7 Dic di Gianni Marconato

Ancora con l’e-learning?

La prima testata del blog (novembre 2006)

Io, i conti con l’e-learning li ho chiusi da tempo.

Un tempo, oramai remoto, mi accanivo contro l’e-learning perchè ritenevo fosse opportuno contrastare una pratica di uso delle tecnologie che non innovava nulla, tranne il mezzo usato. Nel 2003 pubblicai su Sviluppo & Organizzazione  un corposo contributo con titolo “Oltre l’e-learning“. Nel 2006, quando questo blog aprì i suoi battenti; come si  chiamava? “Oltre l’-learning” (poca fantasia).  In questo blog ho scritto molto “contro” l’e-learning, learning object, metadati, scorm ed ogni altra forma d’uso delle tecnologie in ambito educativo e formativo o guidato dalla tecnologia (e non da un’intenzionalità didattica), o che non innovava le pratiche didattiche. Non ho mai pensato che usare le tecnologie fosse di per sè un’innovazione “didattica”.

Ad un certo punto ho capito che (almeno per me) era giunta l’ora di smettere di occuparmi di e-learning, nel senso che avevo ritenuto (saggiamente) di non assumere più nemmeno l’atteggiamento di andare “oltre” l’e-learning e che fosse più utile (almeno per me) assumere una prospettiva “a favore” di qualcosa. Di questo mio cambio di direzione ne fu testimone questo blog che assunse il nome di “Apprendere (con e senza le tecnologie)” .

Da quel momento (non ricordo quando, ma sono di certo alcuni anni) mi sono focalizzato sull’apprendimento e su cosa fare (anche) con le tecnologie per migliorarlo. Quindi di e-learning (contro, oltre) non me ne sono più occupatonon avendo per me alcun senso farlo.

Ho ripreso ad occuparmene ieri, complice un lancio su Facebook di un Master in e-learning quando, certo di non generare equiovoci data la frequentazione con l’autrice del post, domando sommessamente “ha ancora senso parlare oggi di e-learning?” Ovvia la natura retorica della domanda. Si apre, nonostante l’ora di cena, un vivace dibattito con alcuni colleghi e sento, ora. l’esigenza di chiarire (prima di tutto a me stesso) il senso della domanda. Perchè mi disturba così tanto sentir parlare ancora di e-learning? Mi disturba il concetto? Direi proprio di no, cose superate e digerite. Ciò che mi disturba è il lessico (si fa per dire che disturba; dormo sonni tranquilli nonostante questo noioso rumore di fondo).

Mi spiego. Oggi parlare di e-learning non vuol dire nulla (un tempo aveva un  significato più preciso). Sotto questo nome-ombrello ci puoi trovare di tutto; unico comun denominatore è l’uso delle tecnologie nella didattica. Quindi, e-learning sta per didattica con le tecnologie. Qualsiasi tecnologia, qualsiasi approccio, qualsiasi contesto, qualsiasi cosa ….. E quando un termine può voler dire di tutto, alla fine non vuol dire nulla. Ec co perchè e-learning è un termine inutile.

Capisco la casalinga di Voghera che usa il termine “e-learning”: lo ha letto nei giornali, ne ha sentito parlare in tv, ne parlava ieri dalla parrucchiera … Va bene, nel senso che è comprensibile,  che usi questo termine un non addetto ai lavori o un neofita. Di notte, si sa, tutti i gatti sono neri. Ma un professionista, no. Un professionista dovrebbe usare un lessico più evoluto, più ricco, più preciso, più discriminante.  Quando una persona (o una comunità) ha a che fare quotidianamente con un oggetto, con un concetto, un po’ alla volta sviluppa il  lessico proprio per la differenziazione degli usi che fa di quel concetto, di quell’oggetto (tipico è l’esempio dei numerosi modi con cui un esquimese chiama quella che per noi è sempre “neve”: un termine per la neve che cade, uno per quella fangosa, uno per quella ghiacciata …. Anche se per alcuni questa ricchezza terminologica è una bufala).

Credo che il lessico sia importante per un professionista; la precisione, la ricchezza del suo lessico (che va oltre quello dell’uomo della strada)  è un segno distintivo del suo essere un professionista, un esperto in un dominio di conoscenza.

Ma non credo che chi usa ancora il termine “e-learning”  sia necessariamente un non-professionista. Perchè, allora, si continua ad usare in contesti professionali?

Proviamo a cercare una risposta a questa domanda andando all’origine del termine.

Le tecnologie nella didattica si stanno usando da ben prima dell’avvento dell’e-learning ma è solo con l’arrivo dell’e-learning che le tecnologie hanno avuto una estesa diffusione nel mondo dell’istruzione. E chi ha provocato questa diffusione? I pedagogisti? I ricercatori di didattica? Gli insegnanti? Noooooooooooo.

L’enorme diffusione delle tecnologie è avvenuta ad opera dell’industria, quella informatica per la precisione. Sono stati gli industriali ad aver colto l’enorme possibilità di business dell’introduzione delle tecnologie (anche) a scuola e lo hanno fatto nel solo modo per loro possibile: ragionando da informatici (oltre che pensando ai soldi). Solo che intervenire sull’apprendimento con le tecnologie non è così automatico come passare da un depliant a stampa a caratteri mobili ad uno a stampa digitale. Trattare digitalmente “contenuti” come quelli di una mostra di pittura o di presentazione di un territorio non è la stessa cosa che trattare contenuti didattici. Ma per gli informatici sono la stessa cosa. Ed ecco  l’apprendimento “elettronico”, gli “oggetti” d’apprendimento (per questi l’approccio è quello della programmazione ad oggetti)  e mille altre diavolerie di derivazione informatica. Che con l’apprendimento, ripeto, non hanno nulla a che vedere. Ma hanno a che vedere con il business. Ecco, allora, chiudersi il cerchio. Che si continui ad usare il termine e-learning per stare sul business? Per attingere all’immaginario collettivo per far quadrare i conti? E’ un’ipotesi

Ecco perchè, dismettere il termine e-learning (ed ogni altro associato) significa, per persone che si occupano di apprendimento e di didattica, riappropriarsi di un dominio (le tecnologie digitali e di internet) ed agirlo dal proprio punto di vista, dal punto di vista della propria specializzazione, della propria peculiarità. Scrollandosi di dosso il giogo coloniale degli informatici e di tutte le loro pratiche. Ed esplorare gli usi propri delle tecnologie digitali e di internet nel contesto del miglioramento dei processi di apprendimento.

A questo punto scopriremo che la questione (o il problema) non sono le tecnologie ma la visione dell’apprendimento e scopriremo che per usare al meglio le tecnologie dovremo cambiare il nostro modo di intendere l’insegnamento.

 

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12 Commenti

  1. ‎Gianni Marconato, il tuo post è molto stimolante. Condivido l’analisi che individua nel business dell’high-tech il motore delle parole in uso, però ti invito a considerare che se ci si mette a disquisire sui termini le cose sono ancora più articolate. Infatti, anche l’espressione “tecnologie nella didattica” non è molto più soddisfacente: è talmente ampia che anch’essa rischia di risultare vaga…poi, e-learning – stando alla storia di questo termine e ai principali contesti in cui viene utilizzato – si riferisce ad un campo più ristretto, quella della formazione a distanza o blended supportata dall’impiego della rete (che può essere usata come mero canale trasmissivo, tipo TV old stile, o come ambiente per apprendere interagendo tra pari). prima si usavano altre espressioni come istruzione a distanza (IAD) o formazione a distanza (FAD); si è parlato anche di formazione online (FOL)…di online learning, weblearning e chi più ne ha più ne metta. E ancora, tornando all’espressione “tecnonolgie nella didattica”: perché questa espressione piuttosto che tecnologie didattiche o tecnologie educative o – per restare in ambito anglofono- ICT in education? perché il plurale piuttosto che il singolare? Hai ragione a dire che i professionisti hanno il dovere di distinguere: mi sforzo di farlo sempre quando scrivo articoli o libri, e spero di averne reso l’idea con qs breve commento 🙂

  2. PS: Seguendo il suggerimento di Gianni, ho postato il mio commento anche qui…Inutile a dirsi: FaceBook ha una “memoria breve”…i commenti si susseguono a ritmo imprevedibile, ma poi come il Titanic affondano negli abissi elettronici di un dispositivo senza memoria. Paradossalmente le uniche tracce che lasciamo sono quelle che minacciano la nostra privacy, mentre le nostre conversazioni pubbliche che ci ricordano chi siamo e con chi costruiamo discorsi, appartenenze, comunità…svaniscono in pochi click.
    MariaInCercaDiPeristenza 🙂

  3. Ciao, sono un insegnante di scuola primaria e come professionista dell’educazione cerco da sempre di capire come i miei studenti apprendono. Mi interesso di tecnologie ma non ho mai apprezzato l’e-learning.
    Quando ho dovuto frequentare i corsi “blended” di Indire mi son sempre sentita intrappolata… costretta a muovermi in un campo ristretto, guidata da altri. Quando ho fatto la Tutor ho sempre lavorato molto per ampliare la visione anche all’esterno dei portali a disposizione per la formazione. La parte più interessante per me è sempre stato ciò che si può imparare dagli altri. Amo la rete perchè è l’espressione di libertà, sfrutto ciò che la rete mi insegna e cerco di portare a scuola un po’ di quello che sulla rete si può trovare. Amo la creatività e ciò che i miei alunni possono inventare, anche con la tecnologia.
    Per questo non farei ma uso di contenuti digitali confezionati perchè, per me, dopo averli utilizzati una volta diventerbbero subito vecchi e noiosi.
    Invece so di colleghe che se ci fossero più fondi a scuola, non farebbero altro che comprarer lezioni pronte, per sentirsi più sicure e avere materiali sempre pronti senza doverli cercare.
    Credo che questo sia un altro punto a favore delle tecnologie: sono così varie che c’è spazio per tutti!

  4. All’oggetto didattico preferisco senz’altro la comunità di soggetti (docente-studenti) in apprendimento. E non dimentico la lezione di Gramsci: “Occorre persuadere molta gente che anche lo studio è un mestiere, e molto faticoso, con un suo speciale tirocinio, oltre che intellettuale, anche muscolare-nervoso: è un processo di adattamento, è un abito acquisito con lo sforzo, la noia e anche la sofferenza”. (da Quaderni dal Carcere, 12 (XXIX): 1932). Come ha sottolineato Maria Ranieri, la memoria elettronica è breve e non ha il tempo di sedimentarsi, come ha detto Patrizia Battegazzore, un giocattolo didattico è come un film in DVD. Dopo un po’ ti stanchi di usarlo e ti chiedi perché l’hai comprato.

  5. L’errore di fondo è credere di poter ridurre al digitale una realtà come quella dell’apprendimento e della didattica che è analogica e procede anche con metafore, ostensioni, esempi di comportamento, chiacchiere, cazzeggi e discussioni.

  6. Maria, sulle denominazioni credo che si debba ricorrere ad espressioni più complesse. Ad esempio, “formazione a distanza con le tecnologie” o ” …in ambienti on-line” o “apprendere con le tecnologie” oppure “usare le tecnologie in classe” e mille altre espressioni. Credo che un sforzo nel denominare quello che si fa porti anche a definire meglio anche concettualmente quello che si fa.
    La sensazione che ho tratto dagli scambi su FB http://www.facebook.com/ranierimaria/posts/175877182508848 (me lo appunto come memoria di uno scambio memorabile, troppo spesso off topic) è che si preferisca usare quel termine per commerciale in modo efficace il “prodotto”. Nulla di male, l’importante è che sia chiaro.
    La questione della “memoria breve” di FB merita una riflessione dedicata. Ci penso emagari scrivo qualcosa qui

  7. Patrizia, innanzi tutto mi piace che ti definisca una “professionista dell’educazione”. Giusto l’orgoglio e la rivendicazione di un ruolo, di una specifità professionale. Tempo scrissi qualcosa sulla questione http://www.scribd.com/doc/220414/Formazione-Professionale-apprendimento-e-tecnologie
    Nel merito, credo che quel tuo sentirti intrappolata sia una sensazione condivisa da tanti altri palati fini! Sui così detti LO, credo anch’io che siao oggetti appetiti da chi non tempo, voglia (e capacità) di costruire da sè i supporti della propria didattica. Proprio come si fa con i libri di testo …analogici, divenuti oramai strumenti più per l’insegnante che per gli studenti. Grazie per la riflessione e per la condivisione di un pensiero

  8. Popinga, la tua citazione di Gramsci è stupenda. La rilancerò. Sulle tecnologie come gioco (nel senso deteriore del termine), credo sia proprio così in tanti utilizzatori “professionali”. Usate per alleggerire cose pesanti (quando non si allegerisce nulla). Uno dei miei maestri, David Jonassen un giorno mi disse: “le tecnologie non facilitano l’apprendimento, lo rendono più duro”. Come dire che con le tecnologie non si impara più facilmente, ma di più e meglio (a patto che si usino come strumenti per pensare meglio). Concordo con il tuo passaggio finale: nulla sostituirà un bravo insegnante. La funzione docente è essenzialmente “analogica”, anche per la finezza con cui sa discriminare i contesti in cui l’apprendimento avviene.

  9. Commento d’intento mancato, se così si può dire.
    Ciao Gianni, mi rifaccio vivo … visto che lo sono ancora 😉
    Ho letto questo post dopo aver scoperto che il mio blog, coetaneo di questo ma fermo da tempo, è ancora nell’elenco dei blog che segui, sia pure con un nome dismesso.
    Vorrei commentare il tuo post da e-nonno mancato … ma non so da che parte cominciare.
    Vorrei riuscire a farlo perché mi sto [ancora] confrontando con il problema di stabilire una relazione [educativa bidirezionale] con i miei nipotini, ormai sulla soglia dell’adolescenza [teen-ager].
    Se l’evoluzione dell’informatica, da un certo punto in poi [1983, per me] … non fosse stata guidata esclusivamente da interessi di mercato … oggi non sarei qui a brancolare nel buio, per mancanza di e-persone, cioè di interlocutori con i quali intrattenere quello che per me potrebbe essere un “dialogo operativo” … nel quale potre avere un ruolo … da e-nonno.
    Rilancio il tuo post e questo commento via Google Plus e vedo cosa ci si potrebbe inventare …
    Un saluto,
    Luigi

  10. Luigi, che piacere risentirti dopo tanto tempo, Mai pensato che tu non fossi .. vivo!
    Quante idee, quanti progetti. Tutto rimasto per aria! Troppo ambiziosi? Troppo avveniristici?
    Prova a mettere in pratica qualcosa ora, come e-nonno. E facci sapere come procede.
    Sei sempre nell’agordino?
    Ciao

  11. Ciao Gianni, faccio ancora il pendolare tra Bologna e Voltago Agordino ma sono in dirittura d’arrivo per il deposito;
    ormai devo pensare di chudere con il web e con l’agordino;
    per diventare un e-nonno i presupposti ho creduto di vederli 30 anni fa;
    15 anni in ambienti che permettevano d’imparare, adeguando la tecnologia al processo di apprendimento, mi hanno motivato a tentare [istintivamente] di contribuire a riprodurli, quindi a comportarmi in modo incomprensibile per chi voleva occuparsi solo del business dell’informatica;
    abbiamo avuto un’opportunità di fare emergere il significato e l’importanza di quegli ambienti [per l’apprendimento] quando, 23 anni fa, la Commissione Europea s’invaghì di un modello di standardizzazione funzionale chiamato Open System Environment [OSE];
    l’OSE avrebbe potuto guidare l’armonizzazione degli acquisti di ICT delle PA … ma andava contro gli interessi dell’IBM.
    Quel che è stato è stato;
    20 anni fa ho inziato a vivere part time nell’agordino per provare a mettere in pratica qualcosa che permettesse di rimediare all’errore di non aver capito l’importanza “sociale” dell’OSE;
    una Comunità Montana mi sembrava più idonea di Bologna a iniziative di rieducazione;
    ora sono convinto che i contesti idonei alla rieducazione, se ce ne possono essere, bisognerà che qualcuno cominci a inventarseli … proprio come dice il tuo blog … “con e senza” le tecnologie.
    Buon lavoro e buona fortuna 🙂

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