11 Giu di Gianni Marconato

Lesson Learned

A giorni uscirà il mio secondo libro (ne vado orgoglioso più per la forma che per  il contenuto; saprete presto cosa intendo). Anticipo qui una parte della presentazione (firmata da Peter Litturi ma che mi vede come gost writer e per questo me ne assumo tutti gli oneri) perchè rappresenta, oltre a quanto imparato nella gestionde di un importante progetto di utilizzo didattico delle tecnologie, il mio punto di vista (attuale) sulla questione. Ci sarebbe anche altro da aggiungere ma per ora mi accontento di queste “lezioni imparate”. Scusate se è poco

 

  • non è pensabile una scuola moderna che non faccia uso esteso anche delle tecnologie (digitali e di internet)
  • l’utilizzo delle tecnologie dovrebbe essere concepito e reso operativo come una pratica “normale”
  • gli insegnanti dovrebbero acquisire una buona confidenza tecnica con l’uso delle tecnologie digitali in modo da poter agire come coach, più che come “esperto” dei loro studenti nell’uso delle stesse
  • le tecnologie possono migliorare gli apprendimenti ma lo possono fare solo se il loro uso è guidato da una chiara e consapevole intenzionalità didattica
  • le tecnologie non possono essere considerate il “cavallo di Troia” per entrare nei meccanismi del cambiamento e dell’innovazione; farlo potrebbe significare adottare una strategia errata trascurando di intervenire ed incidere sulle criticità rilevanti
  • le tecnologie vanno proposte ed usate nel contesto di più ampi approcci al miglioramento delle pratiche didattiche
  • i progetti di innovazione richiedono un forte committment da parte della dirigenza e l’assunzione di una prospettiva di medio – lungo periodo; al di fuori di queste condizioni si avranno solo progetti dimostrativi e che non assumeranno mai la dimensione del mainstreaming
  • i processi di innovazione, anche se attivati con approccio top-down, devono vedere il coinvolgimento diretto degli insegnanti che dovrebbero essere messi nelle condizioni di attivare processi di peer-teaching e coaching
  • i processi di innovazione richiedono una significativa mobilitazione di risorse e, tra queste, il tempo di lavoro delle persone coinvolte, tempo che non dovrà essere residuale o marginale (o volontaristico) ma integrato nei compiti e nel tempo che caratterizzano la mission istituzionalmente assegnata agli operatori
  • le tecnologie (digitali e di internet) vanno autenticamente considerate alla stregua di strumenti a disposizione degli insegnanti e non un fine ne un valore in sè
  • le tecnologie possono consentire la differenziazione e l’arricchimento delle strategie didattiche e per questa ragione la capacità di far fruttare al meglio le tecnologie stesse è strettamente correlata alle abilità didattiche degli insegnanti (gli insegnati “migliori” fanno gli usi “migliori” delle tecnologie)
  • il punto di partenza/ancoraggio per un eventuale uso delle tecnologie non è rappresentato dalle specificità delle tecnologie ma da un obiettivo di apprendimento da conseguire o da un problema didattico da risolvere
  • non esiste una didattica specifica per le tecnologie ma esistono strategie didattiche all’interno delle quali l’insegnante può considerare l’opportunità di utilizzo di qualche tecnologia
  • le difficoltà operative spesso riscontrate in associazione con l’uso delle tecnologie, ad un’analisi attenta, sono nelle maggior parte dei casi riconducibili a problematiche più generali di esercizio delle attività didattiche; l’impegno materiale, cognitivo ed emotivo associato ai processi di innovazione e le implicazioni operative associate all’uso delle tecnologie possono solo rendere quelle problematiche più evidenti.

 

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Immagine www.mariedargent.com

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4 Commenti

  1. Molto interessante e, naturalmente, attendo con curiosità lo svolgimento di quanto le anticipazioni lasciano presentire.
    Trovo particolarmente intriganti le istruzioni per l’uso del “cavallo di Troia”.
    Sono portata a pensare che l’approccio alle nuove tecnologie per gli insegnanti non dovrebbe essere particolarmente diverso da quello di qualsiasi altra professione; per essere chiara anche medici, magistrati o artigiani usano gli strumenti delle tecnologie informatiche e, a questo proposito mi sembra naturale citare un bellissimo post di Andreas Formiconi sulla cittadinanza digitale http://iamarf.org/2011/05/31/daily-cittadinanza-digitale-garantita-a-tutti-dalla-nascita/ in cui si parla di un “artigiano tornitore” che ha assolutamente bisogno del collegamento a internet.
    Tuttavia è abbastanza frequente che gli insegnanti abbiano bisogno di specifiche ritualità e liturgie quando si accostano al pc (e strumenti affini): basta osservare il particolare agghindarsi dei cosiddetti “blog didattici” nei quali, di solito, la figura centrale e protagonista è comunque il docente (che fa, che scrive, che si espone). La mia non è una critica: amo la scuola e stimo i docenti, ma proprio per questo mi chiedo quale sia il motivo per cui il tempo o la professionalità del docente dovrebbero avere una ritualità diversa o meno naturale di quella del tornitore o del metereologo o del magistrato.
    Avrei altro da dire, ma non voglio abusare della cortese ospitalità per cui chiudo. Attendo con fiducia il libro. In bocca a lupo Gianni!

  2. Gianni, concordo con molti dei punti contenuti all’interno della presentazione del tuo secondo libro.
    Qualche giorno fa mi è capitato di leggere una citazione di Giovanni Biondi (In Menti Digitali, casa editrice Stilo):
    “L’obiettivo deve essere quello quindi di evitare con attenzione il pericolo di considerare il problema tecnologie come prevalente o peggio esaustivo. L’entusiasmo di insegnanti “neofiti”, conquistati a questa fede, non giova… Nello stesso tempo la diffidenza, il pregiudizio che accompagnano le paure di molti insegnanti decisamente contrari ad un oggetto percepito confusamente come nemico della “cultura” perché costruito di metallo e perciò in contrapposizione con la carta, con il libro, non servono a capire i caratteri originali di uno strumento che può realmente aprire nuovi orizzonti nella scuola.”

    In tutti i casi, o che si tratti di insegnanti “neofiti” o che si tratti di insegnanti “decisamente contrari”, credo che gli insegnanti motivati si adoperino comunque per elaborare, inventare, sperimentare percorsi che portino ad un apprendimento efficace.

    Le tecnologie digitali, così mi sembra di capire, se ben utilizzate possiedono però un valore aggiunto. Non c’è dubbio alcuno. A questo punto, tuttavia, mi fermo a considerare un aspetto della questione.

    Alcuni docenti sostengono che molti giovani ottengono ugualmente il successo scolastico anche attraverso una didattica di tipo tradizionale e che con l’uso delle tecnologie digitali non è diminuito il numero degli alunni destinati all’insuccesso.

    Io credo che sia arrivato il momento di comprendere la reale portata dell’uso delle tenologie digitali nel superamento delle difficoltà di apprendimento o nel miglioramento delle prestazioni degli alunni. Mi riferisco, in particolare, alle nuove prospettive che si aprono nella valutazione delle pratiche di apprendimento dell’homo technologicus inteso come uomo potenziato dal computer.

  3. @ Maria Serena: sull’uso del blog da parte degli insegnanti io identificco due utilizzi:
    1) uso da paret del docente come ambiente di condivisione con altri colleghi delle proprie esperienze didattiche in forma di riflessioni e/o di risorse
    2) uso didattico in senso proprio: il blog come ambiente per lo sviluppo di attività didattiche assegnando al blog stesso specifiche funzioni nel processo di insegnamento e di apprendimento.
    Sono entrambi usi “ricchi” del blog.
    Se hai altro da dire,arricchisci tranquillamente la nostra conversazione online 🙂
    @ Fermina: su Biondi io sono sempre perplesso non tanto per quel che dice ma per la coerenza tra quanto dice e quanto fa nel suo ruolo istituzionale. Es: anni fa ha bubblicato un libretto dove attacca certi usi delle tecnologie (concordando pienamente con quanto scrisse) dimenticando di essere alla direzione di un’organizzazione che quegli usi (INDIRE) ha promosso per anni. Decisamente schizzofrenico. Quindi, ben vangano le sue sagge parole (come quelle che citi e che sono in sintonia con alcuni dei punti da me evidenziati) ma un po’ di coerenza in più non guasterebbe.
    La vera questione è quelle che dici tu in chiusura: quale è il valore aggiunto dell’uso didattico delle tecnologie.
    Io ho due semplici (si fa per dire) riferimenti concettiuali ai quali mi attengo: Le tecnologie come strumenti cognitivi e l’apprendimento significativo con le tecnologie. Ne ho parlato più volte qui nel passato ma prima o poi un riepilogo me lo faccio

  4. Sì, certamente, condividere con i colleghi è un uso ricco specialmente (o a patto che) vi sia una intenzione di ricerca, di progettazione, di apertura alla valutazione; diverso potrebbe essere un diario personale in cui parla solo la voce dell’insegnante (che continua a fare il prof anche su web) allora ne sarei meno convinta. Il blog personale, come sappiamo, ben si presta all’autonarrazione di cui conosciamo le incognite. Può inoltre capitare, ad esempio, che il blog di un/una docente sia poco orientato al dialogo, alla discussione schietta e che anzi diventi un buon giardino personale, ricco di aiuole ben tenute, in cui ci si dà reciprocamente ragione senza farsi mai ombra, senza potare il troppo o stimolare il troppo poco.
    Apprezzo anche il “ il blog come ambiente per lo sviluppo di attività didattiche assegnando al blog stesso specifiche funzioni nel processo di insegnamento e di apprendimento”. Però nel momento in cui ci si mette in pista su web con una classe siamo davvero capace a dar voce a chi, di solito, a scuola non ha voce? E’ una questione complessa. Facciamo una piccola indagine sulle intestazioni dei blog, cosa troviamo? : Blog del/lla prof tale o del/della maestro/a talaltra/a e i ragazzi? come li inseriamo?
    Vorrei chiarire che non intendo criticare il buon lavoro di tanti insegnanti, sto solo sollevando un problema. Direi che la definizione di “blog didattico” sia inevitabilmente ampia e la sua strutturazione dev’essere libera, ma nel contempo potrebbe esser utile mirare a un codice di autocodifica.
    Ci sarebbe “altro da dire”; ad esempio che il blog nasce come uno spazio personale e che un blog didattico non sempre può esserlo.
    Insomma mi interessa molto la discussione (e qui vado fuori tema, e mi scuso): cos’è un blog didattico? è pensabile progettare un format di blog didattico?
    Grazie per l’attenzione 🙂

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