Basta compiti?

22 Apr di Gianni Marconato

Basta compiti?

Basta compiti

di Maurizio Parodi

Un libro con una discussione dentro

 

Sono proprio contento di questo libro. Non solo per i suoi contenuti che mettono sotti i riflettori un aspetto emblematico della crisi della scuola, ma anche ( e soprattutto) per la sua genesi, una genesi inconsueta se si pensa a come la conoscenza cementata in un libro si generava nell’era pre internet, pre social network. Una genesi che ha  tratto vantaggio da tutto ciò che queste tecnologie rendono possibile.

Il libro documenta la discussione sviluppata nel network “La scuola che funziona” tra la fine del 2009 e i primi mesi dell’anno successivo e i contenuti di questa discussione  hanno un ruolo importante nelle argomentazioni portate dall’Autore sulla tematica.

Parodi stava accarezzando l’idea di sviluppare, dopo “La scuola che fa male”, un altro tema caldo per la scuola, quello del senso dei “compiti per casa” e, per dare maggior  spessore alle sue ipotesi, aveva ritenuto utile confrontare le proprie idee con colleghi insegnanti ed aveva identificato nel nostro network il contesto più adatto a farlo.

Lanciata la discussione con un post alquanto provocatorio, il network accetta con entusiasmo la sfida e la tematica viene sviscerata in numerosi suoi aspetti con posizioni spesso divergenti. Tanto è densa la partecipazione che Parodi sceglie di dedicare un ampio capitolo del libro ai  contributi raccolti nel network.

Un bel modo di costruire conoscenza ai tempi del social networking!

Alla luce della discussione (ripresa alla grande dopo la pubblicazione del libro ed il suo lancio presso il network) e del libro, dico anch’io alcune cose sulla controversa questione

Le questioni sono tante.

La prima riguarda la tematica nl più ampio scenario della crisi della scuola come sistema. I “compiti” (“per casa”) sono una bandiera della scuola che da sempre non funziona e lo sono anche di tanta scuola contemporanea che procede per inerzia (tanti insegnanti che dedicano il loro tempo anche a partecipare, nel loro tempo libero, alle attività del network dove si confrontano con colleghi non fanno parte di questo plotone).

Denunciare le criticità di pratiche caratterizzanti  questa scuola ha il senso di accendere i riflettori sulle sue contraddizioni, sui suoi punti deboli, su una delle cause (ma anche effetto). E’ un’operazione che ha un senso e che condivido. A volte, spesso, ho la sensazione che questa scuola non sia rimediabile e tanto valga non fare nulla per tenerla in vita. E di denunciare senza pietà e tentennamenti  i suoi effetti nefasti (come ha fatto Maurizio Parodi con questo libro e nel precedente La scuola che fa male) .

La seconda questione riguarda la scuola che, comunque, c’è. Riguarda i suoi studenti, i meno fortunati; riguarda il lavoro quotidiano degli insegnanti responsabili, i loro problemi, le loro speranze: Il dovere di fare qualcosa, soprattutto a favore degli studenti.

Qui, a mio avviso, la questione è “a cosa servono i compiti?” ed anche “i compiti servono realmente a quanto crediamo servano? Sono utili agli studenti? Non si creano ulteriori discriminazioni, quelle che vorremmo eliminare?

La questione è, anche, collegata a quali pensiamo siano gli obiettivi che la scuola dovrebbe perseguire. Ad esempio, io credo che sia importante che la scuola debba insegnare ad imparare ad imparare, sempre, lungo tutto l’arco di vita. In questa prospettiva lavorare da soli (autodirigere il proprio apprendimento, come si usa dire) è una pratica che si apprende anche svolgendo “compiti”. Allora si apre tutta la questione di quali compiti di apprendimento potrebbero essere adeguati.  Ovvio che come rendere operativo questo principio cambia a seconda che si tratti di un bambino della primaria (dove qualcosa si potrebbe già fare) o di un quasi-adulto degli ultimi anni delle superiori.

In definitiva, io sono convinto che tanti aspetti (cognitivi, psicologici, sociali) correlati con i “compiti per casa” possano essere attuali anche nella scuola rinnovata, attuale, democratica. Ma con tanti se e tanti ma, quelli che il libro di Maurizio ben mette in evidenza e che sono stati sviscerati nella discussione nel network, anche nella sua ripresa di questi giorni.

La mia conclusione? Non cedere all’ “o … o” ed agire la complessità della questione e non disdegnare di misurarsi con le sfide poste da una pratica … pericolosa. E vincere la sfida.

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2 Commenti

  1. I copmiti a casa li ho vissuti sia come studentessa, poi come insegnante ma anche come genitore, nel primo caso ricordo l’inevitabile impegno/passatempo riempitivo di giornate non sempre piene e l’occasione per riflettere sul sapere, come insegnante la certezza che riprendere a breve, fuori da scuola un apprendimento aiuti l’alunno, come genitore li ho odiati perche’ hanno definitavamente scandito il nostro comune tempo libero fino ad annullarlo in nome del gravoso e forzato momento dei compiti, togliendoci tempo ai musei, ai giochi ad altro, ma pensando sempre a quei genitori consumati dai troppi impegni che non vivono positivamente il doversi confrontare con un’esperienza cosi’ lontana da loro. Quindi si puo’ dire che non misurano niente, aiutano pochi, perche’ spesso chi non riesce abbandona il compito aumentando solo la propria autostima, condizionano invece che rispettare il tempo delle famiglie: bocciati, i compiti di possono svolgere in classe in momenti appositamente organizzati, a casa non e’ giusto. Giovanna

  2. Giovanna, ma come hai fatto a scovare questo vecchio post? Sorprendente :-).
    Nel merito: ho sempre più spesso la sensazione che i “compiti per casa” siano il frutto di una delle tante inerzie che caratterizzano le pratiche scolastiche. Si fa perchè è sempre stato così. Altra ragione non ne vedo. Detto che una certa dose di lavoro individuale, di quello sensato, ben fatto, è necessario per imparare veramente

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