Nata come scuola dell’emergenza, la didattica a distanza è diventata una questione politica

18 Mag di Gianni Marconato

Nata come scuola dell’emergenza, la didattica a distanza è diventata una questione politica

Abbiamo detto più volte che la didattica a distanza più che un’opzione pedagogica è una risposta all’emergenza, è LA didattica dell’emergenza.

Abbiamo detto e toccato con mano che insegnare e imparare a distanza è più difficile, meno efficiente e meno efficace che farlo in presenza.

Abbiamo più volte ribadito che la connessione non può sostituire la relazione e che la “diversa presenza”, quella ricreata attraverso il digitale, è, appunto, “diversa”; la presenza digitale è un succedaneo della presenza biologica.

Abbiamo, infine, detto che se nelle condizioni in cui tutti ci siamo trovati, la didattica a distanza non poteva non essere la risposta degli insegnanti alle criticità del momento, superato il momento, tale modalità didattica doveva essere abbandonata per ritornare alla scuola in presenza.

Non abbiamo, però, detto che la didattica a distanza nasce e si evolve come questione politica

Da come si è sviluppato il discorso su questa modalità didattica, pare che la didattica a distanza non sia destinata a scomparire dai nostri orizzonti tanto presto, e non perché l’emergenza sanitaria continuerà ancora a lungo, ma per ragioni politiche, per perseguire una precisa visione di scuola.

Che tale prospettiva (politica) fosse presente fin da subito lo si è visto già nel giorno in cui la ministra ha annunciato l’avvio della didattica dell’emergenza affermando che abbiamo davanti un grande opportunità per innovare la scuola (puntando sul digitale per insediare la didattica digitale, suppongo).

La natura politica della didattica a distanza si sta disvelando in tutta la sua terrificante magnificenza nel discorso sul rientro a scuola quando si scopre che il rientro non è poi così agevole per carenze infrastrutturali: le classi sono numerose, le aule sono piccole. Dovendo ridurre il numero di studenti per classe, si scopre che aule sufficienti a raccogliere la classe smembrata non ci sono e che anche gli insegnanti per gestire i piccoli gruppi non ci sono.

Finalmente, grazie all’emergenza, si scoprono i danni prodotti dagli enormi tagli fatti negli ultimi anni nella scuola e che hanno portato ad avere la dotazione logistica precaria e inadeguata che conosciamo, ad avere pochi insegnanti e alle classi-pollaio che caratterizzano la scuola attuale.

L’emergenza ha scoperchiato il barile della scuola impoverita di tutto.

La natura politica della didattica a distanza è visibile anche da come si sta affrontando la questione del rientro a scuola a settembre: ogni ipotesi che viene formulata è in linea con il mantra di questi anni: a costo zero per l’Amministrazione. Ecco, quindi, la didattica-spezzatino, la classe frantumata… espedienti didattici a costo zero

La scuola non merita nuovi investimenti e si deve arrangiare con le risorse disponibili, segno che non viene riconosciuta l’esistenza di una ”emergenza educativa” come si è riconosciuto per l’emergenza sanitaria quando sono state investiste ingenti risorse finanziarie per farvi fronte, quando si sono costruiti in pochi giorni ospedali da campo, si sono riconvertite in strutture sanitarie aree non utilizzate, si sono fatti inserimenti straordinari di personale.

Per la scuola nulla di tutto questo, solo la geniale idea di far partecipare metà classe in presenza e l’altra metà a seguire in collegamento video da casa.

Soprassediamo alle implicazioni didattiche di questo modo di insegnare, soprassediamo anche agli impatti sull’apprendimento e sullo stato emotivo degli studenti, mettiamo solo in evidenza la scelta politica di non investire sulla scuola non riconoscendone, evidentemente, l’importanza e neppure lo stato di emergenza educativa in cui ci troviamo dopo mezzo anno scolastico di didattica precaria. O, forse, ci si è assuefatti allo stato perenne di emergenza e precarietà.

Al di là del  momento particolare e per il quale sarebbero necessarie più aule e più insegnanti per ragioni sanitarie, il miglioramento della qualità dell’apprendimento passa necessariamente attraverso il superamento delle classi-pollaio: solo con piccoli gruppi (10 – 12 studenti) è possibile che il docente curi adeguatamente la relazione con ciascuno studente, si accerti costantemente dei progressi che sta compiendo, attivi micro interventi di recupero o di personalizzazione, utilizzi le potenzialità della didattica tra pari. Nelle classi affollate di adesso l’insegnante non può prendersi cura di ogni singolo studente ed è possibile solo una didattica standardizzata lasciando l’apprendimento alle risorse che ogni studente riesce a mettere in campo per storia propria.

La scelta, tutta politica, va ribadito, di non investire sulla scuola e trovare scorciatoie semplicistiche è evidente anche nelle ultime ipotesi che filtrano: limitare il “nozionismo” (così viene bollata la didattica disciplinare) a favore di nuovi contenuti come l’arte, la musica lo sport, la creatività – ovviamente – digitale, attività gestite fuori dalla scuola con l’intervento non di insegnanti ma di operatori del terzo settore.

Siamo all’esternalizzazione dell’insegnamento (esattamente come in Sanità sono stati esternalizzati tanti servizi appaltandoli a cooperative di infermieri, tecnici e impiegati), siamo alle prime mosse della marginalizzazione progressiva della Scuola (dice niente l’alternanza scuola – lavoro?) come istituzione e come luogo di apprendimento, le “agenzie” formative e educative sono altre. Con questo approccio non si tratta di fare più “scuola” ma di farne di meno, sempre che si ritenga che la scuola debba istruire e non intrattenere le persone.

Ecco, quindi, che la didattica a distanza nata come risposta dovuta all’emergenza, stia aprendo le porte ad una trasformazione subdola dell’assetto scolastico del nostro Paese e lo stia facendo non già per la via maestra (e costituzionale) del dibattito parlamentare ma per via amministrativa, come è già avvenuto più volte nel recente passato.

La direzione politica che il cambiamento della scuola sta prendendo è quella avviata con la così detta buona scuola: impoverimento dei curricoli culturali, professionalizzazione precoce, digitalizzazione pervasiva, abbassamento dei livelli d’istruzione in uscita, trasformazione del ruolo dell’insegnante sempre meno intellettuale e sempre più intrattenitore. Il tutto all’insegna di una innovazione di facciata, di una modernizzazione che preconizza un futuro ad immagine e somiglianza del presente.    

…e pensare che la didattica a distanza in qualche limitato caso, con studenti autonomi dal punto di vista della gestione del processo di apprendimento, per specifiche operazioni che caratterizzano l’apprendimento potrebbe tornare utile, ma con la torsione cui è stata sottoposta usandola come grimaldello per altri scopi desta giusto sospetto e resistenza.

Questo post è stato pubblicato in forma di intervista su La tecnica della scuola del 13 maggio 2020

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