Quando si impara in automatico

Boninu

La questione è sempre quella: Perché non è facile che a scuola si sviluppi un apprendimento vero.
L’apprendimento “vero” non è quello che si certifica a scuola con una verifica e che dopo 10 giorni si è già dimenticato tutto (numerose testimonianze raccolte dalla viva e disperata voce di insegnanti).
L’apprendimento vero è quello che porta a ricordare a distanza di tempo e a usare, anche solo per collegarlo ad altre conoscenze.
Perché l’apprendimento vero si verifica con tanta difficoltà a scuola?
I motivi sono tanti ma uno, a mio avviso e, sulla base della mia esperienza, incide più di altri: il modo di affrontare i compiti di apprendimento, modi che non sono “naturali” ma determinati dal contesto, dai modi di insegnare e di valutare.
A scuola, con le dovute eccezioni, si richiedono agli studenti prestazioni poco impegnative sul piano cognitivo, prestazioni come “ascoltare” o “seguire” o “leggere” e, immancabilmente, “ripetere”, il quartetto Cetra della didattica!
Oltretutto, per le caratteristiche del contenuto trattato, gli studenti vivono con estraneità il compito stesso: ci sono fisicamente ma la loro testa è altrove, agiscono con superficialità e con quasi assente partecipazione emotiva.
Il fatto è che senza impegno cognitivo ed emotivo non si impara in modo vero. Per ben che vada si impara in modo meccanico e superficiale, non si “porta dentro” nulla e tutto evapora nel breve periodo, come acqua al sole.
Questa sostanziale assenza dalla situazione didattica mi è stata confermata da una eccellente testimonianza di un’amica, Lorenza Boninu, insegnante “evoluta” al liceo che in una discussione intorno ad un mio post dice:
Perché si studia quello che si studia? nessuno lo chiede mai ai ragazzi. Loro vanno a scuola perché “devono” e si sa, a scuola certe cose vanno fatte. Ma perché? Quando lo chiedo in classe ottengo spesso espressioni meravigliate: otto, nove, dieci anni di scuola e non si erano mai chiesti perché studiano quello che studiano.
Perché gli studenti d’oggi (è vero che quelli di “ieri” avevano una diversa etica dello studio, che si percepivano ed erano “studenti” e ora si percepiscono e sono solo “giovani”, con tutto ciò che comporta) si impegnano spontaneamente tanto poco?
Si dice che sono pigri, che non voglio imparare, che hanno ambizioni limitate: nulla di più falso.
I giovani hanno voglia di fare fatica, e la fanno, basta vedere come lavorano duro quando fanno cose che a loro interessano. Il più delle volte hanno in mente un proprio progetto “pedagogico” che però non è quello che la scuola propone loro.
I ragazzi che vengono a scuola oggi sono sempre meno studenti e sempre più”giovani”, non hanno introiettato quelle che possiamo chiamare le precondizioni per far bene a scuola, non sono allineati con i criteri di successo di questa scuola.
Essendo prevalentemente”giovani” portano con loro le istanze del mondo giovanile.
Tra quelle che la scuola può accogliere vi è certamente quella del bisogno di un significato per quello che si fa. I ragazzi d’oggi sono alla ricerca di senso (sono molto meno materialisti di quanto si creda, basta ascoltare le conversazioni spontanee che fanno tra di loro, ma anche con noi quando dismettiamo il vestito da professore, la penna rossa e il registro).
Chi se non la scuola può lavorare su questo aspetto?
Potrei concludere con un banale slogan
Meno contenuti e più significato
Potrei e lo ho fatto 🙂

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