Indicazioni nazionali, un patrimonio da salvare

IN TEMPI IN CUI SI PARLA, A SPROPOSITO, DI MODIFICA DELLE INDICAZIONI NAZIONALI PER IL PRIMO CICLO PER DARE AL LORO INTERNO IL “GIUSTO” RUOLO AL DIGITALE, VALE LA PENA DI RICORDARE COSA ESSE RAPPRESENTINO E COME TUTTA LA LORO CARICA INNOVATIVA SI DEBBA ANCORA DISPIEGARE, IN UNA SCUOLA CHE RIMANE, A DISPETTO DELLE DICHIARAZIONI, LA SCUOLA DEL PROGRAMMA.

 

Le Indicazioni Nazionali per il Curricolo della scuola dell’infanzia e del primo ciclo di istruzione, oltre che segnare (in teoria) il definitivo superamento del “programma” nazionale e favore di curricoli elaborati localmente (fatto, questo, che assegna grandi responsabilità ed offre enormi opportunità alle singole scuole/Istituti Comprensivi), mettono in evidenza quelli che sono gli obiettivi imprescindibili su cui lavorare con gli alunni, assegnando al sistema scolastico chiari traguardi formativi da conseguire al completamento dei diversi livelli dell’istruzione primaria.

Con le Indicazioni Nazionali entra nel contesto scolastico una diversa cultura didattica che impone il superamento di tante logiche e modi di fare didattici che hanno tradizionalmente caratterizzato la scuola, dall’Infanzia alla Secondaria, logiche e didattiche che trovano la loro ragione d’essere nelle mutate condizioni di contesto in cui agisce la scuola e che impongono alla scuola stessa una mutazione quasi genetica, avendo ben presente che essa non è più il solo, e forse neppure il principale, agente educativo.

Queste “mutazioni” hanno a che fare, ad esempio, con il superamento:

  • Di conoscenze astratte a favore di conoscenze contestualizzate;
  • Del sapere teorico e ripetuto a favore del sapere applicato e generativo (competenze);
  • Delle disciplinare a favore dell’interdisciplinarità;
  • Della focalizzazione sui contenuti a favore del soggetto che apprende;
  • Della scuola chiusa entro le sue mura a favore di una scuola aperta alla realtà;
  • Dei tradizionali modi di apprendere (per ascolto, memorizzazione e ripetizione) a favore dell’apprendimento per partecipazione, per collaborazione, per costruzione;
  • Di una didattica standardizzata a favore di una individualizzata (ogni studente ha esigenze e stili di apprendimento differenti).

Questi superamenti “culturali” portano alla nostra attenzione nuovi concetti come:

  • Apprendimento significativo (vs memorizzazione);
  • Didattica attiva (vs trasmissiva);
  • Risorse per l’apprendimento distribuite nella comunità (vs presenti nel libri di testo e nell’insegnante);
  • Esperienza degli studenti come risorsa per l’apprendimento.

L’insieme di queste evidenze pone alla scuola, anche primaria – per il ruolo che le compete, nuovi obiettivi che diventano essi stessi “contenuti”, quali:

  • La costruzione di significato delle esperienze vissute;
  • La costruzione di un’identità consapevole e aperta;
  • La capacità di imparare ad imparare;
  • La capacità di monitorare e di riflettere;
  • L’abilità di pensiero autonomo, critico e plurale;
  • L’autonomia, la responsabilità, lo spirito di iniziativa.

Ecco, allora, entrare in gioco strategie d’insegnamento e di apprendimento capaci di attivare le risorse degli studenti come:

  • La sperimentazione (apprendimento per esplorazione e scoperta);
  • La costruzione (learning by doing, compiti autentici);
  • La narrazione (storytelling, apprendimento basato su casi);
  • La ricerca (didattica basata su progetti, anche di comunità);
  • La riflessione (reflective learning);

Riepilogando, questo nuovo contesto richiede l’utilizzo di “strategie di apprendimento” che perseguano la significatività degli apprendimenti attraverso una didattica “learner centred”, che veda gli studenti attivi costruttori di conoscenza che li impegna cognitivamente e relazionalmente.

A distanza di cinque anni dalla loro ultima formulazione, le Indicazioni Nazionali sono largamente disattese e lo sono, anche e soprattutto, per la mancanza delle condizioni di contesto perché il vero cambiamento si attui: l’ipertrofia dei curricoli, l’organizzazione degli spazi e dei tempi di insegnamento e apprendimento, il sovraccarico di iniziative (i famigerati “progetti”) e di incombenze burocratiche, il prevalere, come criterio di qualità del risultato educativo, la forma sulla sostanza, la debolezza “congenita” dello spirito di collaborazione all’interno dei collegi, dei team, dei consigli, resa ancor più fragile, recentemente, dalle spinte in sesno meritocratico.

Più che pensare a cambiare le IN (in direzione “digitale”, poi…. qualche aggiustamento, ma di ben altro tono, ci potrebbe stare), sarebbe utile creare le condizioni per la loro effettiva metabolizzazione a livello di “teorie implicite” o presupposti concettuali dell’insegnamento e di pratiche operative efficaci.

 

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