La passione che ti frega

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È evidente che senza passione un lavoro non si può fare bene. Senza passione ci metti meno energia, generi meno “potenza” e produci meno efficacia. È un banale processo fisico.

Si discuteva con un’amica, insegnante alle medie, sulla passione che lei mette nell’insegnamento, una passione sconfinata, forse oltre ogni limite ragionevole, ma che lei ritiene essere l’unica molla che la tiene ancora a scuola, un ambiente che lei  vive come svalorizzante e demotivante per ogni insegnante responsabile.

Per poter lavorare bene, per fare, cioè, quanto è necessario per fare quello che secondo lei dovrebbe fare l’insegnante, ci vuole passione, cioè quel coinvolgimento emotivo, che ti porta a non tener conto del tempo che dedichi al lavoro ma a tener conto solo del raggiungimento dello scopo: fare il bravo insegnante.

Tempo per preparare le lezioni, tempo per correggere le verifiche, tempo per curare le relazioni con gli studenti, tempo per parlare con i genitori, tempo per aggiornarsi, tempo per le scartoffie, tempo per un minimo di relazione con i colleghi.

Tanto tempo non pagato ma necessario per fare il proprio dovere, tempo ed energie che non trovi se non hai passione per quello che fai, che non trovi se hai un approccio “burocratico” al lavoro che fai.

Questo stile al lavoro è indicativo del fatto che in condizioni normali, cioè lavorando le ore per cui sei pagato e con una normale diligenza, con un normale senso di responsabilità per il compito che ti è stato affidato, non riusciresti mai a fare.

Pare esista, quindi, una sproporzione tra attese riposte in un ruolo e le condizioni strutturali per poterlo svolgere.
Questa discrepanza strutturale viene risolta assorbendo sul piano personale ogni conflitto, ogni problema.
L’insegnante come ammortizzatore delle contraddizioni del sistema.
Ci si può chiedere a questo punto se tutto questo sia giusto sul piano etico ma anche se sia utile al sistema.
Porre delle pezze, lavorare in modo imperfetto non è una condizione umana strana, se aspettiamo le condizioni ideali non faremo mai nulla, ma quando la lontananza tra condizioni ideali e reali è notevole siamo in completa patologia.
Patologia organizzativa perché significa che il sistema scricchiola, arranca, è pieno di falle, dimostra di continuo i suoi limiti, la sua inadeguatezza, è inefficiente e inefficace.
Patologia personale perché le persone che ci lavorano (con passione) poco alla volta si ammalano, perdono il contatto con la realtà, ignorano la sproporzione tra le istanze al dover essere e le condizioni per esserlo, e poco alla volta entrano in crisi.

Con  il malessere si sviluppa un sentimento di onnipotenza che a breve danneggia anche il servizio che viene reso.

Una delle cause del malessere, quasi esistenziale, di tanti insegnanti nasce in questa situazione è può essere lo sbocco patologico della passione.

La cara amica conclude una nostra conversazione con la domanda:  fino a che punto è giusto e sensato mettere passione nell’insegnamento?

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