Dopo tanto fosforizzare (lo ho sentito dire da francesi a proposito di tanto parlare inconcludente) passo a cose concrete e parlo di didattica con, senza e per le tecnologie.Lo faccio scrivendo e riflettendo su una breve attività didattica che ho appena concluso. Il contesto: una giornata in un corso-concorso di 40 giornate per laureati in discipline tecnico-scientifiche preparatorio ad un concorso pubblico per assunzioni a tempo indeterminato. Il mandato: affrontare il tema delle comunità di pratica e dell’apprendimento collaborativo, per “convincerli” ad adottare questi nuovi approcci per la propria formazione. Tempo: 7 ore. Bella sfida …..

Tema, per i partecipanti, completamente nuovo ed estraneo alle proprie pratiche professionali se visto come tematica da affrontare in modo diretto: “oggi vi parlerò di comunità di pratica e di apprendimento collaborativo”. Assolutamente rilevante (per me, il problema è farlo diventare anche per loro …) se lo vedo come approccio concettuale, come teorie-guida nella prospettiva dell’auto-sviluppo e dell’apprendimento continuo.

E’ questo l’approccio che mi convince e che scelgo (1^ scelta didattica). La 2^ scelta didattica fa riferimento a quello che Rogers Schank identifica come la principale criticità, la ragione del principale fallimento di una azione didattica, il “dare risposte senza che il destinatario si sia stata fatto alcuna domanda”.
In realtà, se un problema non viene percepito, perché proporre soluzioni? Sarebbe un parlare a vuoto ed a nulla servirebbe accusare i partecipanti di scarsa sensibilità, di conservatorismo ed altre, normali e difensivistiche, insolenze ingiustificate.

Decido, quindi, di dedicare la prima parte dell’intervento (20 – 30% del tempo disponibile) a problematizzare la tematica, ad esplicitare le ragioni per cui auto-sviluppo ed apprendimento collaborativo sono questioni rilevanti anche per loro e preparare, così, il terreno alla presentazione delle modalità e degli strumenti per sostenere l’auto-sviluppo secondo modalità anche di apprendimento collaborativo.
Questo percorso, dovrebbe, a mio avviso, rendere significativa una tematica, apparentemente estranea.
Non posso, ovviamente, affrontare deduttivamente e direttamente il tema con una comunicazione teorica su auto-sviluppo, apprendimento collaborativo, comunità di pratica. Sarebbe una tortura (per loro) ed un suicidio (per me).

3^ scelta didattica: approccio induttivo e 3 – 4 brevi discussioni su altrettanti temi. In sequenza: quando ho appreso e quando no, cosa caratterizzava quelle situazioni, come apprendo nella vita di tutti i giorni quando devo risolvere un problema o devo fare una cosa che non so fare. Riflessione individuale, confronto di gruppo, sistematizzazione delle analisi. Tutto il lavoro raccolto, da me, via PC video-proiettato con il supporto di MindManager per la visualizzazione, in forma di mappe mentali, della conoscenza così costruita.
Formulata (si spera), così, la domanda, via con le “risposte”.
Si inizia con la presentazione da parte dei partecipanti delle proprie “risorse” per l’apprendimento (siti propri ed altrui, comunità, blog ….).
Poi presento io, stando attento (4^ scelta didattica) a mettere in evidenza come i diversi strumenti (prevalentemente di web 2.0) siano usati da persone normali (io, ad esempio che non sono un gran informatico, anzi …), che anche le piccole e semplici cose (ad esempio le mie) siano visitate da molte persone. Attenzione, cioè, alla pratica reale, con le sue “miserie”, i limiti, le imperfezioni, non alle potenzialità.
Conclusione con un bel wrap-up (5^ scelta didattica) consistente in “riflessioni” di gruppo ed a voce alta (e generazione di un paio di mappe) su come posso IO usare questi strumenti nella mia pratica quotidiana ed a quali condizioni. Scopo dell’attività: favorire la contestualizzazione personale.
Risultati?

  • Nessun problema ad avere la partecipazione ai lavori
  • Ottima la produttività e la conoscenza costruita collaborativamente (vedi la quantità e la qualità delle mappe)
  • Da buona ad ottima la soddisfazione espressa verbalmente (da una decina di poersonel le altre, zitte)
  • Applauso finale

Problemi?

  • Tutti i limiti connessi con la gestione di una mega-aula di 28 persone (hanno “partecipato” circa la metà).
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2 pensiero su “Mission (quasi) impossible in 5 mosse”
  1. Ma guarda che bell’esempio di lesson plan!
    Ma non scrivo solo per i complimenti, che del resto sono superflui :-)..
    Piuttosto per un’ulteriore provocazione sul tema dell’ingegnerizzazione della conoscenza.
    Ovvero: adesso hai descritto ottimamente la tua lezione in linguaggio naturala e va bene. Ma… come la vedresti la possibilità di “codificare” il tuo lesson plan in modo “formale”, usando uno specifico “linguaggio” in grado di rendere “leggibile da computer” e “riusabile” (oh, ma quante virgolette sto usando???) la tua esperienza?
    Questo è l’obiettivo (il sogno?, il mito?) di un “successore” del vituperato SCORM, ovvero il Learning Design…
    (per un’introduzione a LD, consigliabile questo articolo in italiano. Per la cronaca, ;-), ho scritto anch’io qualcosina sull’argomento in Je-lks numero 2-2005…).

  2. Antonio, conosco bene il tuo appassionato lavoro e le tue riflessioni sul LD. Il sasso che lanci merita un post. Grazie per assist ….. A buon rendere …..

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