Cogli l’attimo fuggente!

Fin dalle prime ore in cui tutti gli insegnanti sono stati chiamati alla didattica dell’emergenza (meglio nota come “didattica a distanza”) è parso chiaro che non si sarebbe trattato solo di rispondere ad una situazione eccezionale, ovvero di fare in modo che agli studenti e alle studentesse della scuola del primo e del secondo ciclo fosse garantita la possibilità di continuare il proprio percorso scolastico ma che, come sempre accade nelle grandi emergenze, questa condizione di crisi sarebbe stata sfruttata per provocare o accelerare cambiamenti che diversamente sarebbero difficili da realizzare, cambiamenti presentati come opportunità di miglioramento della scuola pubblica e a tutto vantaggio dello studente ma che sono espressione di visioni polarizzate in senso ideologico del significato e dello scopo della scuola.

Da che io ricordi, la scuola italiana non ha mai rappresentato la sintesi di differenti idee di società, di persona e, conseguentemente, di scuola e non si è mai avuta nel Paese un’idea condivisa di scuola.

Se nel recente passato la scuola ha subito la polarizzazione tra una visione confessionale (cattolica) e laica, attualmente intorno alla scuola si scontrano visioni di scuola rappresentabili con due analogie: scuola come azienda e scuola come comunità.

Da quel che ho potuto vedere, ad essere tentati al colpo di mano sono, soprattutto organizzazioni e persone che lavorano alacremente (e con abbondanza di mezzi) per portare la scuola a funzionare come un’azienda ed essere organizzata essa stessa come azienda:

  • produrre “valore” in forma di “capitale umano”,
  • considerare la persona e la sua conoscenza come uno dei fattori della produzione e della crescita economica (ecco il concetto di “economia della conoscenza”),
  • promuovere la competizione come valore intrinseco e come motore dello sviluppo,
  • considerare degli apprendimento solo quei “contenuti” (non a caso categorizzati come “nuovi contenuti”) che sono funzionali alla produttività, a modelli organizzativi e gestionali tipici dell’impresa economica e in grado di sviluppare atteggiamenti e stili di pensiero di tipo aziendalistico/imprenditoriale,
  • competizione tra insegnanti che devono formare studenti competitivi …

Ecco, quindi, che la didattica a distanza da didattica dell’emergenza diventa manifesto politico per una “nuova” scuola, diventa modello di “innovazione” per una nuova forma di scuola “ibrida” per gli ambienti in cui si sviluppa e per i ruoli coinvolti e fa del “digitale” l’asse portante e paradigma dei contenuti e dei metodi.

In due articoli pubblicati al di fuori di questo blog e linkati qui sotto, ho messo in evidenza la natura “politica” che ha assunto la didattica a distanza e il fatto che la stessa non possa essere considerata “innovazione” e che non è neppure una questione “digitale”.

Al di là della foga degli innovatory di cogliere l’attimo fuggente per un cambiamento epocale della scuola italiana sulla scia della didattica dell’emergenza, quali lezioni possiamo trarre da questa forma scuola?

Una premessa: professionalmente mi occupo di didattiche che possiamo chiamare “non tradizionali” come la formazione a distanza con e senza le tecnologie, da più di 35 anni e continuo a farlo, segno che ritengo che anche nella distanza si possa fare buona formazione, tutto dipende dal contesto.

Le critiche che muovo alla “didattica a distanza”, quella che ha come destinatari gli studenti del primo e del secondo ciclo d’istruzione, sono legate all’utenza e agli scopi di questa scuola; ben diverso è il discorso quando parliamo di università, di formazione continua e di aggiornamento professionale.

Pur non essendo io direttamente coinvolto come docente nella didattica a distanza, le discussioni che si svolgono nei social e la formazione che sto facendo sulla tematica mi consentono di avere un quadro abbastanza realistico di cosa stia accadendo, delle criticità che si incontrano più di frequente, del disagio, se non addirittura “panico” provato da tanti insegnanti alle prese con la distanza.

Incrociando i tanti punti di vista vorrei tentare una prima formalizzazione delle “lezioni apprese”, così come le ho potute percepire e decodificare: la didattica a distanza ha consentito di mettere in luce alcune delle criticità della didattica “normale” ma anche i suoi elementi fondanti (cosa caratterizza una didattica efficace) come ha potuto anche mettere in evidenza i punti di forza della stessa didattica a distanza.

  • Didattica del controllo in funzione ispettiva  (vs. in funzione di restituzione di feedback), focalizzazione sui contenuti da apprendere (vs. sul processo di apprendimento), autonomia e responsabilità nello studio e attenzione assunti come prerequisiti (vs. come abilità da sviluppare), esistenza di una motivazione intrinseca all’impegno scolastico (vs. motivazione da promuovere) … Queste sono alcune concezioni (spesso implicite) assunte alla base della didattica “ordinaria” e che hanno dispiegato tutto il loro peso e la loro inadeguatezza nella didattica a distanza
  • L’apprendimento è frutto dell’interazione tra l’insegnante e ciascun studente: la “presenza” è condizione di base per l’apprendimento, la presenza non è solo quella fisica ma anche, e soprattutto, quella psicologica. Non sempre nella didattica in presenza si manifesta la “presenza” necessaria ad assicurare buoni livelli di apprendimento;
  • Ci sono insegnanti per i quali una parte importante della didattica è fatta di CONTROLLO (che siano molti, alcuni, tanti oppure pochi a manifestare questo bisogno non lo so quantificare): tutto ciò che succede nel processo di insegnamento/apprendimento deve avvenire sotto gli occhi vigili dell’insegnante, ogni passaggio deve essere da lui pianificato come se lo studente non fosse capace di autonomia (vedi le consegne di lavoro prescrittive) e, soprattutto per quanto riguarda la valutazione, il principale scopo dello studente fosse imbrogliare. Insegnante-poliziotto e studente-criminale?
  • Con la didattica a distanza la scuola, come mai prima, è entrata di potenza nelle famiglie, nei mesi del lockdown le famiglie hanno avuto modo di conoscere gli insegnanti nel vivo della loro azione didattica: cosa significhi insegnare, le difficoltà dell’insegnamento e dell’apprendimento, le modalità di lavoro dei diversi insegnanti e le differenza tra di essi; le famiglie hanno apprezzato lo sforzo che alcuni insegnanti fanno per garantire un buon insegnamento ma hanno potuto vedere anche l’inadeguatezza di altri … Nella consapevolezza della soggettività di tali giudizi per la vasta gamma di criteri che possono essere stati usati, la scuola si è fatta vedere nella sua complessità, nelle sue luci e nelle sue ombre.
  • La famiglia non può avere e non ha una funzione marginale e men che meno passiva nella realizzazione degli scopi dell’istruzione. Il coinvolgimento della famiglia dovrebbe essere sostanziale e non meramente formale, dovrebbe essere continuo e non occasionale; la famiglia dovrebbe PARTECIPARE e non solo essere ammessa, ogni tanto, per dare uno sguardo su ciò che accede dentro l’aula. Scuola e famiglia (e studente) sono gli assi portanti del processo educativo e di istruzione. Non può esistere una relazione gerarchica tra scuola e famiglia (sono passati tempi in cui a Natale si portava il cappone alla maestra) ma una relazione paritetica, nel rispetto e nella valorizzazione del ruolo dei due soggetti. Il ruolo avuto dalle famiglie nella didattica a distanza ha messo in luce come queste non ricoprano un ruolo marginale nel successo dell’impresa educativa. E’ emerso come ci siano stati insegnanti che abbiano gradito, se non sollecitato la “presenza” delle famiglie e come altri ne siano stati infastiditi per le indebite ingerenze.
  • Il valore della didattica a distanza e delle tecnologie. Punti di forza e criticità di ogni strumento o metodo, raramente sono assoluti ma lo possono essere in relazione ad uno scopo, all’interno di un contesto, in relazione alle risorse disponibili … La didattica a distanza, pur realizzata in un contesto di emergenza, con mezzi inadeguati e con lo scopo di non privare del tutto gli studenti di opportunità d’istruzione, ha fatto percepire a tanti operatori della scuola, accanto alle criticità evidenziate anche in questo blog in numerosi post, anche opportunità:
    • Il tempo-scuola può essere aumentato interagendo a distanza con debite metodologie e in presenza di determinate condizioni;
    • Alcune operazioni tipiche del processo di apprendimento (come la riflessione e l’appropriazione) possono trovare nella distanza un contesto facilitante rispetto alla presenza;
    • La partecipazione alle attività di apprendimento può essere facilitata in alcuni contesti (vincoli logistici e lavorativi, numerosità dei partecipanti …) dalla natura asincrona dell’interazione didattica e dall’uso delle tecnologie digitali;
    • Alcune attività “terziarie” del funzionamento della scuola possono essere realizzate a distanza recuperando efficienza: le riunioni tra insegnanti e i colloqui scuola – famiglia, ad esempio

Consapevoli della complessità di un dispositivo di didattica a distanza (complessità determinata anche da valori e disvalori), l’approccio non può essere che critico e dialettico e possono essere giustificati tanto gli entusiasmi che le opposizioni. Tutto dipende dall’idea che si ha di scuola, dai punti vista e dagli interessi in gioco.

P.S. Una precisazione sul “controllo” (su cui avevo scritto anche qui).

Ogni azione educativa e di istruzione è fatta, anche, di SUPPORTO e CONTROLLO: l’insegnante sostiene attivamente l’apprendimento dello studente con la presentazione organizzata di contenuti, la proposta di attività calibrate, di domande, con l’offerta di feedback … e ne controlla lo sviluppo valutando, identificando problemi, carenze, esigenze di approfondimento, con la proposta di attività di recupero e/o sviluppo. il CONTROLLO in questo contesto ha una funzione positiva, ricca ed essenziale per un adeguato sviluppo dell’apprendimento verso gli obiettivi prefissati. Il CONTROLLO nell’uso che ne ho fatto qui sopra ha, invece, non il significato di aiuto, ma di verifica della regolarità dello svolgimento di un’attività, del rispetto delle regole, delle direttive, delle convenzioni, di vigilanza stretta; quando quest’ultima accezione prende il sopravvento su quella di “aiuto” la portata dell’azione didattica viene indebolita.

Sul supporto e sul controllo va anche detto che secondo la concettualizzazione dell’apprendistato cognitivo, nella fase del fading queste diminuiscono progressivamente in funzione dell’autonomia sviluppata dallo studente e la loro azione passa progressivamente dalle mani del docente a quelle dello studente.

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