19 Gen di Gianni Marconato

Interrogare è uno (stanco) rito?

Cattura Landi

L’input questa volta viene da Paolo Landri, che fu Facebook posta:

In questo periodo nelle nostre scuole superiori si consuma il rito stanco delle interrogazioni orali, nel quale un ragazzo/una ragazza sono chiamati a ripetere ciò che hanno letto e da ciò che dicono si produce un voto. Ora io mi chiedo: ma tonnellate di esperienza pedagogica non hanno insegnato niente ? Non esiste ormai una quantità impressionante di prove alternative (progetti, ricerche, video, siti web, musica, esperimenti, etc.) che potrebbero essere in grado di valutare le competenze degli studenti ?

Attorno a quel post si è sviluppata una discussione intrigante che ruota su due temi:

  1. Non è colpa degli insegnanti se non si cambia;
  2. L’insegnante ha ampi margini di manovra per cambiare, se vuole.

C’è chi dice che si è persa la voglia di fare scuola e chi dice che se qualche tentativo di cambiamento lo si fa, poi si ripiega sulla tradizione; c’è chi parla di “grido di dolore” di tanti insegnanti per la reale impossibilità di cambiare.

Ammesso che sia utile cambiare (io sono di questo avviso), ci sono tante tecniche collaudate di “valutazione autentica” o di “valutazione significativa”. Si usano da anni, anche nelle nostre aule.

L’apprendimento significativo richiede una valutazione autentica.

In fin dei conti, far ripetere informazioni è la modalità meno efficace per consentire ad uno studente di rappresentare ciò che ha imparato, per far vedere all’esterno la propria conoscenza. Con la classica interrogazione si valuta poco ed in modo incompleto. Molto meglio, nel senso di più attendibile, valutare un artefatto costruito con la conoscenza che si vuole valutare.

Quando non si cambia, io credo che il più delle volte questo sia frutto più di una inerzia operativa e concettuale che di convincimento o di un contesto che lo rende possibile. Una specie di coazione a ripetere.

Non si cambia perché non perché non si sappia come cambiare, ma perché non  si percepisce neppure che sia la possibile cambiare. Si è sempre fatto così e si continua a fare così. Non è sempre andato bene?  Io mondo è sempre andato avanti.

Ci si trascina stancamente, con riti di cui non si conosce la ragione, come dice Paolo Lanrdi,

Ricordo di aver letto tanto tempo fa da qualche parte, non ricordo dove:

Se vuoi cambiare il modo di insegnare, inizia col cambiare il modo di valutare

 

 

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2 Commenti

  1. Credo che il cambiamento dovrebbe riguardare anche il modo di condurre le interrogazioni stesse, oltre che l’uso di strumenti ad esse alternativi. L’interrogazione dovrebbe essere (sempre) intesa non soltanto come ri-produzione dei contenuti appresi, ma come interpretazione e rappresentazione degli stessi mediante la propria voce. Occorre quindi lavorare anche sul contenuto espressivo, nonché, ovviamente, sull’elaborazione delle nozioni (non sulla mera “assimilazione”). Ciò significherebbe, a mio modesto avviso, considerare l’interrogazione come una performance, non nel senso del rendimento del soggetto nel rispondere a una domanda, ma in quello pedagogicamente più efficace del far proprie le conoscenze acquisite e renderne conto in modo consapevole.

    Probabilmente, in molti casi è effettivamente così che si cerca di operare. Immagino che molti insegnanti siano d’accordo su questa visione della più tradizionale delle forme di verifica. Si sa quanto frequente e tuttavia deprecabile sia lo studio “a memoria”; ancor più lo è lo studio avente il semplice scopo di soddisfare una richiesta e ottenere una valutazione certificabile. Ma tutto questo non aggiunge nulla all’esperienza scolastica, demotiva insegnanti e studenti e a questi ultimi rischia di non lasciare altro che insoddisfazione e, soprattutto, indifferenza nei confronti dell’istruzione.

  2. Marco, di certo una “interrogazione” può essere condotta in tanti modi e può avere, ad esempio, un orientamento alla rielaborazione delle informazioni. a mio avviso potrebbe essere utile anche il collegamento tra concetti, tipo una mappa concettuale “a voce”. Ci si può muovere nella logica dell’argomentazione, della discussione di una questione, di sostenere un punto di vista con riferimenti e dati. Ci può essere una conversazione a due …si può andare oltre la classica “interrogazione” ma, a quel che vedo, a prevalere è l’insegnante che “domanda” con riferimento ad una sezione più o meno ampia di testi studiati, e lo studente che replica ciò che in quei testi è scritto.
    Sempre più spesso sento insegnanti che si e mi domandano come evitare l’inutilità dello studio forsennato in vista dell’interrogazione. Questo è un comportamento indotto da ciò che l’insegnante ha insegnato e da come poi valuta. L’unica via che intravvedo è di cambiare la forma della valutazione

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