Disegno di Miriam Piro

Sulla nuova valutazione nella scuola primaria si è detto di tutto ma qualche avvertenza con il senno di poi può tornare utile. In fin dei conti la “valutazione per l’apprendimento” avrebbe un senso, almeno in teoria.

Se da un lato abbiamo organizzazioni (gli editori, le università) e persone (insegnanti-formatori, insegnanti -autori, insegnanti -fiancheggiatori, pedagogisti) che di questa valutazione fanno business (per fare soldi, per avere visibilità bisogna stare dalla parte di chi ha il potere e sostenere e amplificare le sue scelte, cercare di nobilitarle con argomentazioni “scientifiche”) e il cui unico scopo è di dimostrare che valutare è bello, che questa valutazione è un progresso ed è tutta a favore degli alunni e delle alunne, che solo gli insegnanti novecenteschi, gentiliani, retrivi e fannulloni resistono a questo movimento di innovazione e benessere, dall’altro abbiamo una realtà che ci restituisce un’immagine totalmente differente:

  • una valutazione priva di significato per l’alunno, le famiglie e l’insegnante
  • senza valore aggiunto a fronte di tante risorse spese
  • una pratica meramente burocratica
  • non di rado anche dannosa.

Come può essere successo tutto questo?

A mio avviso, siamo a questo punto perché:

  1. La concettualizzazione che è stata fatta dagli “esperti” del ministero di “valutazione per l’apprendimento”  è debole, carente, confusa  inadeguata, errata; una teoria con queste caratteristiche non può guidare una pratica che abbia un senso, un’utilità
  2. La traduzione operativa della normativa è stata guidata da una formazione istituzionale che è sembrata più finalizzata a far accettare la normativa, a far inghiottire il rospo che a promuovere un salto culturale verso una nuova valutazione. Nella nuova valutazione si è sostituito il giudizio in forma di numero con un paio di frasi, spesso incomprensibili
  3. Nelle scuole la nuova valutazione è stata implementata all’interno di una cultura del controllo, della standardizzazione, della formalizzazione, della delega, dell’adempimento ma anche della deresponsabilizzazione del singolo insegnante ingabbiato in procedure standardizzate
  4. I dispositivi valutativi che sono stati resi operativi sono stati pensati all’interno di vincoli che la normativa non pone: la normativa lascia ampi margini di libertà alla singola scuola e al singolo insegnante.

Cosa possiamo fare per sopravvivere alla nuova valutazione?

A mio avviso è necessario agire su due piani: su quello della “visione” della valutazione e su quello della pratica.

Vediamo i punti essenziali (tutte queste tematiche le ho ampiamente trattate in questo blog e in alcune videolezioni presenti nel mio canale YouTube):

  1. Valutare meno: non serve valutare tutto ciò che si insegna. Si impara anche se non si valuta. Il tempo utile per l’apprendimento è quello dedicato all’insegnamento, non alla valutazione certificativa
  2. Tenere distinte concettualmente e operativamente le due finalizzazioni della valutazione, quella certificativa (obbligo di legge) e quella per l’apprendimento (dove si esplica tutto il potenziale didattico della valutazione)
  3. Ricordare che la vera valutazione si concretizza in un feedback, anche verbale, all’alunno e non in una griglia piena di crocette. La valutazione è, prioritariamente, conversazione non standardizzazione e documentazione
  4. Assumere la responsabilità a livello di Collegio, Dipartimento, Team e singolo insegnante di prendere numerose decisioni importanti tenendo presente, da un lato, il senso della valutazione (soprattutto l’alunno) e dall’altro la normativa
  5. Formalizzare dispositivi valutativi leggeri: la normativa non pone tanti obblighi. Informarsi bene cosa è davvero obbligatorio e cosa no. La normativa lascia alla singola scuola la definizione delle modalità di valutazione con i soli obblighi di valutare ogni materia attraverso giudizi descrittivi, con l’attribuzione di un livello e sulla base di criteri espliciti. Tanti dispositivi ipertrofici sono cresciuti dentro le scuole. Non cedere alla pulsione del controllo
  6. Fare dell’autentica valutazione per l’apprendimento (feedback, autovalutazione, co-valutazione) una pratica quotidiana, con pratiche leggere, aperte, informali
  7. Cercare il valore aggiunto in ogni nuova attività, in ogni strumento aggiuntivo
  8. Accogliere la sfida della valutazione certificativa e agirla nel rispetto dalla persona valutata, con giudizi critici e provvisori, nella consapevolezza della soggettività e dell’imperfezione di ogni valutazione, che essa si fonda sull’osservazione interpretativa, che procede per inferenze e superando il paradigma della misurazione a favore di uno indiziario, (Baldacci)
  9. Fare della valutazione un’occasione di condivisione tra colleghi di significati e pratiche facendosi guidare dal principio dell’utilità e della sostenibilità didattica e non da quello dell’adempimento   
  10. Limitare all’essenziale il ricorso a procedure e strumenti standardizzati, uguali per tutti gli insegnanti e per tutte le classi: ogni realtà è differente dalle altre
  11. Formulare obiettivi di apprendimento (e di valutazione) che abbiano un senso considerando le caratteristiche degli alunni. Le Indicazioni Nazionali, cui si deve fare riferimento, lasciano ampi margini di decisione all’insegnante. Identificare obiettivi improbabili, pur affascinanti nel loro contenuto formale, porta a compiere falsi didattici e dimostrano poco rispetto per gli alunni e le alunne
  12. Scegliere sempre i criteri su cui basare la valutazione tenendo conto delle caratteristiche di ogni singola materia e del contesto della valutazione. La legge non fa obbligo di usare uno specifico set di criteri
  13. Tenere distinta la documentazione che viene usata dall’insegnante per registrare le proprie attività (che può essere anche articolata, ricca, ridondante, con tecnicismi spinti) da quella che serve per comunicare con le famiglie
  14. Formulare giudizi descrittivi per le famiglie che siano comprensibili per loro; formulazioni brevi, essenziali, in formato narrativo, che consentano di “vedere” l’alunno. Tenere presente che il “voto” si vede nel giudizio e non nel livello
  15. Usare con parsimonia il registro elettronico; preferire l’uso di appunti su carta e su digitale riportando di tanto in tanto le informazioni utili nel registro. Potrebbe essere utile definire un protocollo sull’uso sensato e utile del registro elettronico
  16. Avere sempre presente lo scopo della valutazione e soprattutto la persona che viene valutata. Non far diventare le procedure e il registro elettronico i nuovi destinatari della valutazione.

Queste riflessioni sono nate a seguito del webinar del 11 marzo 2022 organizzato dal Manifesto per la nuova Scuola

https://www.youtube.com/watch?v=-HgKyMtpqTM

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2 pensiero su “Come sopravvivere alla “nuova” valutazione nella scuola primaria (e fare qualcosa di sensato)”
  1. CONDIVIDO IN PIENO il pensiero di Gianni Marconato: lo penso da sempre, ma finora mi ero sempre sentita isolata, quasi una “pecora nera”. Finalmente trovo sostegno! Vorrei che si formasse una forte corrente di pensiero su questo, in grado di farsi sentire a livello ministeriale.

  2. Nadia, io davvero non capisco come vi siate impelagati in questo delirio valutativo. La normativa non vi obbliga affatto a mettere in atto dispositivi valutativi ipertrofici, a ingegnerizzare un processo che dovrebbe essere leggero, informale.
    L’unica spiegazione che mi so dare è che nelle scuola prevalga la logica del controllo, dell’omologazione, della standardizzazione

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