Cosa succede se rovesciamo la scuola?

flipped
La classe rovesciata.
Pare essere questa l’ultima moda in fatto di scuola, la flipped classroom. Gli studenti studiano gli argomenti delle “lezioni” prima di andare in aula ed in aula “lavorano” su quei contenuti con gli insegnanti.

Quando ne ho sentito parlare per la prima volta (un anno fa al sempre prezioso convegno ADI, a Bologna), non mi era sembrata una grande novità. Ora ne sono incuriosito.

Ricordo che nel 2003 avevamo realizzato un corso blended sul project management per i dipendenti della Provincia di Bolzano dove i partecipanti iniziavano con lo studio a distanza dei materiali che avevamo prodotto (testi, video, schemi) e successivamente venivano in aula dove con i docenti discutevano, chiedevano chiarimenti, realizzavano applicazioni.

Il flipped, anche se non come pratica quotidiana, si usava già anche se senza darci un nome tanto esotico.

In fin dei conti, cosa cambia se una cosa la dice un insegnante o un libro?

Quante volte si è detto: “perché perdere tempo prezioso a scuola quando la stessa cosa la puoi trovare in un libro?
Perché sprecare un insegnante a ripetere ciò che c’è già ben organizzato, magari anche meglio, in un libro?”

Ecco, l’idea di flipped classroom è proprio quella di far studiare la lezione a casa prima di andare a scuola e di utilizzare il tempo-lezione con la presenza dell’insegnante per attività a maggior valore aggiunto che non sia la mera trasmissione di contenuti.

Apparentemente una banalità “logistica”, in realtà un potenziale grimaldello per scardinare consolidate abitudini didattiche ed i loro modelli concettuali, una potenziale bomba per cambiare la scuola. Forse, anche, un banale trucchetto per costringere anche i più conservatori ad innovare.

Dico “potenziale” e “forse” perché noi umani abbiamo la straordinaria capacità di cambiare forma mantenendo inalterata la sostanza.

Dove sta, allora, la novità? La novità sta proprio nell’obbligare l’insegnante, una volta liberato dal giogo dalla trasmissione di contenuti, a fare qualcos’altro.

Ed è qui che viene il bello e che potrebbe davvero far scattare il cambiamento.

L’insegnante è obbligato a pensare ad un proprio ruolo che vada oltre la trasmissione di contenuti perché questa funzione è già stata assolta da altri.

Cosa potrebbe fare l’insegnante? Quale ruolo potrebbe avere l’insegnante se i contenuti rilevanti sono già stati presentati?

L’insegnante potrebbe aiutate gli studenti ad usare quei contenuti, a rielaborarli,  ad associarli ad altri, ad ampliarli, a farne delle applicazioni contestualizzate. Detto altrimenti, l’insegnante si potrebbe concentrare sull’apprendimento avendo delegato ad altri la parte meno ricca del suo compito di insegnamento, la trasmissione dei contenuti. Ecco, allora, che si riapre la questione della didattica (cognitivamente) attiva, della didattica centrata sullo studente.

Come questo approccio potrà essere declinato, dipende dalle differenti discipline oggetto della didattica: una cosa è utilizzarlo nel contesto di discipline come la letteratura, la storia dell’arte, la filosofia dove si potrebbe trattare prevalentemente di ” leggere”, altro è applicarlo allo studio della matematica o della fisica.

In ogni caso, la tipologia delle attività di apprendimento che potrebbero essere svolte autonomamente al di fuori dell’aula e nella prospettiva di una ripresa con l’insegnante, può essere molto ampia.

Il lavoro fuori dall’aula potrebbe anche essere svolto collettivamente dagli studenti con il supporto delle tecnologie e svilupparsi prima e dopo l’aula in un ideale prolungamento dell’aula (nella prospettiva dei compiti per casa, questo approccio potrebbe aiutate a trovare un senso a questo tipo di attività).

Organizzando, quindi, adeguatamente risorse didattiche ed attività di apprendimento si potrebbe realizzare concretamente una didattica centrata sul soggetto che apprende nelle sue differenti concettualizzazioni.

Quali, dunque, i compiti dell’insegnante nella classe rovesciata?

  • Sviluppare e/o aggregare risorse per l’apprendimento,
  • Organizzare attività di apprendimento fuori e dentro l’aula,
  • Programmare i percorsi di apprendimento (che in questo modo potrebbero essere facilmente l personalizzati)

Questo approccio ha anche un’altra implicazione: lo sviluppo delle capacità di autogestione da parte dello studente del proprio apprendimento. Con questa modalità didattica lo studente impara a diventare un self directed learner, una delle più portanti skill per essere una persona capace di imparare sempre.

Attenzione: come tutte le abilità non è detto che questa sia innata. Nella maggior parte dei casi dovrà essere allenata ed è questo un ulteriore compito dell’insegnante: fare l’allenatore.

In sintesi, quali sono le implicazioni dell’adozione del metodo della flipped classroom?

  • La prima è certamente la concettualizzazione del ruolo dell’insegnante in una prospettiva costruttivista, una questione non indolore,
  • La seconda riguarda l’adozione di strategie di apprendimento learner-centred, che è l’esatto contrario di quanto si fa abitualmente in classe,
  • La terza ha a che fare con il ruolo che possono avere le tecnologie nel sostenere i processi di apprendimento, altra spinosissima questione della serie “cambiare tutto per non cambiare niente”.

Tutto questo per dire che la nuova moda porta con sé tutti i problemi che nessun altro approccio o strumento ha mai contribuito ad affrontare ed a risolvere.

La flipped classroom è in sé stessa una cretinata (considerandone gli elementi formali); potrebbe rivelarsi una cretinata sostanziale quando un insegnate dà allo studente 10 pagine da leggere a casa ed è convinto di avere rivoluzionato la sua didattica.

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Commenti

  1. PIROZZI ha detto:

    L’insegnante potrebbe aiutate gli studenti ad usare quei contenuti, a rielaborarli, ad associarli ad altri, ad ampliarli, a farne delle applicazioni contestualizzate. Detto altrimenti, l’insegnante si potrebbe concentrare sull’apprendimento avendo delegato ad altri la parte meno ricca del suo compito di insegnamento, la trasmissione dei contenuti. Ecco, allora, che si riapre la questione della didattica (cognitivamente) attiva, della didattica centrata sullo studente.

    a me basterebbe questo. è sicuramente una disposizione che finalmente mette in moto una comunicazione, e una lezione del docente, che inglobi, e da lì parta, le inferenze dei ragazzi. inferenze non solo contenutistiche – l’enciclopedia – ma anche emotive e cognitive. la lezione diventa un grande ipertesto collettivo e mai come in questo caso il percorso è dall’estrazione all’astrazione (meglio: generalizzazione situata, riguarda la “classe”). se appare èpiù facile x le discipl umaniste, penso che anche x quelle scient avrebbe un senso: quali errori, quale sapere incorpporato, agisce alle spalle della incomprensione? quali sono le strategie cognitive messe in atto? quali sono le inferenze che mancano? pacebbene

  2. Paolo ha detto:

    Nel mio piccolo lo scorso anno, senza chiamarla flipped lesson, con la quinta elementare avevamo (con gli alunni) progettato questa modalità di approntare il percorso di storia. La lezione classica sul libro di testo veniva svolta in modo autonomo dagli alunni e sintetizzata con la mappa concettuale, la correzione e la verifica. Nelle varie unità didattiche poi ciascuno di loro, 22, sceglieva un argomento di approfondimento, concordato in classe, se l’interesse era comune a qualcun altro si valutava l’opportunità di suddividerlo o diversificarlo. Quando tutti avevano fatto la scelta si programmava il calendario degli interventi, sempre lo stesso giorno della settimana.
    Ciascuno proponeva il tema scelto e la classe non ascoltava in modo passivo ma con interventi di arricchimento, domande e precisazioni. Anche il sottoscritto naturalmente poteva intervenire per brevi precisazioni o domande o per smorzare eventuali momenti di difficoltà (davvero rari). Tutti prendevano appunti nella modalità preferita (riassunto, mappe concettuali o mentali, disegno) Alla fine la classe dava una valutazione all’intervento (pur subentrando simpatie erano abbastanza obiettivi). Questi interventi erano davvero attesi con trepidazione e se qualcuno mancava la prima cosa che chiedeva al ritorno era quando poteva recuperare il suo intervento.
    La stessa cosa ha fatto la collega in geografia. Per finire nelle verifiche scritte oltre le domande che proponeva l’insegnante quasi tutti aggiungevano domande e risposte sugli argomenti trattati nelle flipped lesson.
    Grazie Gianni della riflessione!

  3. Gianni Marconato ha detto:

    Paolo, bella testimonianza di una buona didattica, indipendentemente da come si chiama. Spero di non dover vedere tante esperienze fipped trasformatesi in flopped

  4. Gianni Marconato ha detto:

    Salvatore, intrigante la metafora dell’ipertesto. una navigazione tra punti di vista differenti e non a senso unico, quello dell’insegnate. Le inferenze dei ragazzi: altro aspetto, da considerare anche se non è facile. Un gran bel lavoro per l’insegnante, una sfida impegnativa da cogliere per favorire la comprensione e non la memorizzazione

  5. […] Kritischer Artikel zu flipped classeroom: Cosa succede se rovesciamo la scuola? […]

  6. Paolo ha detto:

    dimenticavo di dire che se si ha in classe un portatile, un microfono decente si registra, in audio o in video (ma qui cambia la pesantezza e la tecnica) e si pubblica in un servizio di podcast per poi fare l’embedded su sito di scuola o blog e si generano contenuti aperti e disponibili in download per altri ecco che le ITC si integrano in un progetto didattico!
    Ma condivido in pieno anche le idee di Salatore.
    PS sto seguendo il corso su flipped classroom di Laura Antichi su anitel

  7. Laura Antichi (lantichi) ha detto:

    Ho studiato la proposta di Flipped Classroom con Virginia Alberti e noi due abbiamo pensato che possa essere proposta in un mashable pedagogico tra Mastery Learning e Costruttivismo in base tecnologica e in vista di una didattica per competenze. Domani al Falcone di Asola per “Generazione Web” proporrò di progettare un’unità didattica sotto l’ispirazione di quella che ho chiamato “Flipped digital classroom”. A breve pubblicherò questo intervento di formazione con i suoi retroscena pedagogici e didattici. Ringrazio Paolo per aver citato il corso di Anitel e per le sue proposte. Gianni, strano che tu non abbia visto in Facebook i due link delle prime due settimane in FadAnitel! Facciamo altri 4 incontri, sempre io e Virginia, su Flipped Classroom. http://www.slideshare.net/lantichi/flipped-classroom-16441932 e http://www.slideshare.net/lantichi/flippedclassroom-piattaforme.

  8. Gianni Marconato ha detto:

    Grazie Laura per la visita. Io mi sono limitato a leggere qualcosa sul tema e mi sono fatto l’idea che ho espresso: nulla di particolarmente significativo per la parte “flipped”, più rilevanti le conseguenze/implicazioni per il lavoro in classe dell’insegnante, conseguenze/implicazioni che sono già tutte presenti nelle concettualizzazioni per la didattica costruttivista, compreso il lavoro individuale e sociale dello studente.
    Mi auguro solo che questo ulteriore slogan possa far riflettere sul ruolo della trasmissione di contenuti e sulle condizioni per l’apprendimento.

    Mi incuriosisce il mescolamento di mastery learning che, nelle concettualizzazioni iniziali (anni 50 – 60, è da tempo che non ne sento parlare)ha una declinazione di percorso meccanico e strutturato e di costruttivismo che ha fondamenti differenti. Un tratto comune potrebbe essere la personalizzazione degli apprendimenti

    Mi intriga, anche, conoscere come il flipping possa dare un contributo originale alla didattica per competenze. Leggerò con curiosità

  9. roberta reginato ha detto:

    E’ proprio vero, basta dare un nome alle cose e diventano teorie.
    Io lavoro “anche” così da sempre e i libri di testo si sono orientati sempre più in questa direzione per favorire lo studio autonomo dei ragazzi (è o non è una competenza “imparare ad imparare”?).
    Per molti argomenti classe basta un’introduzione o un “lancio” e poi, dopo lo studio a casa, il docente guida gli studenti nell’organizzazione del sapere, approfondisce, chiarisce, sollecita collegamenti, propone attività… ma sempre con la partecipazione attiva degli studenti che sanno di che si parla, intervengono, fanno domande.
    Certi genitori, spaventati, temono che in questo modo l’insegnante non “spieghi”. Dovrebbero invece spaventarsi di quegli insegnanti che fanno lezione facendo leggere sistematicamente a voce alta il libro, chiosando qua e là.

  10. Gianni Marconato ha detto:

    Roberta, con gli slogan non si fa innovazione. Le responsabilità dell’insegnante per favorire un apprendimento autentico esistono da sempre.
    Chissà che il diffondersi l’idea della classe rovesciata consenta l’espansione della consapevolezza che insegnare non vuol dire solo trasmettere contenuti.
    Genitori secondo i quali il bravo insegnante è quello che spiega: se è questo il modello che per anni, da studenti, hanno visto, cos’altro potrebbero chiedere? Che si faccia quello che si è sempre fatto.

  11. narcisa ha detto:

    G.le Gianni, stavolta come genitore, ho una cosa da far notare, anche perchè osservata da molti altri ‘attenti’ colleghi genitori.
    Oltre all’uso di tablet, iPad ecc. ecc. sarebbe molto più utile, per esempio, se venissero corretti gli errori (od orrori…) negli elaborati scritti dei ragazzi(soprattutto di lingua) perchè quello, secondo mio modesto parere, è il compito più importante che li aiuterebbe a migliorare, a fare il salto di qualità, insomma ad alzare il livello !!! Costa fatica, ma senza questo sforzo non ci sono flipped classroom che tengano.
    Leggendo anche l’altro post (‘Per fare soldi bisogna essere conservatori?’)sono d’accordissimo quando scrivi ‘In questo modo le esigenze del business contribuiscono a cementare modelli tradizionali di didattica e producono spaccio abusivo ed illusione di innovazione come conseguenza dall’uso di strumenti innovativi’ perchè è la verità! ma, a me pare, che qui ci sia ben più in gioco, nel senso che le nuove tecnologie sono a volte usate senza cognizione di causa e forniscono un comodo alibi. Non credo che un insegnante sia bravo(solo) se spiega; il problema è che oggi è più che mai difficile trovare ‘maestri’, perchè è più che mai difficile essere credibili, cioè veri. E questo ovviamente vale in primis anche per i genitori 🙂

  12. […] poi le considerazioni di Gianni Marconato che oltre a evidenziare i tanti aspetti positivi non trascura di sottolineare altresì i rischi […]

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