Cambiare i paradigmi dell’educazione

2 Mar di Gianni Marconato

Cambiare i paradigmi dell’educazione

Una tematica che spesso attraversa i nostri discorsi: il futuro della scuola.

Propongo una riflessione a partire da una delle tante intelligenti “provocazioni” di Sir Ken Robinson.

 

Cambiare i paradigmi dell\’educazione – Ken Robinson

Una breve sintesi testuale del pensiero di Ken

Il primo concetto forte proposto è che di fronte alle sfide del futuro si danno, a scuola, risposte vecchie.
Perché? Il nostro sistema educativo attuale è quello pensato nelle circostanze economiche della prima rivoluzione industriale  nella cultura intellettuale dell’illuminismo.
L’idea dei educazione pubblica (obbligatoria, pagata con le tasse, gratuita per chi le riceve) è stata un’idea rivoluzionaria accreditatasi dopo il 18^ secolo non senza opposizioni da parte della classe dominante che riteneva  il “popolo”, la classe operaia geneticamente inadatta ad apprendere, a imparare a leggere e a scrivere. Perché perdere tempo con questa utopia?

Secondo il modello intellettuale illuministico l’intelligenza è basata sul ragionamento deduttivo e sulla  conoscenza dei classici;  in questo modo si è dato valore ad una forma di abilità cognitiva di stampo accademico.  Sulla base di questo  presupposto, la nostra scuola divide le persone in due profili: l’accademico e il non accademico , l’intelligente e il non intelligente. E secondo questa visione le persone sono state valutate creando figure vincenti (quelli che hanno un impostazione cognitiva coerente con questo modello) e persone  escluse (quelle che non si conformano).
Altra grande osservazione “la nostra istruzione propone agli studenti modelli anestetici”. L’atteggiamento, la condizione estetica è  quella in cui tutti i sensi stanno operando al massimo, in cui si è presenti, si vive nel momento, si sta ragionando, si è totalmente vivi; la condizione anestetica è quella in cui si spengono i sensi e si perde il contato con quello che si sta vivendo. Stiamo facendo vivere gli studente un’istruzione da anestetizzati. Dobbiamo risvegliarli.

Terzo punto della riflessione di Robinson: la nostra scuola è modellata sulla forma della linea di produzione industriale che prevede una crescita lineare, standardizzata e conformizzata (vedi, ad esempio, i test ed i curricula standard) perché privilegia, nelle persone, nella loro personalità, nella loro struttura cognitiva gli elementi comuni a tutti a scapito di quelli identitari, unici; che sono quelli che prevalgono. La nostra scuola valorizza, di conseguenza, solo una piccolissima parte delle risorse delle persone.

La nuova educazione è quella che parte dalle identità, dalle risorse autentiche .
Dobbiamo pensare diversamente alle capacità umane e uscire dal tradizionale modello che divide le persone sulla base delle prestazioni cognitive valorizzate dall’approccio illuminista e dal modello industriale -gerarchico di società.
La proposta di Ken Robinson si fonda, quindi, sulla valorizzazione di una molteplicità di abilità ed approcci cognitivi, primo tra tutti il pensiero divergente e forme didattiche di collaborazione tra studenti.
Premesso che si può concordare o meno con questa lettura della scuola, del suo passato, del suo presente e del suo futuro, la questione è:

Come possiamo intervenire, come insegnanti, per fare oggi, una scuola adeguata al mondo d’oggi?

Immagine da www.mariedargent.com

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9 Commenti

  1. Conosco il suggestivo video di Robinson, molto recente.
    Ma guarda un po’ cosa offre oggi il sito DailyPapert (DailyPapert propone una frase di Seymour Papert al giorno…):
    http://dailypapert.com/?p=221
    La frase è del 28/2 ma l’ho letta solo pochi minuti prima del tuo post.
    L’assonanza del discorso è incredibile. Diceva Papert a fine anni ’80 (“conversando” con Freire ed è già tutto dire.. :-):
    “c’è molto di vero nel dire che quando si va a scuola, il trauma è che devi smettere di imparare e devi accettare di ricevere l’insegnamento”.
    Non sono novità, dunque..
    …ma lo sapevamo… 🙂

  2. Il fatto che si faccia riferimento a modelli antiquati, che ogni volta che si misurano i risultati di un percorso scolastico si pretenda di rilevare come positivo ciò che collima col passato diventa un circolo vizioso per cui il passato diventa e rimane, ahimè, la misura di tutto.
    Non penso che il passato sia da rifiutare, anzi. Credo che una conoscenza delle nostre radici e del mondo da cui veniamo sia importante; tuttavia se consideriamo i programmi scolastici ufficiali ritroviamo (prendiamo ad esempio la storia letteraria, artistica, filosofica, la storia in senso stretto) un ripetersi ciclico degli stessi autori e periodi.
    Dunque potremmo dire che manca, almeno, una riorganizzazione degli argomenti.
    Invece no; il ministro del pennino e del grembiulino non prende nemmeno in considerazione una pratica così spericolata come la revisione del programmi. E quella revisione sarebbe un “minimo sindacale” sul quale io vedrei benissimo anche qualche libera iniziativa dei docenti, che invece mi sembrano spesso troppo prudenti e fedeli esecutori.
    E tuttavia… ipotizzando che si ottenga una riforma dei contenuti rimarrebbe tutto il lavoro sul metodo e sulla visione dei docenti.
    Non uso il linguaggio dei formatori o dei pedagogisti, non è il mio pane, io ho fatto l’insegnante e mi esprimo in termini di pratica quotidiana.
    Per questo alla domanda “Come possiamo intervenire, come insegnanti, per fare oggi, una scuola adeguata al mondo d’oggi?” io azzarderei questa risposta:
    “Si dovrebbero cambiare la prospettiva e la visione: un docente deve smettere di considerare il sapere come qualcosa che gli dia in automatico un potere che comprende il pacchetto disciplina-autorità-ascolto e deve imparare a farsi riconoscere dimostrando e trasmettendo la sua curiosità; coi i ragazzi dovrebbe mantenere il suo ruolo di educatore rafforzandolo, ma quanto al resto io penso dovrebbe essere un mediatore di passione e entusiasmo verso un insieme di conoscenze da riscoprire ogni giorno insieme ai suoi ragazzi.
    Potrei fare degli esempi, ma semmai se ne riparla. Sto allungando troppo.

  3. Riflettendo ancora sulla domanda finale. “… una scuola adeguata al mondo d’oggi?”
    Mi è sorta una perplessità: il mondo d’oggi si lamenta della qualità della nostra istruzione e del sistema scolastico: ma è davvero interessanto a formare persone più colte, più autonome, più preparate ecc ecc? Come si concilia allora tutto questo con la “fuga dei cervelli?”
    Il sistema vigente attuale cosa intenderebbe per “formare persone adeguate”? Persone obbedienti e allineate?
    Insomma io il problema me lo porrei.
    E la passivizzazione a cui si sono adeguati alcuni doventi (oppressi da prove, verifiche, scarsa considerazione e così via) ha qualche legame con tutto questo?

    O le mie sono le considerazioni della visionaria di turno 🙂 indotte dalla pioggia ? Preferirei

  4. Lancio una provocazione. Da un lato, credo, per innescare un processo di questa portata si dovrebbe cambiare completamente la formazione universitaria e le forme di accesso alla professione di insegnante. Dall'altro, chi vuole fare l'insegnante, dovrebbe necessariamente trascorrere molto, molto tempo, mentre studia per diventarlo, insieme ai bambini e ai ragazzi e farsi una chiara idea di chi siano.Per gli insegnanti che lavorano già, quelli che pensano sia necessario e possibile cambiare… bé, forza ragazzi, non demordete a combattere contro tutti per preparare la strada… ma a chi verrà dopo.

  5. Caro Paolo concordo con te ma credo che il cambiamento e la formazione debba riguardare anche i dirigenti incapaci di cavalcare il cambiamento ….. nella formazione universitaria dei futuri insegnanti deve essere inserita maggiormente la psicologia e introdotta una formazione di psicoterapia/psicomotricità clinica per aver chiaro subito i vari problemi legati alla didattica delle emozioni….si perchè collaborazione tra studenti avviene molte volte superando la fase del conflitto e talvolta i conflitti si protraggono nel tempo e molte volte il cognitivo viene bloccato dal conflitto interiore che si portano dietro dalla famiglia dal viaggio fatto per arrivare in Italia…–vedi proposte vari centri psicopedagogici sulla didattica del conflitto.–inoltre per risolvere le varie problematiche c'è bisogno di tempo "di lentezza" –vedi proposta dirigente Gianfranco Zavalloni.—

  6. Confesso Marzia di non conoscere bene i problemi cui accenni, se non per sentito dire. Ma mi sembra una strada corretta quella cui accenni.Aggiungerei sui dirigenti un numero di anni minimo dedicato all'insegnamento e una riformulazione sui loro compiti (troppo manageriato e poca attenzione al fatto di essere dispensatori di cultura).E poi, una nota polemica: chi in qualche modo non ama i bambini, o i ragazzi, per favore, faccia un altro mestiere. L'insegnamento non deve essere un ripiego per alcuni. Che si lasci lavorare chi vuole farlo davvero (e sono tanti).

  7. Lancio una provocazione. Da un lato, credo, per innescare un processo di questa portata si dovrebbe cambiare completamente la formazione universitaria e le forme di accesso alla professione di insegnante. Dall'altro, chi vuole fare l'insegnante, dovrebbe necessariamente​ trascorrere molto, molto tempo, mentre studia per diventarlo, insieme ai bambini e ai ragazzi e farsi una chiara idea di chi siano.Per gli insegnanti che lavorano già, quelli che pensano sia necessario e possibile cambiare… bé, forza ragazzi, non demordete a combattere contro tutti per preparare la strada… ma a chi verrà dopo.

  8. Caro Paolo concordo con te ma credo che il cambiamento e la formazione debba riguardare anche i dirigenti incapaci di cavalcare il cambiamento ….. nella formazione universitaria dei futuri insegnanti deve essere inserita maggiormente la psicologia e introdotta una formazione di psicoterapia/ps​icomotricità clinica per aver chiaro subito i vari problemi legati alla didattica delle emozioni….si perchè collaborazione tra studenti avviene molte volte superando la fase del conflitto e talvolta i conflitti si protraggono nel tempo e molte volte il cognitivo viene bloccato dal conflitto interiore che si portano dietro dalla famiglia dal viaggio fatto per arrivare in Italia…–vedi​ proposte vari centri psicopedagogici​ sulla didattica del conflitto.–inoltre per risolvere le varie problematiche c'è bisogno di tempo "di lentezza" –vedi proposta dirigente Gianfranco Zavalloni.—

  9. Confesso Marzia di non conoscere bene i problemi cui accenni, se non per sentito dire. Ma mi sembra una strada corretta quella cui accenni.Aggiungerei sui dirigenti un numero di anni minimo dedicato all'insegnament​o e una riformulazione sui loro compiti (troppo manageriato e poca attenzione al fatto di essere dispensatori di cultura).E poi, una nota polemica: chi in qualche modo non ama i bambini, o i ragazzi, per favore, faccia un altro mestiere. L'insegnamento non deve essere un ripiego per alcuni. Che si lasci lavorare chi vuole farlo davvero (e sono tanti).

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