Paper Pen and Phone, una sperimentazione didattica di valore

Ogni tanto capita di imbattersi in situazioni in cui pensi: ce la possiamo fare, la scuola ce la può fare.

In ogni scuola si compie ogni giorno il miracolo di far funzionare le cose e, nei mille vincoli strutturali che limitano l’efficienza e l’efficacia dell’azione quotidiana, tanti, insegnanti e dirigenti, ci provano a far funzionare la scuola e a creare opportunità per gli studenti.

Capita, tuttavia, che inseguendo mode consumistiche o abbracciando un’idea di scuola troppo simile alla realtà in cui è inserita, le strade imboccate portano a didattiche che ho definito deboli o leggere, didattiche che portano ad apprendimenti superficiali e meccanici e non attrezzano adeguatamente gli studenti sul piano conoscitivo e cognitivo.

Oggi queste didattiche hanno molta visibilità mediatica e nei social.

Per fortuna la scuola non è solo digitale, coding, pensiero computazionale… C’è una scuola migliore, magari poco visibile se non addirittura invisibile, una scuola che lavora e produce in silenzio, lontano dai riflettori, dai titoloni sui giornali, dai premi e dalla convegnistica autocelebrativa.

A questa scuola è dedicato questo post che porta alla luce il lavoro che da anni porta avanti un gruppo di insegnanti di Jesi  che hanno dato vita a progetti (autogestiti, senza finanziamenti, …) come X-school, Let’s net ed ora PPP, Paper, Pencil e Phone.

Sono progetti di “istituzionalizzati”, nel senso di essere ufficialmente riconosciuti dalla scuola in cui si svolgono, progetti di ricerca, di sperimentazione, di studio, realizzati in piccoli gruppi, autogestiti e portati avanti per la motivazione di un manipolo di insegnanti (attualmente 12, di diversi istituti e si spera anche di diversi ordini scolastici, dopo la fase di adesione vera e propria) coordinati da Bruno Santoro.

PPP ha catturato la mia attenzione, non solo perché seguo da tempo il lavoro di di Bruno, Euro, Sara, Tommaso, Francesca, Giovanni, Arianna, Giacinta e altri …, ma per la concettualizzazione che sta alla sua base, idee pedagogiche e didattiche solide e chiare …

Un gruppo di insegnanti, quelli di PPP, che non lavora replicando modelli “innovativi” standardizzati, che non prende per oro colato ciò che viene proposto alla scuola dalla propaganda didattica e dalla didattica commerciale, ma che idea e progetta propri protocolli di sperimentazione, li realizza in piccola scala e ne tiene sotto controllo lo sviluppo e gli esiti.

Un vero e proprio gruppo di ricerca didattica che assume obiettivi non semplici e adotta pratiche non facili. Un gruppo di insegnanti che non gioca a fare l’insegnante innovatore e al quale va tutta la mia stima

DI SEGUITO UNA PRESENTAZIONE DEL PROGETTO, BREVE MA SUFFICIENTE A COGLIERNE LO SPESSORE E LA PORTATA

L’ipotesi di ricerca di PPP è che l’utilizzo in classe delle tecnologie della comunicazione, segnatamente lo smartphone, hanno senso solo a condizione che sia possibile sviluppare modelli didattici adeguati al recupero funzionale di lettura, scrittura, comprensione del testo, espressione scritta e orale, calcolo aritmetico e matematico, capacità argomentative e critiche.
Il progetto PPP è un progetto di ricerca a tutti gli effetti: dunque ha bisogno di un protocollo di lavoro disegnato sull’ipotesi principale di ricerca e sperimentazione, che riguarda i vantaggi ed i rischi dell’uso di tecnologie Byod e dello smartphone  nella didattica curriculare.

Il gruppo di ricerca dovrà mettere a punto, cioè letteralmente costruire, la metodologia di lavoro. sia della ricerca che della sperimentazione.
Per farlo cercheremo di sfruttare al meglio tutte le nostre competenze e anche la posizione in cui ciascuno di noi si trova (contesti scolastici, relazioni personali con altri aderenti, competenze specifiche, esperienza, disciplina insegnata, età dei discenti e così via).
Per farlo ci assegneremo degli incarichi provvisori, di volta in volta definiremo’ l’organico e le modalità di lavoro.

l progetto vuole essere ‘a bassa direttività’, dunque creare un ambiente di lavoro di tipo liberale, dove la partecipazione si autoregola in base a interessi, motivazioni e preferenze personali.
Data una certa struttura all’esperienza, perciò, ciascuno potrà scegliere l’ambito e l’intensità della partecipazione personale: vista anche la differenza di contesto e di posizione lavorativa.

Per favorire una prima scelta io vi proporrò degli ambiti di ricerca: l’unico vincolo a cui ci leghiamo è che una volta scelto l’ambito e l’esperienza specifica si cerchi di portarla a termine prima di decidere se impegnarsi in un’altra fase o un’altra sezione di attività.

Gli ambiti sono tre:

  1. Ricerca: si tratta, come in ogni ricerca, di definire l’identità del soggetto oggetto di indagine, con il quale intendiamo interagire e che intendiamo coinvolgere nell’attività. Si tratterà di raccogliere feedbacks nella/e classe/i, di proporre piccoli questionari, di sviluppare indagini di qualità con focus group periodici, di tenere un diario personale, pubblico e ‘a caldo’ dell’attività.
    Il report di questa attività sarà costruito passo passo con l’ausilio di foto e video: a questo scopo sarà indispensabile (per chi potrà farlo, naturalmente) una Liberatoria informativa per le famiglie e l’Istituto di appartenenza, nella forma più tranquillizzante possibile.
  2. Ricerca azione: si tratta di costruire piccoli fasi del modello di lavoro dopo una adeguata discussione analitica all’interno del gruppo di ricerca, applicandole poi direttamente nelle classi e sviluppando un feedback periodico.
    Appartiene a questo ambito anche la ricerca metacognitiva che sarà sviluppata con la classe: anche quando l’attività non fosse possibile in classe ma solo a casa.
    Questo darà vita a veri e propri Moduli di Apprendimento dedicati esattamente al tema della ricerca stessa: l’uso dello smartphone, il rapporto con il digitale, i comportamenti compulsivi e le dipendenze, la propria storia digitale.
  3. Modello teorico
    Abbiamo bisogno di chiarire e condividere assunti teorici (una teoria dell’apprendimento, ad esempio) e modelli di tecnologia didattica (mappe mentali e concettuali, uso di software particolari, apprendimento tra pari e cooperativo, prove di prestazione): dovremo dichiarare e sviluppare l’orientamento della ricerca, ovvero la sua necessità.
  4. Didattiva inclusiva
    Parlare e indagare le tecnologie dell’informazione porta inevitabilmente a discutere di tecnologia didattica, a fronte di un sistema scolastico che troppo spesso risulta ‘esclusivo’, riservato solo a quelli che, per ventura o per capacità, riescono, addebitando agli altri il peso e il costo dell’insuccesso..
    Da molte parti si comincia a pensare peraltro che i bisogni educativi speciali siano creati in parte dallo stesso sistema, soprattutto quando si assumono per validi paradigmi non adeguatamente fondati.
    Usare la tecnologia dal punto di vista della didattica ( e dei bisogni dell’apprendimento) significa sviluppare soluzioni di didattica inclusiva che compensino quelle impostazioni, apparentemente innovative, che curvano la didattica al solo punto di vista della tecnologia.
    Un laboratorio di modell@zione didattica potrà suggerire le linee guida per lo sviluppo di protocolli di lavoro personali e adeguati al processo di insegnamento e apprendimento.

Dovremo trovare i punti di contatto con la letteratura esistente e con le indicazioni degli esperti.

L’esistenza di ambiti disciplinari diversi non implica che non si possa partecipare a tutti gli ambiti  ma libera quelli che non potranno seguire l’attività di ricerca diretta o quella di ricerca e azione, dalla necessità di aderire a tutto il progetto in modo operativo e/o continuativo.

(dal documento interno di pre-adesione al progetto).

Maggiori dettagli qui 

 PS
Come da mia abitudine recensisco e rilancio solo le iniziative che mi colpiscono. Le identifico nella più totale soggettività e ogni mia valutazione è, ovviamente, personale e della stessa mi assumo ogni responsabilità. Con gioia

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