Rilancio dal blog di Lorenza Boninu

3 Gen di Gianni Marconato

Rilancio dal blog di Lorenza Boninu

(l’immagine è presa dal blog “Contaminazioni” di Lorenza Boninu)

Rilancio da qui un eccellente contributo di Lorenza Boninu dal suo blog “Contamninazioni”. Lorenza, il cui blog seguo da tempo, questa volta ha scritto con titolo: ”

Riprendiamo il “discorso sul metodo”: insegnare l’autarkeia.

Lorenza esordisce con l’affermzione che non vuol essere un’insegnante “divertente” ma che le bastrebbe essere un’insegnante “appassionante”. Condivido pienamente, specie  se penso a quei colleghi che vorrebbero attirare l’attenzione con barzellette e battutine di dubbio gusto ….

Collegato alla questione della “passione” per la materia e per il mestiere, viene presto il tema centrale del post,  tema che a mio avviso, è parecchio pericoloso anche se comprensibile.

Lorenza rileva l’atteggiamento, prevalentemente svalutativo, che la società ha del lavoro dell’insegnante e dice “me ne frego” (mia “traduzione”). E dice:

…. ho letto un numero sufficiente di classici latini e greci per aver imparato la lezione della cosiddetta autarkeia, ovvero l’autosufficienza emotiva. In altre parole, della stima sociale non me ne potrebbe fregare di meno. Le mie passioni (non ultima la passione dell’insegnamento) mi bastano

Così ho commentato nel suo blog, e spiego perchè il discorso del “me ne frego” è pericoloso

Lorenza, condivido in buona parte i tuoi ragionamenti, in primis, quello che se l’insegnante non è motivato  ecc …, mai riuscirà a motivare eccc…. Capisco, anche, il tuo “me ne frego” di cosa ne pensa la società del lavoro degli insegnnati,  ma il vero problema non è la società che lo svaluta, ma quando sono gli studenti – i TUOI studenti – a dire “il mio insegnante è uno sfigato“. E, ti assicuro, sono tanti gli studenti che lo pensano (pubblicherò una testimonianza in questo senso in post che ho in gestazione e che non sono sicuro se rilasciare o meno).

Indipendentemente da questo ordine di riflessioni, il vero problema per chi insegna non è l’intrinseco valore di ciò che è oggetto della didattica, ma il SENSO che questo ha o non ha per chi deve apprendere. La sfida è, dunque, quella di far si che quelle tematiche non abbiano un senso per chi insegna, ma per chi apprende. In fin dei conti, noi insegniamo per gli altri, mica per noi stessi!!!

Quindi, cara Lorenza, continua a pur fregartene di  cosa pensi la società del tuo lavoro, ma fatti apprezzare dai tuoi studenti e fai apprezzare loro le cose che insegni

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5 Commenti

  1. ciao Gianni,
    concordo sull'”eccellenza” dello scritto di Lorenza!
    Come non condividere.
    Sulla motivazione in primis dell’insegnante, sull’appassionare innanzi tutto. Con i miei piccoli alunni devo utilizzare anche “divertire”, devo suscitare anche “divertimento” (anche stamane ho detto: “divertiamoci a scoprire…!”). Non gli attribuisco il senso etimologico giustamente sottolineato da Lorenza, ma “imparare divertendosi”, imparare anche con il gioco (fondamentale, ripeto, con *piccolo alunni*)
    Quanto al docente sfigato, ahia! Passi per la società (mi assocerei al me ne frego) ma se sono gli studenti…
    Leggeremo il tuo post ! 🙂
    ciao
    g

  2. Mah. Oggettivamente, nella società di oggi, un uomo che guadagna poco (insegnante o meno) è comunque uno sfigato. Per una donna il discorso è diverso: da una donna non ci si aspetta che guadagni molto, ma più che altro che sia belloccia ed eroticamente disponibile. Da un uomo, al contrario, la società (e la donna stessa) si aspettano prima di tutto l’efficienza economica, unita a quella sessuale. E’ una banalità. Ma è la società di oggi (nella quale i nostri alunni sono immersi, e vi resteranno, a meno che non vadano a fare gli eremiti, gli anarchici o i liberi pensatori, votandosi così ad una vita di eroici sacrifici e battaglie vane) che è banale, non io. A tutto ciò si aggiunge lo scarso prestigio che oggi ha un sapere fine a se stesso, autarchico appunto, che non sia finalizzato al denaro e al potere. Non viviamo nell’Atene di Pericle, o nella Roma di Augusto, o nella Firenze dei Medici. E anche Orazio e Seneca professavano a parole l’indifferenza e il disprezzo per la ricchezza e il potere, ma vivevano a corte. Per disprezzare il denaro e il prestigio sociale bisogna averne in abbondanza. Il denaro e il prestigio, per il maschio, sono come il sesso: quando se ne ha, non ci si pensa, quando non se ne ha, non si pensa ad altro (invero la maggior parte degli uomini, dei maschi intendo, non pensa ad altro anche quando ne ha, e ciò è forse insito nella loro natura). Questa è l’amara realtà. La filosofia e la letteratura servono appunto per cercare di evaderne, di estraniarsene, più che (come vuole il luogo comune intellettualoide e pedagogicoide) di “comprenderla criticamente”; fine, questo, in vista del quale è ben più utile, anche se più squallida, la diretta e quotidiana esperienza. Devi assolutamente pubblicare il post sulla percezione che gli alunni hanno dell’insegnante come sfigato. Non è casuale, poi, che (stando ad un’indagine) il paese in cui gli insegnanti sono maggiormente stimati dagl alunni sia la Svizzera, cioè quello in cui sono pagati di più. I miei alunni mi prendono per i fondelli appunto perché guadagno poco. E, dal loro punto di vista, hanno ragione. L’amore per la cultura, oggi, è fonte di derisione. L’intellettuale, lo studioso (a meno che non ottengano successo e soldi, come Eco e pochissimi altri) sono visti come imbecilli, o come marziani, in un mondo in cui il sapere in sé, disinteressato, conta davvero poco. Gli insegnanti dediti allo studio e alla ricerca sono derisi anche dai colleghi.

  3. D’accordo con lei, “professore inutile” (il cui nome simboleggia la sua triste condizione di professionista non rispettato dai suoi studenti), mi ricollego al discorso della società odierna, fatta di divi resi famosi per aver ricattato con foto compromettenti personaggi noti, o per aver partecipato a reality dove il termine stesso sembra quasi avere un’accezione ironica, o per essere entrati in Parlamento e essere divenuti ministri solo come premio alle ottime prestazioni sessuali offerte ai nostro eminentissimi governanti (che le hanno evidentemente gradite). La cultura diventa strumento pericoloso per il regime di soppressione dell’informazione che si è venuto a creare in questo triste Paese, giusto quindi ridicolizzarla e rendere i nostri figli deficienti affinché credano a quelle pagliacciate di telegiornali o finte tribune politiche a cui assistiamo quotidianamente. Logico quindi che oggi i ragazzi abbiano un’altra dimensione, poco rispetto verso l’insegnamento e soprattutto pochissima motivazione nell’affrontare un percorso di apprendimento e di formazione di un pensiero culturale, con l’inevitabile conseguenza che i giovani stiano smarrendo personalità e spirito critico.

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