Eden Conference Napoli (6). Arrivano i nostri ( e le nostre)

16 Giu di Gianni Marconato

Eden Conference Napoli (6). Arrivano i nostri ( e le nostre)


Una nutrita rappresentanza di “nostri” blogger e colleghi di Padova e Firenze

Antonio Fini e Giovanni Bonaiuti, Università di Firenze, Laboratorio di Tecnologie dell’Educazione, presentano una loro esperienza caratterizzata per l’uso delle tecnologie che va oltre la focalizazzione su un LMS. Basato sul concetto di PLE (Personal Learning Environment), hanno sviluppato un ambiente di integrazione tra Moodle e ELGG denominato LTEver in cui ciascun membro della comunità può sviluppare un ambiente personale a supporto del proprio apprendimento.

Corrado Petrucco, Università di Padova propone il suo cavallo di battaglia, il paradigma delle folksonomie narrative a supporto della creazione di ontologie. La concettualizaione trova pratica attuazione nell’ambito della comunità EduOntoWiki, una comunità di professionisti dell’educazione.

Maria Chiara Pettenati ed Elisabetta Cigognini e Fortunato Sorrentino, Università di Firenze, presentano un interessante e ben congegnato paper sul PKM, Personal Knowledge Management ed offrono un articolato modello concettuale, collegato alle tematiche “contemporanee” del connettivismo, del Life Long Learning (argomentando, ho suggerito loro di aggiungere la W di wide), dell’apprendimento informale. Il loro lavoro li ha portati a mettere a punto un modello generale che può essere preso a riferimento per la concezione, la progettazione e lo sviluppo di ambienti, technology-based (PLE, ad esempio) che sostengano queste nuove forme di apprendimento.

Paula de Waal, Università di Padova presenta un Teacher Survival Toolkit. Paula rileva che la (meritoria) opera di flessibilizzazione e personalizzazione degli approcci didattici con più tools rende più difficile (ai docenti) il loro uso e richiede maggior competenza. Nelle esperienze realizzate è stato notato un significativo gap tra la percepita utilità di uno strumento e la capacità di usarlo. Dettagli del suo intervento nel commento lasciato qui dalla stessa

Sulla base di esperienze svolte nel periodo 2004-2007, vengono formulate delle indicazioni per sopravvivere all’uso didattico delle tecnologie.

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3 Commenti

  1. Ciao Gianni!

    probabilmente il mio inglese non era del tutto chiaro… non ho mai detto che imparare gli strumenti del web 2.0 è tempo sprecato! Ho detto tante altre cose che riguardano invece la gestione del tempo dei docenti e dei corsisti: il fatto che per imparare a diventare power users sia necessario calcolare nelle attività una familiarizzazione puntuale, mirata al modello d’uso didattico specifico; ho detto che il monitoraggio può essere impegnativo e ingestbile in situazioni formali se il sistema di tracciamento dei tool 2.0 utilizzati non sono integrati in un sistema LMS con generazione di report funzionali alla valutazione in itinere, e ho detto infine che i corsisti delle lauree a distanza non si iscrivono ai corsi con l’obiettivo di imparare la tecnologia e che il dover impararla potrebbe essere un elemento di disturbo se non si trova l’equilibrio tra le ore da dedicare allo studio e quelle da dedicare all’aggiornamento delle competenze tecnologiche.
    Come sai, prima che tutto questo si chiamasse web 2.0 i miei laboratori si tenevano già in ambienti wikimedia, gestivo corsi online totalmente “extrapiattaforma”, distribuiti in diversi ambienti, e produco attualmente alcuni insegnamenti in modalità podcasting. Uso, testo, studio, applico modelli didattici e cerco la qualità. Il mio consiglio è sempre quello di non lasciarsi coinvolgere nel hype del primo momento, della scperta tecnologica, del wow factor ma di comprendere i potenziali usi didattici dei diversi strumenti nei diversi contesti (considerando anche i fattori legari alla affordance percepita).
    Parlo di survival kit come metafora in inglese, non con la connotazione negativa italiana . In realtà non vedo il 2.0 come uno tsunami e nemmeno come il vaso di pandora. Il survival kit fa referimento alla gestione della complessità e non alla presenza della tecnologia.
    Spero di essere stata più chiara in italiano 🙂 .

    Paula de Waal

  2. Grazie per la precisazione Paula. In realtà avevi detto “time consuming”. Ci vuole il suo bel tempo.
    Avevo “tradotto” così perchè il senso che avevo ricavato dal tuo intervento era un invitò a non complicare inutilmente le cose, per il puro gusto di avere ricchezza tecnologica.
    Grazie, anche, per l’approfondimento. Ne trarremo beneficio tutti
    Gianni

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