Insegnare, una professione estrema?

20 Gen di Gianni Marconato

Insegnare, una professione estrema?

Cattura Cesare

Gran bella nota, quella di Cesare Moreno su Facebook che ha preso lo spunto da un mio post qui, che a sua volta aveva preso lo spunto da un input di Paolo Landri, sempre su FB .

Cesare, grande ed eroico maestro di strada, parla della sua esperienza, che in commento su FB ho  definito estrema, di maestro di strada e ne parla dal punto di vista degli insegnanti, delle difficoltà cui sono andati in contro, tanto che la maggior “dispersione” si è avuta tra gli insegnanti, non tra gli studenti. Basta questo per dare un’idea delle sfide con cui i Maestri di Strada (meritano la maiuscola) si sono misurati.

Rilancio qui alcuni passaggi della nota perché Cesare, con  grande capacità di introspezione, ascolto ed analisi mette in evidenza le principali questioni con cui ogni insegnante si misura quotidianamente- Di certo, la sua esperienza “estrema” gli ha offerto, da questo punto di vista, un invidiabile campionario umano e di situazioni  che rappresentano un estratto di “tutto ciò che l’insegnante è, non dovrebbe essere, fa e non dovrebbe fare” .

Per ora li seleziono, li isolo, li pubblico qui riservandomi di ragionarsi su un pezzo alla volta, un post alla volta-

Questi i temi sviluppati da Cesare:

  • il dolore dell’insegnante di fronte alle impotenze di un mestiere difficile, a volte impossibile;

  • il rifugio in riti stanchi e vuoti come salvezza dalla fatiche quotidiane e dall’impossibilità di agire;

  • la necessità di “prendere un respiro”, di arretrare un po’ per prendere la rincorsa;

  • l’assunzione di responsabilità individuale come unica salvezza;

  • i tanti virus che addormentano il pensiero dell’insegnante liberato 

 

Qualche passaggio e qualche considerazione

… spesso è che in certi anni produceva più dispersione tra i 26 doventi ivi impiegati che non tra gli allievi faticosamente ripresi dalla strada!

Questa particolare forma di dispersione è segno evidente delle condizioni estreme di quel lavoro, condizioni che non consentono l’ottenimento neppure di quel risultato “minimo vitale” che consente all’insegnante di avere una buona auto immagine professionale per continuare a lavorare. Dove neppure i soliti riti (didattici) funzionano. A volte vedo insegnanti disorientati (eufemismo) perché non riescono a vedere la luce in quella black box che è il pensiero dello studente e dell’apprendimento, non sanno da che parte prendere lo studente …

 

… un docente di ‘media cultura ed umanità’ ….  non ce la fa. Non ce la fa a pensare e praticare cose diverse da quei rituali, che è necessaria una fatica immensa a reinventarsi ogni giorno la giornata in modo interattivo, in una situazione che è mentalmente e praticamente caotica.

Ecco, forse i comportamenti “rituali” (interrogazioni, compiti per casa, pratiche didattiche consolidate …) altro non sono che una via di fuga, o un rifugio, alle insostenibili fatiche quotidiane.

 

Oggi il docente a scuola non ha neppure il tempo per respirare, ma soprattutto non ha lo spazio mentale per pensare il suo lavoro, non ha lo spazio per affrontare il dolore suo e dei suoi allievi a vivere una situazione insensata.

Senza la possibilità di prendere distanza dal proprio lavoro si scade nella routine  nella ripetizione. Non c’è scampo. Allontanarsi un po’ per guardarlo da fuori, per ragionarci su, per riflettere, per cogliere  ciò che va bene e ciò che potrebbe essere migliorato. Si chiama “pratica riflessiva”; meglio di tanta formazione con gli “esperti”.

 

…  non siamo del tutto convinti che stare al mondo abbia un senso …  Ora lavorare con i giovani riapre ogni giorno quei dubbi. Se in qualche modo abbiamo risolto quei dubbi, o meglio ci conviviamo con saggezza, incontrare un giovane in formazione rinnova il piacere delle nostre scoperte e il significato dei nostri compromessi, se invece quei dubbi hanno lasciato ferite a mala pena cicatrizzate l’incontro non fa altro che rinnovare quel dolore, mettere sale sulla ferita.

Ottima pista di lavoro in chiave psicoanalitica del possibile disagio di qualche (?) insegnante. Mi ritorna in mente un articoletto di Umberto Galimberti dove affermava che insegnare non è un mestiere per tutti e che tra i criteri di selezione per l’accesso alla formazione ci dovrebbe essere anche l’accertamento di un minimo di requisti “mentali”. Non so …..

Voilà: molto meglio evitare; una bella lezione frontale,  una bella interrogazione ripetitiva, un rituale senza significato ci mettono al riparo da tutto questo. L’insensato sostituisce la dolorosa ricerca di senso.

La ricerca di significato dovrebbe essere lo scopo dell’istruzione. Senza significato non si ha apprendimento. L’insensato come riparo dalle ansie.

 

Nella nostra riflessione abbiamo imparato a dire che nella catena delle responsabilità un ruolo rilevante ce lo ha l’architetto di sistema, colui che ha disegnato e costruito il tutto, colui che ha stabilito regole mortifere.  E questo è molto importante perché ci aiuta a tollerare quelle cose che voi umani non vedete e anche noi non vorremmo vedere. Ma al tempo stesso è una grande bugia: vi informo che l’architetto di sistema non esiste, ma è solo una nostra astrazione , una costruzione consolatoria perché non sappiamo rispondere alle domande di senso. E dopo vane ricerche sono giunto alla convinzione che non esiste.  Il pilota di questa astronave è morto da un pezzo e il pilota automatico è guasto!

Solo una posizione paranoide attribuisce ad altri i mali che ci sono caduti addosso. Di certo i mali della scuola non sono il frutto di una mente sola e particolarmente capace e malefica. Questi mali sono il sedimentato, coerente, di azioni e non-azioni che si sono sviluppate nel corso di questi ultimi decenni. La questione è se queste colpe ci assolvono da ogni  nostra azione responsabile. Cesare lo dice bene nel passaggio successivo.

La principale conseguenza di questa importante scoperta è per me l’assunzione di una responsabilità da ministro – senza portafoglio e senza stanza dei bottoni, senza averne avuto mandato da nessuno –  una onnipotenza paranoica costruita che è l’unico riparo dalla follia altrui, ma al tempo stesso una chiave per la comprensione del disagio dei docenti che si trovano ad essere gli agenti di un architetto inesistente.  

Perché quando manca un responsabile finiamo per attribuire a noi stessi la responsabilità del disastro o viceversa a comminare assoluzioni generali perché “io mi sento a posto”.  

Inutile dirlo, ogni insegnante ha NO TE VO LI spazi di libero movimento per caratterizzare a modo proprio il tempo del suo insegnamento. Tanti insegnanti lo dimostrano tutti i giorni. La questione è, sempre e comunque, aperta e le attività dei Maestri di Strada (Moreno, Pirrozzi ed altri) sono una grande testimonianza di cosa si possa fare se uno si sente assolto solo quando ha fatto ciò che la propria coscienza gli dice di fare.

 

Credo che in politica come per i temi dell’educazione che vogliamo discutere ci siano molti ‘portatori sani’ di quei virus che vogliamo combattere.

  • Ad esempio il virus della sudditanza, il virus del ‘ci penso io’,
  • il virus  del “ma non possiamo perderci nel particolare”,
  • il virus  del ‘dobbiamo pensare allo stesso modo se no il nemico si approfitta’,
  • il virus del “c’è il rischio che…” (c’è sempre un rischio in agguato, se non vuoi rischiare levati di torno),
  • il virus “lo Stato e buono sempre, il privato è il male sempre”;
  • il virus “prima i soldi poi i cambiamenti”;
  • il virus “senza incentivi economici gli insegnanti non possono migliorarsi” (*)

Virus su cui riflettere.

Qui entrano in gioco i valori che ognuno di noi ha assunto e costruito, passo dopo passo, giorno dopo giorno. E, come diceva quel amico del Manzoni, i valori, se uno non ce li ha, mica li può trovare al supermercato. Fuor di battuta, i virus di cui Cesare rileva l’esistenza sono difficili da mettere in evidenza; se anche li rilevi con tanto di tac a contrasto cromatico, c’è sempre che dice che quella tac non è la sua …. Sono virus che vanno combattuti, contrastati giorno per giorno, in modo puntuale. Credo che un primo passo stia nel riconoscerli anche in sé.

 

Il virus “è un sogno impossibile” (noi maestri di strada abbiamo assunto ad assioma l’obbligo di sognare ciascuno come oggi non è) … ….  sono diventati tic nervosi che impediscono il pensiero.

Quando ci si avvita in pensieri stereotipati è difficile avere la lucidità necessaria per

 

(*) Sempre da Cesare: … qualcuno ha fatto una indagine sul tasso di miglioramento degli insegnanti che percepiscono l’incentivo per le zone a rischio? Qualcuno, please, vuole fare un’indagine sul tasso di genialità degli insegnanti che percepiscono 80 euro all’ora per fare un PON); il virus “gli insegnanti sono stufi di aggiornamento”

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