Un appunto per i decisori della formazione

Da “bravo formatore” dovrei dire che la formazione fa sempre bene o, in subordine, che la formazione non fa mai male; invece, dico che una formazione mal fatta fa tanti danni, non ultimo quello di fare perdere la fiducia che imparare cose nuove serva.

Alcune riflessioni destinate a tutti coloro che devono decidere di proporre formazione ad altre persone, Dirigenti, Funzioni strumentali, animatori e persone di buona volontà.

La formazione potrebbe essere fatta male e non servire per varie ragioni, alcune delle quali governabili proprio da coloro che decidono la formazione da fare perché la buona o la cattiva formazione dipendono dalle decisioni preliminari che vengono prese ma anche dalle aspettative che stanno alla base di quelle decisioni.

Riflettendo sulla formazione che ho fatto e su quando questa ha avuto un impatto significativo o quando non lo ha avuto, credo si debbano prendere in considerazione alcune questioni per poter assumere decisioni consapevoli e non sprecare denaro, tempo e fiducia nella formazione.

 

ASPETTATIVE: COSA È POSSIBILE OTTENERE DALLA FORMAZIONE EROGATA

L’apprendimento ha le sue “regole”. Non si può imparare tutto indipendentemente dalle condizioni di apprendimento. Riferendosi a cosa si dovrebbe imparare e a cosa si dovrebbe essere in grado di fare una volta ritornati in aula (gli obiettivi di apprendimento che si intendono perseguire), è necessario dedicare un tempo adeguato alla formazione prima che i nuovi apprendimenti vengano messi a regime. Si tratta di tempo distribuito tra:

  • istruzione formale (le “lezioni” in aula, letture)
  • appropriazione (ripasso, studio, riflessione, confronto tra pari),
  • applicazione sperimentale (test pilota, riesame dell’impatto, adeguamento),

Quanto tempo sia necessario dedicare all’apprendimento perché tutto questo sia reso operativo in un contesto dipende da “quanto” si debba imparare.

Una nuova pratica, per essere implementata, implica differenti tipologie di apprendimento: nuove conoscenze teoriche, nuove conoscenze pratiche, nuove consapevolezze, ristrutturazioni cognitive e di ruolo. Non una semplice lettura, non il semplice ascolto di qualche lezione.

Quando si decide di intraprendere una qualsiasi formazione, normalmente, si ha presente un’esigenza e anche una finalità, ma non è detto che alle condizioni date quella esigenza possa essere soddisfatta.

Per non imbarcarsi in una mission impossible, chi decide una formazione, prima di formulare aspettative sui risultati della stessa, è opportuno sia consapevole di “quanto” ci sia da imparare per poter cambiare o anche solo migliorare le pratiche reali.

A volte queste condizioni non ci sono e le aspettative devono essere ridimensionale: un punto di equilibrio sensato tra aspettative/bisogni  e risorse si può sempre trovare. Una politica formativa dei piccoli passi non è un’opzione di serie B e produrrà migliori risultati di una politica formativa velleitaria.

Con questa consapevolezza si hanno di fronte due strade: o si  allocano le risorse necessarie al conseguimento dello scopo (essenzialmente tempo – per tutti – e soldi) o si ridimensionano le aspettative ai vincoli presenti.

 

IMPATTO: POSSIBILITÀ’ DI APPLICARE COSA È STATO APPRESO

Per “fare” qualcosa di nuovo è  necessario che si verifichino tre condizioni:

  1. Saper fare: bisogna imparare a fare ciò che si deve fare; può essere impossibile fare qualcosa semplicemente perché non lo si sa fare e non lo si è mai imparato, non per mancanza di volontà: si fa bene solo ciò che si conosce bene;
  2. Voler fare: essere intenzionati a fare ciò che si sa fare; non basta sapere per fare ma bisogna volerlo fare, bisogna avere, cioè, una ragione per farlo;  tale ragione può essere intrinseca o estrinseca, giacché non tutti gli apprendimenti possono essere resi operativi per motivazione indotta dall’esterno;
  3. Poter fare: in alcuni contesti non è possibile rendere operativi i nuovi apprendimenti, pur padroneggiati adeguatamente e pur essendo fortemente intenzionati a farlo, semplicemente perché non si ha il “potere” di fare e di decidere, perché non ci sono le condizioni di contesto per poter fare: troppi impegni, diverse priorità organizzative, carenza di risorse, prescrizioni conflittuali..

La persona che dovrebbe imparare non sempre governa neppure le due prime condizioni, di certo non governa la terza. Ampia è, pertanto, la responsabilità dei decisori, delle persone di “potere” (potere  come possibilità di fare, non potere come comando)  per rendere possibile ogni cambiamento e ogni arricchimento delle didattiche a scuola.

 

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