La grande sfida della didattica

11 Mar di Gianni Marconato

La grande sfida della didattica

Un commento al post precedente (fatto da Maria Serena Peterlin) mai solletica la voglia di chiarire meglio la questione di quella che Maria Serena ha chiamato “motivazione” allo studio, all’impegno scolastico da parte degli studenti.

La questione è collegata, anche con le sempre più frequenti affermazioni di disagio di tanti insegnanti nella gestione degli studenti: difficoltà a lavorare bene, a non riuscire a coinvolgerli nelle attività didattiche, di dover affrontare sempre più spesso situazioni di disturbo, disordine se non di violenza o micro criminalità.

Avevo introdotto la questione citando Dubet

Il principale problema degli insegnanti è motivare e coinvolgere gli studenti

Sono convinto da tempo che la principale sfida che gli insegnanti devono accettare  è qualla di dare adeguate risposte alla richiesta di senso che i giovani d’oggi rivolgono alla scuola ed agli insegnanti.

Non è vero che i giovani d’oggi non amino studiare, prediligano il divertimento all’impegno, siano superficiali.

Il vero problema è che questi “studenti” manifestano un disagio (più o meno forte) alla scuola, a questa scuola, alla scuola del non senso.

Gli studenti vogliono dare un senso a quello che fanno, anche a scuola, a ciò che gli insegnanti propongono, a ciò che “devono” studiare. Minore è il significato che riescono ad attribuire a ciò che avviene a scuola, minore è la loro volontà ad impegnarsi cognitivamente e, di conseguenza, minore sarà anche l’apprendimento che svilupperanno.

Non dando un significato a quello che viene chiesto/imposto loro di fare (ascoltare lezioni, studiare libri, eseguire esercizi. …), faranno tanta ma tanta fatica a “studiare”, compiranno sforzi enormi ma otterranno risultati minimi. Nel migliore dei casi memorizzeranno e ripeteranno papagallescamente ciò che l’insegnante o il libro di testo ha detto loro (“rigurgiteranno presochè intatto quanto l’insegnante ha detto loro” cit.). Ripeteranno ma non avranno compreso l’oggetto didattico proposto. Ripeteranno e dimenticheranno. Quando andrà bene, svilupperanno una comprensione superficiale del dominio di conoscenza. Non avranno alcuna capacità di usare quanto avranno appreso in questo modo.

Sarà fatica sprecata da parte dell’insegnante e dello studente.

Queste dinamiche non sono per niente nuove e attraversano il mondo della didattica da sempre.

Ciò che rende particolarmente drammatico questo stato di cose è il fatto che  le nuove genarazioni sono sempre meno disposte a fare fatica per nulla, soprattutto a scuola, ed il loro rifiuto si manifesta in modo proporzionale all’assenza di significato che quanto si fa a scuola ha per loro.

Ecco, secondo me, una delle principali ragioni del disagio a scuola tanto di insegnanti che di studenti.

Si, disagio anche degli insegnanti perchè a nessuno piace vedere il proprio lavoro, la propria fatica produrre scarso risultato. Risultati  che però migliorano con la capacità dell’insegnante di aiutare gli studenti ad attribuire un significato a quello che fanno.

Il sistema regge ancora anche se in un equilibrio sempre più precario e fondato sul potere del voto, della promozione o della bocciatura. E’ un potere verso il quale gli studenti manifestano, obtorto collo, ubbidienza non adesione

Da questo punto di vista, questi giovani sono da ammirare: nonostante non riescano ad attribuire senso a quello che fanno, si adeguano. Ascoltano le lezioni, prendono appunti, studiano, fanno i compiti per casa e, nella stragrande maggioranza dei casi, hanno successo secondo gli standard scolastici, sono promossi. Magari con il minimo sindacale, magari dopo qualche ripetenza e/o recupero di debiti, ma alla fine ce la fanno. Ed attraverso questo successo la scuola si sente legittimata.

Ma questo sistema è un sistema a basso rendimento e ad elevato spreco di risorse. Grande fatica di insegnanti e di studenti ma scarso apprendimento, di quello vero.

E’ un sistema che può essere salvato solo dagli insegnanti e dalla loro capacità di capire il “nuovo studente” perchè io credo che in una scuola rinnovata avrà accoglienza anche uno studente rinnovato e, rifacendomi a Dubet che dice che a scuola oggi ci sono giovani e non studenti, lo “studente” riprenderà a popolare la scuola.

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2 Commenti

  1. Apprezzo l’auspicio della conclusione e chiedo: per salvare la scuola non potrebbe essere utile riprendere la riflessione e il lavoro sulla pedagogia dell’ascolto?
    I tempi evolvono, mutano: l’ascolto è un atto di disponibilità, ma un ascolto che educa non può essere passivo. E’ una questione di metodo, di professionalità.
    A me sembra che un nodo importante sia quello di cui si provava a discutere in “Cambiare subito è possibile?” (discussione linkata nei commenti precedenti) : siamo di fronte ad un’evidenza (che almeno per tale viene rivenduta): il fallimento della missione dell’alfabetizzazione di massa che ci eravamo dati nel secondo dopoguerra. Quella scuola, si dice, non ha funzionato.
    Il principio dell’alfabetizzazione di massa e anche quello dell’educazione permanente sono, a mio avviso, assolutamente validi. Sono una luce di civiltà. Pensiamo ai vantaggi che ne possono derivare quando si affrontano le questioni dell’integrazione multiculturale.
    Ma non possiamo negare che moltissima scuola non è riuscita a farla funzionare.
    E non possiamo negare nemmeno che una scuola che consideri vera cultura solo il “LICEO” (meglio se classico…) è ormai un vecchio congelatore o, per chi lo preferisce, una pashmina di puro cachemire, tipo status symbol preziosa, ma non insostituibile e non indispensabile a tutte le professioni.
    Allora iniziamo ammettendo quello che non va: abbiamo studiato, sperimentato, applicato teorie. Ma i risultati sono deludenti. Quel che è peggio è che, lasciando andare la barca alla deriva, ci troveremo trascinati dalla corrente di chi propone un ritorno alla scuola che seleziona o, alternativa di classe, si indirizza i rampolli scelti verso scuole elitarie.
    Invece cambiare è possibile.
    Il fallimento non è globale.
    Il cambiamento dipende tutto dagli insegnanti.
    O meglio dipende da loro insieme agli adulti.
    Ma per coinvolgere ed essere credibile anche per le famiglie sarebbe necessario che si spalanchi alla svelta la porta del tabernacolo in cui troppa scuola custodisce gelosamente i suoi riti, che l’istruzione scenda dai gradini del suo altarino; altrimenti darà sempre meno al nostro paese, e il paese la considererà, temo, sempre più un parcheggio.

  2. mi rileggo e vedo qualche… refuso del genere imperfezione della punteggiatura, una concordanza a senso ed altre verdure da minestra.
    Aspetto con ansia qualche penna colorata che ci tiri un rigo sopra XD.
    Però me ne scuso con il padrone di casa.

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