A never ending story

Si, pare proprio essere una storia infinita quella dei discorsi intorno alle tecnologie a scuola. Pensavo fosse solo una mia fissa e pensavo di aver chiuso il discorso iniziato anni fa con l’idea del “Processo alle tecnologie didattiche”  con il barcamp scuola a Reggio Emilia e parlare solo di come usarle.

Per la verità, sono rimasti pochi tecnosauri ancora rinvenibili tra dirigenti, insegnanti, genitori a resistere attivamente all’idea delle tecnologie a scuola; il discorso, la querelle, mi pare, ora, ruoti attorno a due “partiti”,  quelli favorevoli alle tecnologie comunque (=la tecnologia a scuola è un bene, comunque) e quelli favorevoli alle tecnologie solo se migliorano l’apprendimento attraverso un insegnamento più efficace. Quest’ultimo “partito” sostiene che le tecnologie da sole non bastano per generare valore, valore che trattandosi di scuola, si deve evidenziare in un apprendimento migliore, ricco, stabile, trasferibile.

Sul tema vale la pena segnalare due serrati dibattiti che si stanno svolgendo negli States: uno riguarda proprio la non sufficienza delle tecnologie a migliorare gli esiti scolastici degli studenti, il secondo riguarda le LIM.

In un recente articolo del The New York Times (a firma di Matt Ritchel che sul tema ha scritto parecchie cose stimolanti nello steso giornale ) “In Classroom of Future, Stagnant Scores” si segnala il caso di una scuola del Kyrene School District dove si sono fatti ingenti investimenti in tecnologie didattiche (33 milioni di dollari, 18.000 studenti dalle elementari alle superiori; il Distretto proporrà a novembre la continuazione di  una tassazione per 7 anni di 46,3 milioni di dollari da investire in tecnologie; l’orientamento alle tecnologie è una scelta “politica” forte del Distretto con il paradosso che si possono comperare tutte le tecnologie che si vuole ma manca carta e penne per scrivere), dove parlare  di ” Classroom of Future” e di “21st-century classroom”  non è uno slogan, dove si evidenzia una ottima consapevolezza per una didattica innovativa, dove il digitale viene autenticamente vissuto oltre il gadget didattico, dove speranze ed entusiamo sono altissimi ma ….. ma i punteggi ottenuti da quegli studenti nei test nazionali sugli apprendimenti di base non crescono!

Ovvio che la performance educativa è determinata da tanti fattori; possibile che i test standardizzati non diano conto del valore aggiunto dato dalle tecnologie ma, afferma il giornalista, anche i sostenitori delle tecnologie sono dell’avviso che questo non sia un buon indicatore. Sono anche consapevole che quello delle tecnologie didattiche possa essere un nuovo “bandwagoon“, il carro della banda, su cui  anche nel passato si è saltati con entusiasmo senza neppure sapere il perchè.

I detrattori dele tecnologie affermano che i non risultati sono dovuti all’aver sottratto tempo agli insegnamenti di base a favore dell’uso delle tecologie, alla cieca fiducia nelle tecnologie e alla iper enfatizzazione delle abilità digitali.

Chi, invece, non ha dubbi sul valore delle tecnologie sono i venditori delle tecnologie stesse che nel 2010 si sono intascati quasi 2 miliardi dollari di software e quasi 5 volte tanto di hardware.

La questione è complessa ma quel che è certo è che le tecnologie non sono la scorciatoia al miglioramento dell’istruzione. Nell’articolo viene citato uno studio sull’impatto dell’inziativa One-to-one Laptop Programme in cui la conclusione è che i bravi insegnanti sanno fare un buon uso delle tecnologie, quelli non bravi, non diventano bravi solo perchè usano le tecnologe (è quanto vado dicendo da tempo).

Numerosi studi sulla questione, attivati anche a fronte degli ingenti investimenti pubblici in tecnologie didattiche, hanno dato risultati controversi e questo dato è una potentissima arma nelle mani dei tecno-fobici ed un vero e proprio tallone d’achille per i sostenitori. E di questo se ne rendono ben conto dato che il distretto voterà se mantenere o no la tassa destinata tutta alle tecnologie didattiche.

Sul caso va segnalato un interessante intervento di Jan Shimabukuro in ETC Journal. In sintesi , la sua posizione è che il risultato del non miglioramento delle prestazioni è più che logico in quanto una nuova tecnologia è stata inserita in una vecchia tecnologia (la classe) senza apportare alcun cambiamento in quest’ultima. E, ad esemplificazione del concetto, sostine che è inutile lamentarsi se un’autovettura non prende il volo nonostante che nel suo vano motore si sia messo il propulsore di un jet!

Jan fa notare che nelle foto delle scuole diffuse dai media (il Distretto è un vero e proprio caso – positivo – federale ed ha ricevuto più di 100 viste di studio ga 17 stati) ci rimandano un setting d’aula molto tradizionale. Non ha senso introdurre un’innovazione in un contesto che rimane sempre lo stesso. Nuova strumentazione richiede, anche, una nuova pedagogia. Non solo, non basta limitare le nostra attenzione  solo a ciò che avviene in classe, a scuola, dobbiamo prendere in considerazione anche come gli studenti potrebbero apprendere, anche con il supporto delle tecnologie, nel tempo e nello spazio extra-scolastico riservando alle attività di apprendimento in classe ciò che solo  in presenza ed in classe si può fare e/o si può fare meglio. L’autore invita gli insegnanti ad essere creativi e a non farsi attrarre da quelle tecnologie che non fanno altro che replicare i vecchi e consueti modi di fare insegnamento (una critica alla popolarità delle LIM?).

Sulla seconda questione in discussione (le Interactive Boards), scriverò prossimamente. Solo una nota sull’immagine che ho pubblicato. E’ una foto di una scuola di montagna degli anni ’40 nella quale si vede che la lavagna non ce l’ha solo l’insegnante, ma anche tutti gli alunni!

Alcune mie riflessioni a seguito delle letture qui sopra sintetizzate:

  • il “valore aggiunto” delle tecnologie a scuola va dimostrato, pena la perdita di credibilità di queste “innovazioni”. Prima o poi saremo chiamati a rendere conto della nostra passione per le tecnologie ed  bene che ci prepariamo per tempo, magari rifiutando test standardizzati;
  • le “nuove” tecnologie non possono esprimere il loro valore se le mettiamo dentro una tecnologia “vecchia”; i cambiamenti non saranno pochi, facili, indolori e non saranno tutti attivabili a breve. Ma è necessario assumere la giusta prospettiva anche per pochi passi;
  • Forse non sarà mai possibile dimostrare un valore aggiunto se prendiamo le tecnologie come un tut’uno,  come una massa indistinta di strumenti, di contesti di applicazione,  di obiettivi da raggiungere e raggiunti. Forse ci conviene considerare ambiti ed obiettivi circoscritti tanto per concentrare i nostri sforzi, quanto per riuscire a provare esiti incrementali.

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Link diretti alle fonti citate

http://www.ascd.org/publications/educational_leadership/feb11/vol68/num05/One-to-One_Laptop_Programs_Are_No_Silver_Bullet.aspx

http://www.nytimes.com/2011/09/04/technology/technology-in-schools-faces-questions-on-value.html?_r=1&ref=mattrichtel

http://etcjournal.com/2011/09/05/a-lesson-from-the-kyrene-school-district-technology-alone-is-not-the-answer/

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Commenti

  1. Claude Almansi ha detto:

    Piccola precisazione: ci sono 2 articoli di Matt Richtel sulle scuole del distretto di Kyrene; quello uscito sul New York Times il 3 settembre 2011 di cui hai dato il link, inizialmente intitolato – come dice il nome del file – Technology Faces Questions on Value, illustrato con foto che mostrano un uso innovativo e interessante della tecnologia in quelle scuole. È quello che è stato più commentato: vedi la discussione lanciata nel gruppo EU_Educators da Joel Josephson in 4 settembre.

    Poi il 5 settembre è uscita sul BendBulletin una versione con grossi tagli, quindi resa più radicale nella condanna della tecnologia a scuola, intitolata Classroom is futuristic; test scores are stagnant, con una sola foto che mostra ragazzi seduti in un’aula tradizionale perché stanno usando i laptop per dare un esame di maturità: è quella di cui ha scritto Jim Shimabukuro, basandosi appunto da quella unico foto di esame per sostenere che la scuola non è capace di usare le nuove tecnologie in modo innovativo.

    Invece la maggior parte dei commentatori hanno utilizzato la prima versione del NYT e hanno puntato sul fatto che Richtel, pur criticando la valutazione allora in auge della legge No Child Left Behind (NCLB), fatta a tappeto con quiz tutti uguali per tutte le scuole americane, ne accetta i risultati come riferimento nella sua critica del finanziamento della tecnologia a scapito del numero di insegnanti.

    Però le cose stanno cambiando velocemente negli Stati Uniti: c’è l’iniziativa Digital Promise, votata dal Congresso a fine agosto e implementata a metà settembre, che prevede un partneriato pubblico-privato, ma anche un sostegno alla formazione “bottom-up” degli insegnanti all’uso delle tecnologie a scuole. C’è l’American Jobs Act proposto e attivamente promosso da Obama per lottare contro la disoccupazione, dove tutta una parte è dedicata alla reinserzione di quegli insegnanti licenziati a causa dei tagli di budget. E infine, c’è la proposta, anch’essa direttamente promossa da Obama con argomenti concreti, di rivedere completamente la valutazione NCLB, per tener conto di ciò che gli allievi hanno effettivamente fatto a scuola. I canali whitehouse e usedgov di YouTube sono molto utili per seguire queste iniziative, perché le descrizioni dei video contengono link a documenti ufficiali.

  2. Gianni Marconato ha detto:

    Grazie Claude per le precisazioni ed i riferimenti che ci dai alle nuove iniziative statunitensi. Mi andrò a leggere la documentazione