Perché può bastare poco per migliorare la scuola?

23 Mar di Gianni Marconato

Perché può bastare poco per migliorare la scuola?

didattica diversa

In realtà non so se sia davvero “poco” quello che propongo (niente di nuovo assoluto) perché mi rendo conto che la cosa potrebbe disturbare le abitudini di tante persone anche se l’impatto potrebbe essere quasi immediato ed a costo zero. Zero “costo” in senso economico. Altri costi non li so, al momento, stimare.

Avevo avanzato l’ipotesi  che qui riprendo semi nascosta in un post dove parlavo dell’insensatezza di certe “innovazioni” troppo facili per essere vere: la mitica didattica in movimento di ispirazione nordica ma che nelle scuola del nord non si pratica.

La non sensatezza di quell’approccio derivava dalla considerazione che se un banale dispositivo logistico-didattico funziona in una realtà, la specificità e la qualità di quei sistemi educativi è dovuta all’insieme dell’organizzazione degli stessi (*).

Cosa si potrebbe, allora, fare per dare una scossa benefica e solida al nostro sistema educativo? E farlo a costo zero (ben consapevole che di solito le riforme a costo zero hanno impatto zero)

Secondo me abbiamo a disposizione una leva potentissima, banale nella sua concezione ma di straordinaria potenza ed efficacia nel cambiare le pratiche didattiche: organizzare la didattica disciplinare in unità di almeno 3 ore, ma anche 4 o 5 non sarebbe male

Al di là delle abitudini che funzionano come ferree regole implicite, che senso ha fare una “lezione” di un ora? Magari con 5 – 6 materie in una mattinata?

Avete presente cosa implichi a livello cognitivo per uno studente passare da una disciplina ad un’altra?  Diverse logiche interne delle discipline, diversi approcci epistemologici e di pensiero richiesti allo studente, passaggi continui tra campi di significato e di esperienza. Ogni insegnante un diverso stile di insegnamento, diverse richieste di prestazione, diversi criteri di qualità e di valutazione  …

Quale persona, anche adulta e con solida motivazione all’apprendimento, ben dotata cognitivamente, capace di solide e diversificate strategie di apprendimento reggerebbe a tanti e repentini cambi di approccio alla conoscenza conservando un minimo di produttività?

Come ci si può appropriare dei contenuti se questi vengono sparati a raffica e senza tregua?

Perché chiediamo simili, e inutili, contorsionismi cognitivi agli studenti?

Cosa ci impedisce, allora, di trattare, ad esempio, due sole discipline in unità di 2 o 3 ore per ogni giornata scolastica?

Con una diversa organizzazione dell’orario scolastico un insegnare concentrerebbe il suo carico di lavoro giornaliero in una sola classe oppure lo concentrerebbe in alcuni giorni della settimana o in alcuni periodi del quadrimestre o dell’anno.

Se ne tratterebbe un beneficio immediato: con 3 ore a disposizione sarebbe impossibile fare didattica trasmissiva, insegnante e studenti scoppierebbero, se non alla prima, di certo alla seconda lezione.

Con questa organizzazione oraria si deve per forza pensare ad una didattica differente, una didattica decisamente più coerente con le condizioni dell’apprendimento umano, con l’apprendimento naturale, con l’apprendimento significativo.

Con questa scansione oraria, andando oltre la visione di una didattica differente come salvagente ai nuovi orari,  si creerebbero le condizioni per una didattica attiva, costruttiva, riflessiva, per una didattica laboratoriale e per progetti, per una didattica interdisciplinare e per competenze.

Si darebbe il gusto ritmo all’apprendimento, si consentirebbe ai processi cognitivi di fare il proprio corso,

Si creerebbero gli indispensabili “vuoti” per rigenerare corpo e mente: non solo focalizzazione sull’insegnante e sull’insegnamento ma, finalmente, le condizioni per dar modo all’apprendimento di prendere forma.

Quali potrebbero essere le controindicazioni all’adozione massiccia e sistematica di questo approccio?  Quale potrebbe essere il suo vero costo (cui avevo accennato in apertura)?

L’unica criticità (spero poco presente) penso possa essere la resistenza di qualche insegnante a modificare non tanto la sua didattica, quanto le sue abitudini, le modalità di organizzazione del suo tempo nella ripartizione tra tempo di insegnamento e tempo di vita. A quel punto ci si dovrebbe chiedere se la scuola sia fatta per gli studenti o per gli insegnanti.

(*)

  • diversa la logistica delle scuole;
  • diversa l’organizzazione della didattica;
  • diversa la cultura e le pratiche didattiche;
  • diverse le competenze medie degli insegnanti;
  • diversa la normativa che regola il rapporto di lavoro degli insegnanti;
  • diversa la dotazione strumentale delle scuole;
  • diverso il sistema della governance del sistema educativo del Paese;
  • diverso il valore sociale e l’immagine della scuola e dell’insegnante;
  • diversa è anche etica del lavoro e della responsabilità.
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