennesimo – e chiaro – quadro dello stato dell’arte. E che condivido. Grazie ancora e… buon anno 😉

  7. Tranquillo… avevo già letto le tue considerazioni sui nativi… Anche se spesso il pensiero è ingarbugliato in altri lidi, appena su fb vedo una notifica che ti riguarda corro a curiosare (vedi le tue uscite in bici e le tue scelte vinicole) e a leggere… Ciao 😉

  8. Sintetizzerei così :

    Le tecnologie digitali sono degli strumenti abilitanti il cui uso a scuola
    è un “dovere”.
    Prof Pauletto

  9. dunque prima di tutto grazie per la breve disamina della problematica dell’introduzione delle ICT nella pratica scuolastica, penso che centri il problema portando la questione fuori dal contrasto tra scettici ed integrati verso il problema del metodo didattico. La scelta di applicare una didattica costruttivista diviene quindi necessario con l’uso delle ICT al fine di ottenere degli avanzamenti nell’apprendimento. Ma nel quotidiano fare scuola non sempre ciò risulta fattibile, in parte ci sono i soliti problemi tecnici relativi all’efficenza di un laboratorio d’informatica che una volta superati anche con l’aiuto degli stessi studenti, la capacità di incidere con una didattica di questo tipo sembra limitata da un uso non condiviso del device scelto per formare l’apprendimento. Cerco di spiegami nella nostra scuola ci sono piattaforme di e-learning, LIM, laboratori ma l’uso è sporadico e non riconosciuto fai volontariato o al più sperimenti ma in solitudine. Quindi per trovare stimoli ho letto con avidità le tue righe e vedrò di approfondire le ultime cose che non conosco grazie e buon anno

  10. Annina, argomentazioni convincenti per un utilizzo a valore aggiunto (per l’apprendimento) delle tecnologie io le ho trovate solo in applicazioni di ispirazione costruttivista. Non so se sulla base di utilizzi “istruzionisti” si possano identificare simili plus.
    Sulla possibilità di fare didattica costruttivista nelle nostre scuole, la penso come te: la nostra scuola non è organizzata (non dico priva di competenze, ma di forma organizzativa) per consentire una didattica costruttivista. Le “ore” di lezione, la didattica per “materie” non facilitano la didattica costruttivista. In passato, in questo blog, ho parlato di “enclave” di costruttivismo in un territorio istruzionista. Credo che la situazione sia la stessa e di spazi per una didattica differente, ci sono

  11. Gentilissimo Gianni, condivido tuo pensiero, in ogni caso io penso che le NT hanno modificato il nostro modo di pensare, di imparare e di ‘vedere il mondo’ come nessun’altra tecnologia aveva fatto prima… sono d’accordo sul fatto che questo non implichi nessun giudizio, cioè se sia bene o se sia male, ma mentre scrivo ho aperto altre quattro finestre in una delle quali sto cercando un posto per le vacanze 🙂 perciò concordo anche con Nicholas Carr (nel libro ‘Internet ci rende stupidi?’) quando dice che internet, volente o nolenti, ci porta a ‘distrarci’ più facilmente… oppure no? sì lo so che basterebbe lavorare solo su una videata… ma poter fare tante cose insieme è anche una bella ‘tentazione’ … comunque siccome di questo è da un po’ che mi sono accorta cerco di leggere anche sui ‘vecchi’ libri, per non perdere allenamento alla ‘concentrazione’… servirà?
    Il problema poi è soprattutto per i ragazzi, se non incontrano dei bravi ‘maestri’ che li guidano, vedremo più avanti quali saranno gli effetti… Un caro saluto e buon lavoro.

  12. Narcisa, ho la sensazione che una persona abituata a lavorare con le tecnologie digitali maturi pratiche diverse da quelle in uso nel era pre digitale e che anche il concetto di “attenzione” subisca dei cambiamenti. Esperienza personale: il saltare da una finestra ad un’altra mi aiuta a focalizzarmi meglio sul lavoro principale che sto facendo. Ad esempio ora sto rispondendo nel blog “distraendomi” un attimo dal lavoro principale, dove ero bloccato da incertezza sul come procedere, e nel mentre rivedo con distacco quello che stavo scrivendo dall’altra parte e magari mi viene l’idea giusta per andare avanti. I ragazzi, da qiel che vedo, trovano la loro via da soli. Certo che anche le pratiche scolastiche sono obbligate a cambiare in questo scenario. Il fatto è che stiamo tutti cercando di capire cosa e come cambiare.
    Sull’attenzione avevo abbozzato qualche idea qui http://www.giannimarconato.it/2012/02/lattenzione-al-tempo-del-colera/
    Grazie per l’attenzione e al prossimo incontro 🙂

  13. Cari tutti
    visto che con molti di voi ho condiviso numerosi percorsi in questi anni “intorno” a questa vicenda delle tecnologie.
    Sono diventato preside. In una scuola “vocata” alle tecnologie. Resto sempre più convinto che il vero problema sia – nella gaussiana di quel terzo che perderemo al sapere, ai saperi, ma anche alla tecnologia – aiutare quel terzo di studenti che in questo sistema di ore, lezioni, frontalone non riescono a starci..
    Ecco, caro Gianni, al di là delle posizioni talora distanti, credo dobbiamo intervenire su tempo e spazio dell’apprendimento. Come dici tu, anche con le tecnologie, ma qualcosa va fatto…. come mi piace dire: mettendo il piede in classe!
    Come preside ci provo, non è facile, ma credo che aver fede nell’innovazione più che nelle tecnologie può essere la chiave di volta!!!
    Daniele Barca

  14. Daniele, che bella notizia! Sarai di certo un dirigente illuminato e farai tesoro di tanti … improperi che anche tu hai raccolto contro dirigenti che più che facilitare l’innovazione, la ostacolano.

    Di certo per cambiare la scuola devono cambiare anche le condizioni logistiche ed organizzative degli spazi, ma anche del servizio degli insegnanti. Tienimi aggiornato sui tuoi nuovi lavori ed in bocca al lupo per la nuova sfida. Ciao

  15. Il vero problema è il progressivo impoverimento nei contenuti barattato con l’illusione del sapere: saper impiegare sofisticati strumenti di analisi dei sistemi LTI non “dona” automaticamente la comprensione delle trasformate di Laplace o la comprensione teorica dei diagrammi di Bode.
    Chiunque sfogli un libro di testo delle scuole superiori e lo confronti con uno equivalente di 25 anni fa, non potrà non accorgersi della sparizione di complicate dimostrazioni, chiose esplicative, esercizi complessi: questo è il dramma, non ci si chiede più il “perché” delle cose e il “come posso dimostrarlo”, bensì ci si accontenta del “come impiegare questa conoscenza”. Ecco perché, malgrado l’illusione tecnologica e il polverone di menzogne alzato da chi ha interesse a far prosperare questo mercato, la qualità dell’apprendimento non migliora.
    Il fine non giustifica i mezzi…

  16. Appunto, 25 anni fa, in un mondo diverso, la stessa scuola…1988, io c’ero, i primi diciottenni della scuola di massa…ma siamo sicuri che fossero libri per loro e non per i loro insegnanti (a naso neanche per tutti loro…)????
    E perchè non citare il 1958 in cui mio fratello studiava sul compendio del Sapegno, a naso, come carta, 1/10 del manuale di letteratura di uno studente del triennio?
    La risposta è sempre solo una: come si insegna!

  17. Ahahahah c’ero nel senso che osservavo…. Avevo 23 anni e mi ero appena laureato! Ma il succo resta sempre lo stesso!

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