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Bisogna cambiare la didattica per usare al meglio le tecnologie? – Apprendere sempre

Bisogna cambiare la didattica per usare al meglio le tecnologie?

cambiare

No, assolutamente no.

Le tecnologie possono essere usate benissimo ed utilmente anche in una didattica “tradizionale”.

Bisogna cambiare la didattica se si ritiene che quella abituale non sia efficace per conseguire gli scopi che ci prefiggiamo, o lo sia limitatamente. O perché con la didattica abituale non risolviamo dei problemi di apprendimento.

Trovo ridicolo ed insensato cambiare qualcosa solo per usare uno strumento.

Ovvio che se parti dallo strumento e lo adotti senza sapere il perché e solo perché c’è, prima o poi ti troverai a domandarti: e ora che ne faccio?

Da quel che vedo, tante sollecitazioni a cambiare la didattica in associazione all’uso delle tecnologie vengono da coloro che vogliono piazzare le tecnologie a scuola e si sono accorti che tanti usi didattici delle tecnologie non apportano alcun beneficio. Bella scoperta! La colpa, secondo questi è della didattica non consona alle tecnologie. Ragionamento demenziale.

La colpa è solo della retorica dell’innovazione che si è fatta e che si sta facendo a scuola quando si tratta di tecnologie.

La colpa sta nella … sinergia che si è sviluppata tra furbacchioni ed allocchi.

A scanso di equivoci io sono convinto che un cambiamento della didattica sia quanto mai necessario e sono altrettanto convinto che le tecnologie possono essere di grande aiuto in questo cambiamento. Solo che cambiamento, tecnologie, innovazione sono questioni molto più complesse di quanto non sembri e che il punto di partenza è l’apprendimento. Ed anche questo è un nuovo, grande problema …

Qualcuno obietterà: sono cose che sappiamo, sono cose che diciamo da secoli. Vero,…  sappiamo, … diciamo ma non ci comportiamo di conseguenza.

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Commenti

  1. Francesco Valotto ha detto:

    FINALMENTE! Lo dico da mo che non si usa il tablet per fare la flipped class o cose del genere; che lo smartphone si usa per telefonare e che l’esistenza dei “nativi digitali” non dovrebbe modificare la scuola più di quella (trascorsa) dei “nativi televisivi”. O megliuo: modifichiamola questa scuola, ma perchè le cose si possono fare meglio, perchè innovare può anche non migliorare ma se non si prova non si sa, perchè stare formi è sempre e comunque la scelta peggiore.

  2. Giuseppe Corsaro ha detto:

    E’ sulla formazione metodologico-didattica del docente che bisogna agire. Non si può negare. La tecnologia, i social media e il web 2.0 possono avere una doppia funzione: attrarre e aiutare i docenti (ma è la cosa più difficile) e motivare i ragazzi. Sono strumenti, nulla di più: concordo. Ma se giovassero almeno a “schiodare” tanti colleghi dalla cattedra e dalla lezione frontale, sarebbe già un miracolo. Ad oggi però la gran parte dei docenti li teme ancora, forse appunto perché ne intuisce il potenziale “rivoluzionario” proprio dal punto di vista metodologico.

  3. Gianni Marconato ha detto:

    Giuseppe,non credo che certi (tanti?) insegnanti non usino le tecnologie perché non ne intuiscano il potenziale, ma, molto probabilmente, perché non ne trovano una valida ragione didattica. In questo sono sullo stesso piano di chi le usa senza una motivazione pedagogica.
    Credo anch’io che in tanti contesti e per tanti obiettivi didattici la lezione frontale vada superata, ma se uno non si domanda perchè questo tipo di didattica vada superato e non trova una risposta, non ha alcun senso che abbandoni le pratiche consuete.

    Più che le tecnologie, credo che un potere rivoluzionario lo possa avere una seria riflessione sulle proprie pratiche didattiche e sui risultati che esse producono

  4. Gianni Marconato ha detto:

    Francesco, stare fermi e muoversi a casaccio è la stessa cosa. Forse no: agitarsi per niente è peggio; ci si illude di muoversi per uno scopo nobile. Meglio stare fermi consapevolmente che muoversi inconsapevolente.
    Sulla flipped, maglio stendere un velo pietoso

  5. Francesco ha detto:

    @Gianni: su questo concordo pienamente, ma tra muoversi e muoversi a casaccio c’è un “casaccio” di differenza! Il problema è che attualmente pare non ci sia nessuna via di mezzo tra stare fermi o rivoluzionare (magari a casaccio) ed invece di vie di mezzo ce ne sono tante.
    Se il busillis si fossilizza tra “tutto come prima” vs. “Classe 2.0” è lampante che mancando competenze, sperimentazioni e risorse la scelta non può essere che la prima, magari affiancata da un po’ di finanziamenti a macchia di leopardo che creano situazioni di fuga in avanti prive (temo) di un minimo di consolidato su cui basarsi. Ed intanto tutti lì a piangere sull’arretratezza della scuola italiana! Mentre l’alternativa sono i piccoli (ma continui) passi in avanti che non facciano i conti con l’assillo del “dobbiamo stare al passo con i nativi digitali” ma introducano un po’ alla volta tecnologie, metodologie e sperimentazioni consolidando le buone prassi e correggendo ciò che non regge nella pratica.
    Ma questa sarebbe ragionevole prudenza, mentre se prestiamo orecchio alla moda del momento non c’è altro da fare che affidarsi mani e piedi alle tecnologie che naturalmente si deve essere in grado di dominare. Con il risultato aggiuntivo che chi non è in grado si spaventa a tal punto da rifiutare anche i piccoli passi

  6. Gianni Marconato ha detto:

    Francesco, sui piccoli passi mi trovi allineato come sull’opportunità di fare qualcosa in attesa del sol dell’avvenir.
    Lavoro da anni con insegnanti di tutti i tipi di scuola su temi di didattica e di uso delle tecnologie e mi sono reso conto che il vero ostacolo ad un “cambiamento” è la consapevolezza del bisogno di un cambiamento. Serve a poco predicare il (giusto, assolutamente necessario)bisogno di cambiamento. A nulla servono le prediche, gli esempi di usi utili, le accuse di arretratezza. Ognuno rimane sulle proprie posizioni. Magari sul subito di ascolta,ti fa un’apertura di credito, ma dopo poco ritorna alle sue pratiche abituali perché le sue rappresentazioni non sono cambiate. Ogni adulto sano di mente cambia se trova una valida ragione personale per cambiare. E fa più che bene a resistere a cambiamenti, per lui, immotivati. Questo è il vero problema. E’ il cambiamento concettuale la leva critica, manco le metodologie

  7. Francesco ha detto:

    @Gianni – Concordo: assolutamente!
    Ricordo molti anni fa, quando i PC iniziavano a diffondersi ed io facevo corsi di alfabetizzazione aziendali, un allievo che teneva sul tavolo la calcolatrice (a rullino di carta) per fare le somme ed incolonnarle nel foglio elettronico (Multiplan allora!). A forza di insistere sono riuscito a convincerlo ad usare le formule ed ho ripreso le spiegazioni.
    Dopo un po’ mi sono accorto che usava ancora la calcolatrice e gli ho chiesto il motivo visto che gli avevo spiegato come fare i calcoli. Mi ha mostrato che usava le formule sul foglio, ma poi, visto che non si fidava della correttezza, ricontrollava i risultati con la calcolatrice! 😉

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