In una discussione che si è tenuta nei social su un mio post sulla valutazione, una maestra ironizza sulle formulazioni fantasiose e prive di significato che non di rado costituiscono i giudizi descrittivi, tipo questa:

Bravo Pierino, hai svolto correttamente questo compito, devi ripassare quest’altro ma sono sicura che con il tempo ci arriverai e blabalabla ……

La maestra si lamenta anche per il fatto che non sia possibile dare feedback più severi (e veritieri) a fronte di carenze gravi, dovute anche a scarso impegno, perché ….si potrebbe traumatizzare l’alunno nel suo percorso di apprendimento ……

Nella discussione che segue emerge che formulazioni simili sono più frequenti di quanto non si immagini, che sono spesso imposte dal dirigente di turno e promosse attraverso i tanti webinar istituzionali.

Trovo scandaloso questo modo di procedere per tante ragioni, di sostanza e di forma.

Giudizi con quella formulazione non hanno alcun senso didattico, non rappresentano un riscontro e denotano uno scarso rispetto per lo studente.

Un feedback, per essere utile, per essere dato nella logica di supporto all’apprendimento, deve essere dato nell’immediatezza dello svolgimento dell’attività, anche a voce e anche senza essere riportato in alcun documento. Deve essere dato con linguaggio comprensibile a chi è destinatario ed essere veritiero. Se vengono rilevate lacune, queste devono essere messe subito in evidenza in modo che l’alunno sappia dove e come intervenire.

Tacendo, o glissando, sulle carenze non si fa un buon servizio all’alunno perché gli si trasmette un messaggio falsamente incoraggiante, lo si ritiene incapace di sopportare l’eventuale frustrazione di un feedback sgradito, lo si bolla, pur indirettamente, di debolezza.

Atteggiamenti simili non sono incoraggianti ma offensivi per la persona e controproducenti.

Questa non è valutazione “per” l’apprendimento ma buonismo istituzionalizzato; è un segno di debolezza della scuola che non crede nelle sue capacità, che deve giocare con le parole e non con i fatti.

Che, poi, sia il dirigente ad imporre certe formulazioni linguistiche prive di fondamento pedagogico e didattico, la dice lunga sulla sua comprensione della cultura della nuova valutazione, la scambia per indulgenza e gioca la valutazione sul piano del marketing.

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