Paper Pen and Phone, una sperimentazione didattica di valore

22 Ott di Gianni Marconato

Paper Pen and Phone, una sperimentazione didattica di valore

Ogni tanto capita di imbattersi in situazioni in cui pensi: ce la possiamo fare, la scuola ce la può fare.

In ogni scuola si compie ogni giorno il miracolo di far funzionare le cose e, nei mille vincoli strutturali che limitano l’efficienza e l’efficacia dell’azione quotidiana, tanti, insegnanti e dirigenti, ci provano a far funzionare la scuola e a creare opportunità per gli studenti.

Capita, tuttavia, che inseguendo mode consumistiche o abbracciando un’idea di scuola troppo simile alla realtà in cui è inserita, le strade imboccate portano a didattiche che ho definito deboli o leggere, didattiche che portano ad apprendimenti superficiali e meccanici e non attrezzano adeguatamente gli studenti sul piano conoscitivo e cognitivo.

Oggi queste didattiche hanno molta visibilità mediatica e nei social.

Per fortuna la scuola non è solo digitale, coding, pensiero computazionale… C’è una scuola migliore, magari poco visibile se non addirittura invisibile, una scuola che lavora e produce in silenzio, lontano dai riflettori, dai titoloni sui giornali, dai premi e dalla convegnistica autocelebrativa.

A questa scuola è dedicato questo post che porta alla luce il lavoro che da anni porta avanti un gruppo di insegnanti di Jesi  che hanno dato vita a progetti (autogestiti, senza finanziamenti, …) come X-school, Let’s net ed ora PPP, Paper, Pencil e Phone.

Sono progetti di “istituzionalizzati”, nel senso di essere ufficialmente riconosciuti dalla scuola in cui si svolgono, progetti di ricerca, di sperimentazione, di studio, realizzati in piccoli gruppi, autogestiti e portati avanti per la motivazione di un manipolo di insegnanti (attualmente 12, di diversi istituti e si spera anche di diversi ordini scolastici, dopo la fase di adesione vera e propria) coordinati da Bruno Santoro.

PPP ha catturato la mia attenzione, non solo perché seguo da tempo il lavoro di di Bruno, Euro, Sara, Tommaso, Francesca, Giovanni, Arianna, Giacinta e altri …, ma per la concettualizzazione che sta alla sua base, idee pedagogiche e didattiche solide e chiare …

Un gruppo di insegnanti, quelli di PPP, che non lavora replicando modelli “innovativi” standardizzati, che non prende per oro colato ciò che viene proposto alla scuola dalla propaganda didattica e dalla didattica commerciale, ma che idea e progetta propri protocolli di sperimentazione, li realizza in piccola scala e ne tiene sotto controllo lo sviluppo e gli esiti.

Un vero e proprio gruppo di ricerca didattica che assume obiettivi non semplici e adotta pratiche non facili. Un gruppo di insegnanti che non gioca a fare l’insegnante innovatore e al quale va tutta la mia stima

DI SEGUITO UNA PRESENTAZIONE DEL PROGETTO, BREVE MA SUFFICIENTE A COGLIERNE LO SPESSORE E LA PORTATA

L’ipotesi di ricerca di PPP è che l’utilizzo in classe delle tecnologie della comunicazione, segnatamente lo smartphone, hanno senso solo a condizione che sia possibile sviluppare modelli didattici adeguati al recupero funzionale di lettura, scrittura, comprensione del testo, espressione scritta e orale, calcolo aritmetico e matematico, capacità argomentative e critiche.
Il progetto PPP è un progetto di ricerca a tutti gli effetti: dunque ha bisogno di un protocollo di lavoro disegnato sull’ipotesi principale di ricerca e sperimentazione, che riguarda i vantaggi ed i rischi dell’uso di tecnologie Byod e dello smartphone  nella didattica curriculare.

Il gruppo di ricerca dovrà mettere a punto, cioè letteralmente costruire, la metodologia di lavoro. sia della ricerca che della sperimentazione.
Per farlo cercheremo di sfruttare al meglio tutte le nostre competenze e anche la posizione in cui ciascuno di noi si trova (contesti scolastici, relazioni personali con altri aderenti, competenze specifiche, esperienza, disciplina insegnata, età dei discenti e così via).
Per farlo ci assegneremo degli incarichi provvisori, di volta in volta definiremo’ l’organico e le modalità di lavoro.

l progetto vuole essere ‘a bassa direttività’, dunque creare un ambiente di lavoro di tipo liberale, dove la partecipazione si autoregola in base a interessi, motivazioni e preferenze personali.
Data una certa struttura all’esperienza, perciò, ciascuno potrà scegliere l’ambito e l’intensità della partecipazione personale: vista anche la differenza di contesto e di posizione lavorativa.

Per favorire una prima scelta io vi proporrò degli ambiti di ricerca: l’unico vincolo a cui ci leghiamo è che una volta scelto l’ambito e l’esperienza specifica si cerchi di portarla a termine prima di decidere se impegnarsi in un’altra fase o un’altra sezione di attività.

Gli ambiti sono tre:

  1. Ricerca: si tratta, come in ogni ricerca, di definire l’identità del soggetto oggetto di indagine, con il quale intendiamo interagire e che intendiamo coinvolgere nell’attività. Si tratterà di raccogliere feedbacks nella/e classe/i, di proporre piccoli questionari, di sviluppare indagini di qualità con focus group periodici, di tenere un diario personale, pubblico e ‘a caldo’ dell’attività.
    Il report di questa attività sarà costruito passo passo con l’ausilio di foto e video: a questo scopo sarà indispensabile (per chi potrà farlo, naturalmente) una Liberatoria informativa per le famiglie e l’Istituto di appartenenza, nella forma più tranquillizzante possibile.
  2. Ricerca azione: si tratta di costruire piccoli fasi del modello di lavoro dopo una adeguata discussione analitica all’interno del gruppo di ricerca, applicandole poi direttamente nelle classi e sviluppando un feedback periodico.
    Appartiene a questo ambito anche la ricerca metacognitiva che sarà sviluppata con la classe: anche quando l’attività non fosse possibile in classe ma solo a casa.
    Questo darà vita a veri e propri Moduli di Apprendimento dedicati esattamente al tema della ricerca stessa: l’uso dello smartphone, il rapporto con il digitale, i comportamenti compulsivi e le dipendenze, la propria storia digitale.
  3. Modello teorico
    Abbiamo bisogno di chiarire e condividere assunti teorici (una teoria dell’apprendimento, ad esempio) e modelli di tecnologia didattica (mappe mentali e concettuali, uso di software particolari, apprendimento tra pari e cooperativo, prove di prestazione): dovremo dichiarare e sviluppare l’orientamento della ricerca, ovvero la sua necessità.
  4. Didattiva inclusiva
    Parlare e indagare le tecnologie dell’informazione porta inevitabilmente a discutere di tecnologia didattica, a fronte di un sistema scolastico che troppo spesso risulta ‘esclusivo’, riservato solo a quelli che, per ventura o per capacità, riescono, addebitando agli altri il peso e il costo dell’insuccesso..
    Da molte parti si comincia a pensare peraltro che i bisogni educativi speciali siano creati in parte dallo stesso sistema, soprattutto quando si assumono per validi paradigmi non adeguatamente fondati.
    Usare la tecnologia dal punto di vista della didattica ( e dei bisogni dell’apprendimento) significa sviluppare soluzioni di didattica inclusiva che compensino quelle impostazioni, apparentemente innovative, che curvano la didattica al solo punto di vista della tecnologia.
    Un laboratorio di modell@zione didattica potrà suggerire le linee guida per lo sviluppo di protocolli di lavoro personali e adeguati al processo di insegnamento e apprendimento.

Dovremo trovare i punti di contatto con la letteratura esistente e con le indicazioni degli esperti.

L’esistenza di ambiti disciplinari diversi non implica che non si possa partecipare a tutti gli ambiti  ma libera quelli che non potranno seguire l’attività di ricerca diretta o quella di ricerca e azione, dalla necessità di aderire a tutto il progetto in modo operativo e/o continuativo.

(dal documento interno di pre-adesione al progetto).

Maggiori dettagli qui 

 PS
Come da mia abitudine recensisco e rilancio solo le iniziative che mi colpiscono. Le identifico nella più totale soggettività e ogni mia valutazione è, ovviamente, personale e della stessa mi assumo ogni responsabilità. Con gioia

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